La sicurezza dei tatuaggi torna al centro delle polemiche. Colpa di un inchiostro per tattoo, ritirato dal mercato dopo che alcuni controlli hanno rilevato una concentrazione di piombo superiore ai limiti consentiti dalla normativa europea. Il Ministero della Salute ha disposto il divieto di commercializzazione, il ritiro e il richiamo del prodotto. E ha classificato il rischio come di natura chimica e potenzialmente grave. L’allerta, pubblicata il 24 settembre, riguarda il Dynamic Tattoo Ink Grey del marchio Dynamic Platinum. Il prodotto è venduto in flaconi da 30 millilitri, appartiene al lotto 111224-DP ed è realizzato dall’azienda spagnola Maimi Paint S.L. Secondo quanto comunicato dalle autorità, il pigmento potrebbe essere stato distribuito anche attraverso canali online. Al momento, tuttavia, non risultano segnalazioni di incidenti o effetti avversi collegati al suo utilizzo.
Il caso riporta l’attenzione su una questione più ampia: quanto sono controllate le sostanze iniettate nella pelle durante un tatuaggio? Negli ultimi anni il tema della sicurezza degli inchiostri dei tatuaggi è diventato sempre più centrale. L’Unione europea ha introdotto regole più rigorose per limitare l’esposizione a sostanze potenzialmente nocive. Dal 2022, infatti, il regolamento REACH impone restrizioni specifiche a numerosi composti chimici utilizzati negli inchiostri per tatuaggi e trucco permanente, compreso il piombo. In quest’ottica, i richiami rappresentano uno strumento di controllo che consente di individuare e rimuovere dal mercato i prodotti che non rispettano gli standard di sicurezza previsti dalla normativa.
Sicurezza dei tatuaggi: la normativa ci protegge
«Non è la prima volta che un prodotto viene ritirato dal mercato e, paradossalmente, questa è una buona notizia», osserva il dottor Lamberto Zocchi, specialista in Dermatologia presso Humanitas Medical Care Lingotto di Torino. «Un po’ come accade nel settore alimentare, il fatto che un inchiostro venga individuato, segnalato e ritirato dimostra che esiste un sistema di controlli capace di intercettare eventuali anomalie. In Europa la regolamentazione è particolarmente stringente e offre maggiori garanzie rispetto ad altri contesti in cui i controlli sui pigmenti sono meno rigorosi. Questo non significa che il rischio sia azzerato, ma che affidandosi a professionisti qualificati e a strutture serie ci si può sentire ragionevolmente tranquilli».
Le criticità maggiori emergono soprattutto al di fuori dei canali professionali e regolamentati. «I problemi più importanti si osservano spesso nei tatuaggi eseguiti in modo amatoriale oppure durante i viaggi all’estero, quando non si conoscono con precisione la provenienza degli inchiostri utilizzati, la loro composizione o il rispetto delle norme igieniche», spiega il dottor Zocchi. «È in queste situazioni che vediamo più facilmente infezioni, reazioni allergiche anche severe o altre complicanze che richiedono l’intervento del dermatologo».
Più che demonizzare i tatuaggi, dunque, è fondamentale prestare attenzione al contesto in cui si eseguono. La scelta di un centro qualificato, l’utilizzo di prodotti conformi alle normative e il rispetto delle procedure di sicurezza restano i principali strumenti per ridurre il rischio di complicanze.
Il rischio più frequente? Le infezioni
Sebbene la maggior parte dei tatuaggi non provochi problemi, le complicanze esistono e rappresentano una parte tutt’altro che marginale dell’attività dermatologica. «Nella maggior parte dei casi si tratta di condizioni gestibili, ma da non sottovalutare», chiarisce il dottor Zocchi. «Le infezioni compaiono generalmente nei primi giorni dopo l’esecuzione del tatuaggio. Possono manifestarsi con rossore, gonfiore, secrezioni e, nei casi più importanti, febbre e malessere generalizzato».
Di solito le infezioni sono legate a procedure non corrette, a una scarsa sterilità degli strumenti o a una cattiva gestione nella fase di guarigione. Tuttavia, anche gli inchiostri possono rappresentare una possibile fonte di contaminazione. Negli ultimi anni, diversi controlli condotti negli Stati Uniti hanno individuato batteri in confezioni sigillate di pigmenti destinati ai tatuaggi. In particolare, uno studio coordinato da ricercatori della Food and Drug Administration (pubblicato su Applied and Environmental Microbiology) ha rilevato una contaminazione batterica in circa il 35% di 75 inchiostri per tatuaggi e trucco permanente analizzati. Compresi alcuni prodotti commercializzati come sterili.
Il pericolo delle reazioni allergiche “a distanza”
Accanto alle infezioni, un’altra complicanza relativamente frequente mette in dubbio la sicurezza dei tatuaggi, ed è rappresentata dalle reazioni allergiche. «I pigmenti che danno più problemi sono soprattutto quelli colorati, in particolare il rosso e le sue sfumature. Ma possono presentarsi anche con gli altri colori, tra cui il classico nero», osserva Zocchi. «Quando la reazione è lieve si riesce generalmente a controllarla con terapie locali, ma nei casi più complessi la gestione può diventare particolarmente difficile».
Un aspetto poco noto è che queste manifestazioni non seguono sempre gli stessi tempi. Se le infezioni tendono a comparire entro pochi giorni dall’esecuzione del tatuaggio, le allergie possono emergere anche a distanza di mesi o addirittura di anni. I segnali? Edema, arrossamento, prurito e bruciore localizzati nell’area che contiene il pigmento responsabile. È una situazione che sorprende molti pazienti, perché il tatuaggio può essere rimasto completamente stabile per lungo tempo prima della comparsa dei sintomi. Nei casi più ostinati, inoltre, il problema non è sempre facile da risolvere. Una volta depositato nel derma il pigmento diventa difficile da rimuovere completamente. E alcune reazioni possono protrarsi nel tempo, richiedendo trattamenti specialistici di resezione chirurgica e un monitoraggio prolungato.
Attenzione se si soffre di psoriasi o vitiligine
Esistono poi situazioni in cui la decisione di fare un tatuaggio richiede qualche cautela in più. È il caso delle persone affette da malattie infiammatorie e autoimmunitarie della pelle, come psoriasi, vitiligine o lichen. Qui il trauma provocato dagli aghi può avere conseguenze impreviste. «Il traumatismo ripetuto causato dagli aghi può innescare il fenomeno di Koebner. Si tratta di una risposta per cui la malattia compare o si riattiva nella zona sottoposta al trauma», sottolinea Zocchi. «In pratica, l’area tatuata può diventare il punto in cui si sviluppano nuove lesioni, anche in persone la cui patologia era rimasta stabile o in remissione a lungo». Per questo motivo, la valutazione non dovrebbe limitarsi all’aspetto estetico del tatuaggio. Prima di procedere è importante considerare la propria storia clinica, la presenza di allergie, malattie dermatologiche o altre condizioni che potrebbero aumentare il rischio di complicanze.
«Un tatuatore preparato dovrebbe sempre informarsi sulle condizioni di salute rilevanti e invitare a una valutazione medica quando emergono possibili controindicazioni», osserva il dottor Zocchi. «È un passaggio fondamentale, tanto quanto l’utilizzo di pigmenti conformi alle normative o il rispetto delle procedure igieniche. In alcuni casi può essere opportuno confrontarsi preventivamente con il dermatologo, soprattutto quando sono presenti condizioni che potrebbero riattivarsi in seguito al tatuaggio».
Tatuaggi e tumori: cosa dice davvero la scienza
Uno dei timori più diffusi, inoltre, riguarda il possibile legame tra tatuaggi e tumori cutanei. Ad oggi, però, le evidenze scientifiche non consentono di affermare che gli inchiostri aumentino il rischio di melanoma o di altri tumori della pelle. «Gli studi disponibili hanno prodotto risultati non concordanti. Alcuni hanno rilevato associazioni tra tatuaggi e determinate neoplasie, ma nel complesso le evidenze non consentono ancora di stabilire un rapporto causale. Il possibile rischio a lungo termine rimane oggetto di ricerca» afferma il dottor Zocchi.
Tra i lavori più discussi c’è uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista eClinicalMedicine da un gruppo di ricercatori dell’Università di Lund, in Svezia. Analizzando oltre 11.000 persone, gli autori hanno osservato che i soggetti tatuati presentavano un rischio di linfoma leggermente più elevato rispetto ai non tatuati. I ricercatori ipotizzano che una parte dei pigmenti possa migrare verso i linfonodi e mantenere nel tempo uno stato infiammatorio di basso grado. Precisano però che i risultati non permettono di dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto e richiedono ulteriori conferme.
Il vero problema è la diagnosi precoce dei tumori
La questione oncologica esiste, ma riguarda piuttosto la capacità di individuare precocemente eventuali lesioni tumorali. «Quando parliamo di tatuaggi e tumori cutanei, è cruciale riconoscere tempestivamente una lesione sospetta», spiega il dottor Zocchi. «I pigmenti possono mascherare le modificazioni della pelle sottostante e rendere più difficile l’osservazione dermatologica. Un tumore nell’area tatuata potrebbe quindi essere individuato più tardivamente, peggiorando la prognosi del paziente». Per questo, sottolinea il dermatologo, evitare di tatuare sui nei non è sufficiente. «I professionisti più preparati sanno che è opportuno mantenere una distanza dalle lesioni pigmentate preesistenti. Ma c’è un punto che spesso sfugge. Il melanoma non nasce necessariamente da un neo, perché nella maggior parte dei casi compare su pelle prima apparentemente normale. Lasciare liberi i nei già presenti è quindi una precauzione importante, ma non elimina il rischio che un tumore possa insorgere all’interno del tatuaggio».
«Il messaggio, quindi, non è rinunciare ai tatuaggi, ma fare una scelta consapevole. Bisogna scegliere professionisti preparati e prestare attenzione a eventuali cambiamenti della pelle», conclude il dottor Zocchi. «La diagnosi precoce resta lo strumento più efficace che abbiamo contro i tumori cutanei. Per questo è importante che il tatuaggio non diventi un ostacolo all’osservazione della pelle, ma una ragione in più per eseguire controlli periodici e affidarsi a professionisti esperti».

