È iniziato tutto mentre approfondiva i suoi studi di medicina quando, in un momento di particolare fragilità per la scomparsa di una persona cara, la lettura di un testo sulle ferite l’ha aiutata a reagire al lutto. Perché Giulia Enders, medico con diverse specialità cliniche e divulgatrice scientifica di fama internazionale, ha trovato nel processo di cicatrizzazione della pelle, che passa attraverso lo shock del dolore per la lesione, la lacerazione dei tessuti che crea un “vuoto” e la “riparazione” che rigenera, una sorta di parallelismo metaforico tra la perdita di un affetto (la ferita) e l’elaborazione emotiva (la guarigione).
Così ha cominciato a osservare con più attenzione il suo corpo, in particolare gli organi. Non solo come ingranaggi funzionali alla salute, ma come parti essenziali nel determinare ciò che siamo. E che «ci aiutano a rispondere a domande fondamentali: di cosa abbiamo davvero bisogno? Come affrontiamo i pericoli? In che modo vogliamo trattarci l’un l’altro? Conoscere le risposte ci aiuta a vivere in modo più armonioso». Questo l’incipit del suo nuovo libro, Il linguaggio degli organi (Sonzogno, 18,90 €), una sorta di viaggio nell’affascinante mondo del nostro io interiore biologico. Qui, secondo l’autrice, il sistema immunitario ci aiuta a distinguere tra ciò che ci fa male e ciò che è semplicemente diverso da noi. I polmoni ci ricordano la nostra origine di creature acquatiche, i muscoli ci insegnano la differenza tra flessibilità e forza, mentre il cervello lotta per mantenere un equilibrio tra i nostri sentimenti e la realtà. La pelle, il nostro rivestimento esterno, ciò che ci contiene, è invece l’organo che “esprime” la nostra necessità di avere dei confini ma anche, attraverso il tatto, l’estremo bisogno di relazioni.
Pelle e tatto ci insegnano l’importanza della coesione
Impermeabile verso l’esterno, lo strato più superficiale del nostro corpo (epitelio squamoso cheratinizzato), quando intatto, è un efficace scudo protettivo. Non può sanguinare, ci difende dagli agenti patogeni e dai traumi e previene la disidratazione. Questo perché è costituito da cellule morte che, indurite grazie alla cheratina, ci rendono più resistenti. «Generate dalle staminali, si formano nello strato più profondo dell’epidermide e raggiungono lentamente la superficie, ognuna con il proprio ritmo, aggrappandosi alle vicine», spiega Giulia Enders nel suo libro, dove sottolinea uno degli aspetti della nostra pelle che ritiene geniali: la coesione.
Spiega l’autrice che, per risalire e garantirci l’effetto barriera, le cellule cheratinizzanti si aggrappano con “minuscole braccia” alle vicine. Stringono legami le une con le altre ed è anche grazie a questo stretto contatto che permettono la diffusione di nutrienti e ossigeno dagli strati più in profondità, dove si trovano i vasi sanguigni. L’epidermide, inoltre, è impermeabile anche verso l’interno, impedendo la fuoruscita di liquidi e, sempre in funzione protettiva, nei punti di maggior attrito, come mani e piedi, accumula più strati di cheratina. Qui la pelle può raggiungere fino a 3 mm di spessore contro gli 0,30 delle sottilissime palpebre.
Alla scoperta del derma, incaricato di “fare rete”
Circa mezzo millimetro sotto l’epidermide, si trova il derma, un micro ambiente in gran fermento. «È composto da un’intricata rete di fibre, il sangue vi pulsa nei vasi, le cellule immunitarie si aggirano instancabili, dai follicoli nascono i peli e dalle ghiandole sudoripare evaporano i liquidi. Qui si trovano le cellule che percepiscono il tatto», descrive la scienziata.
È parte del tessuto connettivo e, come tale, garantisce a questo strato della pelle le sue caratteristiche. È al tempo stesso resistente e flessibile, perché combina fibre elastiche con sostanze che trattengono l’acqua (come l’acido ialuronico). «Tiene saldamente uniti l’epidermide e il tessuto sottocutaneo eppure si espande a ogni respiro e movimento», sottolinea l’autrice nel suo libro. Fa “da mediatore” tra diverse forze in gioco (trazione, pressione e sollecitazioni) e, proprio in virtù della sua struttura a rete, può essere tirato in qualsiasi direzione senza cedere.
Pelle e tatto: così nasce il legame con gli altri
Ed è proprio qui, sulla pelle come sede del senso tattile, che si evidenzia la lettura originale di Giulia Enders. «Quando viene toccata, la pelle smette di essere solo una barriera: quello che normalmente ci isola dal mondo diventerà un sensore», scrive nel suo libro. Il tatto, spiega, si basa sulla percezione corale di milioni di cellule, alcune in grado di captare la tensione, altre la rapidità del tocco. Ed è proprio quest’ultima caratteristica a rendere il contatto piacevole e, «precisamente la velocità di 3 centimetri al secondo», sottolinea. Proprio l’intensità con cui le madri accarezzano i loro bambini.
Non a caso, le recenti ricerche si sono concentrate proprio sul potere benefico del tocco affettuoso sul corpo. Tra gli studi citati dall’autrice, quello sull’effetto del contatto pelle a pelle tra genitori e neonati prematuri rispetto ai piccoli che, alla nascita, vengono scaldati nell’incubatrice. «I primi dormono meglio, sono più resistenti allo stress e ottengono punteggi più alti nei test cognitivi». Beneficio che vale anche per i bambini arrivati a termine rispetto a quelli che non hanno vissuto la stessa esperienza.
«Quando due persone si toccano», continua l’autrice nel libro, «si crea un legame noto come “sincronizzazione interpersonale” (…). Cercando di spiegare il fenomeno, i ricercatori spaziano dal rilascio di ormoni calmanti fino al concetto di “espansione del corpo”, intendendo la capacità del cervello di includere temporaneamente un’altra persona nel proprio senso di sé (…). Lo facciamo nell’amore, quando ci sentiamo come se ci stessimo fondendo con l’altra persona».
Toccarsi per ritrovare la vicinanza con se stessi
Il tocco ci permette anche di ritrovare noi stessi. «Quando siamo distratti, stressati o agitati e ci allontaniamo dal qui e ora del corpo, tendiamo a toccarci più spesso il viso», fa notare l’autrice. «Non si tratta di movimenti volontari, bensì di gesti seminconsci, quasi come se la mano volesse ricordare alla testa che è collegata agli arti e al busto». Secondo gli studiosi, anche in questo caso entrano in gioco ormoni rilassanti e si attivano circuiti cerebrali che rappresentano il corpo, il nostro essere fisico. Così il cervello ritrova e rinsalda il legame con l’organismo e riporta la mente al momento presente.
Per infondere sicurezza, 7 minuti di massaggio
Da un recente studio è emerso che le persone insicure e più inclini all’autocritica possono trarre notevoli benefici da un semplice massaggio alle mani di 7 minuti. I partecipanti allo studio, al termine del trattamento, affermavano di sentirsi più sicuri e rilassati. Inoltre, si dimostravano più fiduciosi e disponibili a sottoporsi a ulteriori percorsi terapeutici per superare il loro disagio emotivo.

