Ci incidiamo addosso ciò che vogliamo tenere vicino: il nome del nostro cane, una data, un segno che racconta una storia. Il tatuaggio nasce così, come memoria resa visibile. Ma sotto l’idea romantica c’è un gesto tecnico e permanente: la pelle viene tesa, l’ago lavora con ritmo costante e il pigmento viene spinto nel derma proprio perché resti, perché non venga “lavato via” dal normale ricambio cellulare. È qui che cambia il perimetro della scelta.
Perché la cute non è solo una tela: è anche una mappa clinica. Se l’inchiostro altera il modo in cui, negli anni, osserviamo nei e macchie o rende più difficile “leggere” un segnale che prima era evidente, allora il tatuaggio smette di essere soltanto estetica e diventa anche un tema di salute pubblica. Non a caso, nel disegno di legge sul melanoma discusso in Parlamento, entra un punto che sposta l’attenzione prima dell’ago: l’obbligo di consenso informato per tatuaggi e rimozione.
L’idea è semplice e decisiva: prima dell’inchiostro, informazioni chiare su rischi e precauzioni, soprattutto quando la prevenzione del melanoma passa anche da una diagnosi precoce “a vista”, cioè da ciò che riusciamo, o non riusciamo più, a vedere sulla pelle.
Il legame tra tatuaggi e melanoma
A spiegare il nesso è Laura Colli, medico chirurgo specialista in Dermatologia e Venereologia, libera professionista presso il suo ambulatorio “I Colori della Pelle – Centro Medico Colli”: «Il melanoma è un tumore per lo più cutaneo, che sta vedendo aumentare la sua incidenza di anno in anno. Attualmente, secondo i dati dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità) annualmente, in Italia, sono colpite circa tredici mila persone e ne muoiono circa 7000.
La maggior parte dei melanomi è diagnosticata precocemente e trattata chirurgicamente senza necessità di ulteriori cure e senza costituire un pericolo per la vita della persona, ma una piccola percentuale sfugge alla diagnosi precoce per le motivazioni più varie. Una di queste motivazioni può essere la presenza di tatuaggi che colorano la pelle».
Come i pigmenti dei tatuaggi “interferiscono”
Il punto è pratico: se la prevenzione si basa sulla lettura della cute, qualsiasi cosa la alteri può diventare un problema. E la diffusione dei tattoo rende il tema tutt’altro che marginale, come ricorda la dermatologa: «Un sondaggio del 2018 (Dalia Research) ha stimato che quasi la metà della popolazione italiana ha almeno un tatuaggio, attestandosi così in testa alla classifica degli Stati più tatuati, davanti a Svezia e Stati Uniti».
Dal punto di vista medico, infatti, il tatuaggio è un intervento vero e proprio. «È una modificazione corporea in cui si fanno penetrare nel derma (la parte profonda della pelle) dei pigmenti utilizzando degli aghi, in modo tale da rendere stabile la pigmentazione, che non sbiadisce col ricambio cellulare».
Ed è proprio quella stabilità, insieme alla densità dei pigmenti, a creare interferenze. «Un tatuaggio scuro o con pigmento molto denso, e soprattutto i cover-up (quelli a copertura di un disegno precedente), possono nascondere delle lesioni preesistenti o rendere invisibile l’esordio di una nuova macchia della pelle. Ancora, i tatuaggi si mescolano ai colori naturali della cute rendendo difficile valutare quello delle lesioni che vanno a coprire (come le sfumature policromatiche marronenero- blu di alcuni melanomi)».
La mappatura dei nei è ancora più necessaria
Anche la visita specialistica può diventare più complessa: «Alla dermatoscopia, che è la tecnica usata dai dermatologi per osservare a forte ingrandimento le lesioni della pelle e i loro pattern pigmentari e vascolari, la presenza di molto inchiostro rende difficoltoso interpretarne la struttura e, quindi, riconoscerle», spiega la dottoressa Colli.
«Avere dei tatuaggi rende più difficile riconoscere precocemente le lesioni cancerose, mettendo a repentaglio la vita di chi li ha; se poi sono molto estesi occorre fare la visita dei nei, spesso chiamata colloquialmente “mappatura”, da un dermatologo esperto in dermatoscopia e con la frequenza indicata dalla specialista». Il consenso informato serve se è chiaro e completo.
E l’esperta parte da un’idea semplice: «Seppur questa pratica sia vecchia quanto l’uomo e tatuaggi e salute possano andare a braccetto, non possiamo fingere che non esistano possibili rischi». Tra quelli immediati: «Si possono verificare reazioni infiammatorie acute, dovute al trauma della pelle attraverso gli aghi impregnati di inchiostri contenenti sali metallici; queste reazioni si manifestano con rossore e gonfiore che persistono anche un paio di settimane», continua la dermatologa.
«Più frequenti sono poi le infezioni cutanee, batteriche, virali, fungine o da micobatteri; possono essere causate per inoculazione, con inchiostri o strumentario contaminati, o per penetrazione di microrganismi nella pelle durante la procedura del tatuaggio, oltre che igiene inadeguata nel periodo di guarigione».
I tattoo possono causare reazioni allergiche e immunitarie
Il consenso deve includere anche ciò che può accadere nel tempo: «Esistono poi le reazioni eczematose da ipersensibilità, cioè le dermatiti allergiche e le fotodermatiti, scatenate dalla luce solare. Uno degli inchiostri che causa la maggior parte di queste reazioni è quello rosso. I pigmenti dei tatuaggi subiscono da parte del nostro organismo dei cambiamenti continui, quindi è impossibile sapere a priori se un giorno un inchiostro potrà causare un’allergia. Le reazioni fotoaggravate si verificano quando il tatuaggio è esposto alla luce solare e appaiono gonfiore e rossore nella zona del disegno o di un particolare colore», continua la dottoressa Colli.
«Possono inoltre verificarsi reazioni infiammatorie croniche, dette granulomatose, nelle quali i granuli di pigmento agiscono come corpi estranei nell’organismo scatenando una risposta immunitaria contro di loro. Questo meccanismo può portare allo sviluppo di lesioni come quelle lichenoidi o pseudolinfomatose, che simulano un linfoma e che spesso necessitano di approfondimenti chirurgici e istologici come la biopsia della pelle».
Infine, i tatuaggi possono causare problemi durante l’esecuzione di alcuni esami diagnostici come la risonanza magnetica nucleare: «Il campo magnetico potrebbe generare una corrente negli inchiostri contenenti sali di metallo, provocando il loro surriscaldamento e conseguenti ustioni alla pelle tatuata», avverte l’esperta.
Regole di igiene e cura chiare e condivise
Il consenso informato, però, non dovrebbe fermarsi ai rischi: deve guidare anche nella parte pratica, aiutando a capire come prepararsi e cosa pretendere dallo studio. Igiene e strumenti, gestione della guarigione, indicazioni scritte su cosa fare e cosa evitare, e un riferimento chiaro se compaiono reazioni anomale.
Sul fronte della cicatrizzazione: «Sempre parlando della guarigione, non possiamo non pensare a chi ha una predisposizione a cicatrizzare male, con formazione di cicatrici ipertrofiche e spesse e cheloidi: un bel tatuaggio si potrebbe trasformare in una cicatrice dolorosa e difficile da trattare», spiega la dermatologa.
Ci sono poi situazioni in cui è meglio rimandare: «In ultimo, ma non per importanza, voglio sottolineare che ci sono condizioni che sconsigliano l’esecuzione di tatuaggi: la gravidanza e l’allattamento e le terapie oncologiche, chemioterapiche o radioterapiche. In questi casi il sistema immunitario è fragile e il rischio di infezioni o di complicanze è maggiore», conclude.
Informati anche sulla rimozione
Sul versante rimozione, l’idea del “tornare indietro” va ridimensionata: è un processo ben più lungo e costoso che farsi un tattoo. «Nonostante la tecnologia abbia fatto passi da gigante, per rimuovere un tatuaggio è indispensabile il gioco di squadra tra i laser maneggiati dal medico e il sistema immunitario del paziente», sottolinea la dottoressa Laura Colli.
Anche sui tempi bisogna essere ben informati: «Sono richiesti dai 5 ai 12 trattamenti di media, a intervalli di 6-8 settimane ciascuno, e va utilizzato un laser apposito per il colore del pigmento del tatuaggio. I colori giallo e bianco sono i più difficili da cancellare», continua.
Il meccanismo è questo: il laser va a frammentare, facendoli letteralmente esplodere, i granuli di pigmento permettendo al sistema immunitario di eliminare più facilmente questi residui. E le possibili conseguenze vanno spiegate con chiarezza: «Le complicanze dei trattamenti laser possono includere la formazione di cicatrici, il viraggio di colore di alcuni pigmenti, l’insorgenza di reazioni allergiche quando i granuli di inchiostro vengono colpiti dal laser e si disperdono nel tessuto cutaneo», spiega la dermatologa.
«Un altro modo di rimuovere i tatuaggi, magari quelli piccoli, è il trattamento chirurgico di asportazione: in questo caso resterà una cicatrice».
Tatuaggi, quando essere più prudenti
1. Tumore cutaneo
Ci sono profili per cui la prudenza deve essere più alta: «Intanto accortezza per le persone che hanno già avuto un tumore della pelle, che dovrebbero preferire tatuaggi a linee sottili, di colori chiari e che non vadano a coprire le cicatrici chirurgiche. Il tatuaggio potrebbe mascherare eventuali recidive della malattia e nuovi tumori cutanei, ritardando o rendendo impossibile la diagnosi», avverte Laura Colli, dermatologa.
2. Patologie infiammatorie o autoimmuni
«Nelle persone con malattie infiammatorie croniche, come la psoriasi, si potrebbe scatenare nella sede del trauma dell’ago una riacutizzazione della malattia, fenomeno conosciuto come isomorfismo reattivo di Koebner. Dovrebbe inoltre prestare attenzione anche chi soffre di patologie autoimmuni, soprattutto di connettivopatie, come il lupus: il sistema immunitario potrebbe reagire in modo inaspettato a un corpo estraneo come l’inchiostro», spiega l’esperta.
3. Farmaci e terapie
«Chi assume anticoagulanti e antiaggreganti potrebbe patire un sanguinamento eccessivo durante l’esecuzione del tatuaggio, il che potrebbe compromettere il lavoro del tatuatore e la tenuta del colore. Inoltre chi assume cortisonici o altri immunosoppressori è più esposto a infezioni batteriche durante la fase di guarigione del tatuaggio», conclude la dermatologa.

