Non tutto quello che leggi online è scienza: la guida per non cadere nelle trappole della salute

Sui social circolano ogni giorno informazioni false o distorte che possono influenzare le nostre scelte e, alla lunga, la salute. Abbiano intervistato Alice Rotelli, chirurga vascolare e divulgatrice scientifica, che ci aiuta a riconoscere le bufale e i falsi esperti e allenare il pensiero critico

Non tutto quello che leggi online è scienza: la guida per non cadere nelle trappole della salute
Foto: iStock

Il rischio di imbattersi online in fake news pseudo-scientifiche e bufale sanitarie è sempre dietro l’angolo. E non riuscire a distinguere una notizia attendibile da una falsa è un errore che tutti possiamo commettere, condizionando in modo decisivo le scelte di oggi e, a cascata, la nostra salute di domani.

A fare chiarezza sulle principali informazioni errate che oggi circolano in rete, e a dare strumenti per distinguere l’informazione scientifica dal complottismo o dalla superficialità, è arrivato in libreria “Vaccinati contro le bufale” (DeAgostini) di Alice Rotelli, chirurga vascolare e divulgatrice scientifica. Di seguito la nostra intervista, in cui l’autrice ci avverte sui pericoli e ci spiega come trasformare l’informazione medica in un’azione attenta e consapevole.

In rete ognuno dice la sua (anche i medici) senza basi scientifiche solide

Quali sono le bufale più assurde che circolano sulla salute?

Di false convinzioni ce ne sono moltissime, in tutti gli ambiti, dalla nutrizione all’integrazione ai vaccini. Tra le più “ostiche” da smentire troviamo quelle legate all’alimentazione. Il problema è che la disinformazione parte proprio dai camici bianchi: medici, biologi nutrizionisti, dietisti, ognuno dice la sua, ma spesso senza basi scientifiche solide e sconfinando anche nel terrorismo mediatico. C’è chi demonizza lo zucchero sostenendo che nutra i tumori, chi banna dalle tavole il glutine anche per chi non soffre di celiachia, chi parla a vanvera di picchi glicemici, chi prescrive integratori per qualsiasi cosa, come fossero la panacea per tutti i mali.

Quando sui social ci troviamo davanti a un “camice bianco”, qual è la prima cosa da controllare per essere certi che non si tratti di un ciarlatano?

Essere un professionista della salute non basta: è importante verificare che la persona sia realmente competente sull’argomento di cui parla e che citi fonti affidabili. Anche scienziati, ricercatori o professori possono sbagliare o, in alcuni casi, diffondere informazioni scorrette. Per questo è fondamentale guardare se le affermazioni sono supportate da prove scientifiche solide, pubblicate su riviste autorevoli e non limitarsi al titolo professionale o al numero di follower.

Come si alimenta la disinformazione sulla salute oggi?

Spesso con stratagemmi come il clickbaiting (il sensazionalismo), il cherry picking (selezionare solo i dati o le informazioni favorevoli alla propria tesi, ignorando deliberatamente il resto del quadro generale), facendo leva sulla “pancia” delle persone, ossia la parte più emotiva e irrazionale. L’influencer sanitario ha sempre un tornaconto personale, che sia in denaro o in visibilità. Ciò che pubblica e condivide ha lo scopo di fidelizzare l’utenza per poterla poi circuire con corsi di approfondimento, visite, prodotti e trattamenti a pagamento. Un vero esperto, invece, informa le persone per mezzo delle evidenze. In ambito scientifico, il cosiddetto “principio di autorità” non vale.

C’entra anche il fatto che spesso non cerchiamo solo informazioni ma conferme alle nostre convinzioni?

È fisiologica la tendenza del nostro cervello a cercare, ricordare e dare più peso alle informazioni che confermano ciò che già pensiamo, ignorando o sottovalutando quelle che lo smentiscono. Questo meccanismo è influenzato dall’ambiente in cui viviamo, dalle persone che frequentiamo e dai contenuti che vediamo sui social, che spesso rafforzano le nostre convinzioni creando una sorta di “bolla”. Per questo è importante non accettare un’informazione come vera solo perché proviene da qualcuno di cui ci fidiamo, ma sviluppare un pensiero critico, verificando i fatti e mantenendo la disponibilità a cambiare idea quando le prove lo richiedono.

Anche le persone istruite ci cascano

Perché meccanismi cognitivi come il bias del sopravvissuto e il cherry picking sono così potenti anche in persone istruite?

Perché non dipendono dall’intelligenza, ma dal modo in cui funziona il nostro cervello. Tutti noi utilizziamo scorciatoie mentali che ci aiutano a prendere decisioni rapide, ma che possono anche portarci fuori strada. Il bias del sopravvissuto, per esempio, ci fa vedere solo chi “ce l’ha fatta”, dimenticando tutti i casi invisibili in cui la prevenzione ha funzionato perché la malattia non si è mai manifestata. Il cherry picking, invece, ci porta a dare peso solo ai dati che confermano una tesi, ignorando quelli che la smentiscono. Entrambi sono efficaci perché raccontano storie semplici e intuitive, mentre la realtà scientifica è più complessa e richiede di valutare l’insieme delle prove. Per questo nessuno è immune.

Nel proliferare delle bufale, c’è secondo lei anche una responsabilità da parte del mondo della scienza?

Per molto tempo la comunicazione della scienza è stata spesso tecnica, distante e rivolta soprattutto agli addetti ai lavori. Questo ha lasciato spazio a chi propone messaggi semplici, emotivi e apparentemente rassicuranti, anche quando privi di basi scientifiche. Detto ciò, la responsabilità principale resta di chi diffonde consapevolmente informazioni false o ingannevoli. La risposta non è abbassare il rigore scientifico, ma imparare a comunicare meglio, con un linguaggio chiaro e accessibile, senza rinunciare all’accuratezza. Oggi la divulgazione scientifica ha proprio questo compito: colmare il divario tra evidenze e pubblico, anche con un pizzico di empatia.

Dizionario antibufale

Capire come funziona la disinformazione è il primo passo per non cadere nelle trappole del web. Ecco i concetti chiave:

  • Clickbaiting (o Sensazionalismo) È la tecnica del “gancio” emotivo. Si utilizzano titoli allarmistici o sensazionalistici per attirare clic, facendo leva sulla parte più irrazionale e istintiva del nostro cervello. Spesso, dietro un titolo gridato, non c’è una reale evidenza scientifica, ma solo il bisogno di generare traffico.
  • Cherry Picking (o “Ciliegina sulla torta”) È l’arte di selezionare solo i dati (le “ciliegie”) che confermano la propria tesi, ignorando deliberatamente tutti gli altri che la smentiscono. È una pratica comune tra chi vuole manipolare l’informazione per far sembrare scientificamente valido un parere personale o un prodotto da vendere.
  • Bias del sopravvissuto È un errore cognitivo che ci porta a dare peso solo ai casi di “successo” (chi ce l’ha fatta), dimenticando tutti i casi invisibili in cui la prevenzione o la cura hanno funzionato proprio perché la malattia non si è manifestata. Ci spinge a sottovalutare l’importanza della prevenzione, facendoci credere che non serva.
  • La “Bolla” (Filter Bubble) È l’ambiente digitale in cui viviamo, creato dagli algoritmi dei social, che ci mostra solo contenuti che confermano ciò che già pensiamo. Questa “bolla” rafforza le nostre convinzioni preesistenti e ci isola dalle opinioni contrarie, rendendoci meno propensi a sviluppare un pensiero critico.
  • Principio di autorità (malinteso) In ambito scientifico, non basta un titolo professionale (o un camice bianco) per rendere vera un’affermazione. Non contano i follower o il prestigio del professore, ma le prove scientifiche solide pubblicate su riviste autorevoli. Anche un esperto può sbagliare: la scienza si basa sui dati, non sulle persone.
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