RJ Mitte, la morte e la malattia oltre Breaking Bad: che cos’è la paralisi cerebrale infantile

RJ Mitte è mancato a 34 anni, ma non per la sua patologia. Qui parliamo con l’esperto della paralisi cerebrale infantile con cui l’attore ha convissuto, lottando contro lo stigma sulla disabilità

RJ Mitte, la morte e la malattia oltre Breaking Bad: che cos’è la paralisi cerebrale infantile
Foto: Getty

La notizia della morte a soli 34 anni dell’attore e attivista RJ Mitte – celebre per aver interpretato Flynn nella serie cult Breaking Bad – ha riportato l’attenzione pubblica sulla paralisi cerebrale infantile. Mitte, affetto da questa condizione fin dall’infanzia, ne aveva fatto un punto di forza, diventando un riferimento globale nel rappresentare e promuovere i diritti delle persone con disabilità.

Per RJ Mitte, ha sempre parlato della paralisi cerebrale infantile non come una condanna o una vergogna. Fin dai suoi interventi pubblici nelle università e nelle associazioni no-profit come Best Buddies o United Cerebral Palsy, l’attore ha sempre rifiutato la narrazione pietistica, come aveva sottolineato tempo fa in un discorso allo UNC Genome Sciences Building: «Tecnicamente, gran parte delle persone affronta una sfida fisica o mentale. In realtà, la percentuale è del 100%: ognuno ha i propri difetti, le proprie fragilità. La disabilità è qualsiasi ostacolo ti si ponga davanti, ma è anche fonte di conoscenza».

Uno dei messaggi più forti lanciati dall’attore riguarda il diritto a una vita attiva e piena per chi vive con una disabilità. La battaglia contro la malattia lui l’ha vissuta sulla propria pelle: dalle sedia a rotelle e le stampelle dell’infanzia, con anni di dolorosa terapia occupazionale, fino ad arrivare a camminare senza sostegni e a conquistare le luci di Hollywood. La sua morte (il portavoce dell’attore ha confermato che si è trattato di suicidio) ha fatto sorgere numerosi interrogativi proprio perché questo appare in contrasto con il messaggio importante di lotta alla malattia che Mitte in vita ha ribadito più volte. Ma che cos’è esattamente la paralisi cerebrale infantile? Quali sono le sue implicazioni sulla salute e come si gestisce?

Che cos’è la paralisi cerebrale infantile

La paralisi cerebrale infantile (PCI) è un gruppo di disturbi permanenti del movimento e della postura che causano una limitazione dell’attività. È dovuta a un danno neurologico o a uno sviluppo anomalo del cervello, verificatosi prima, durante o subito dopo la nascita (generalmente entro i primi anni di vita, quando il cervello è ancora in fase di sviluppo).

Non si tratta di una malattia progressiva o degenerativa: il danno cerebrale in sé non peggiora nel tempo, anche se i sintomi e le complicazioni muscolo-scheletriche possono evolvere con l’età. Le principali tipologie della paralisi cerebrale infantile:

  • Spastica: è la forma più comune (circa l’80% dei casi), caratterizzata da rigidità muscolare e movimenti spastici o contratti.
  • Atetosica / Discinetica: caratterizzata da movimenti involontari e incontrollati delle mani, delle braccia o dei piedi.
  • Atassica: attacca l’equilibrio e la coordinazione motoria, rendendo difficili camminare o compiere gesti di precisione.
  • Mista: quando sono presenti sintomi riconducibili a più di una forma.

Le cause e i fattori di rischio della paralisi cerebrale infantile

Il danno cerebrale causato dalla PCI può derivare da diversi fattori. Tra i principali:

  • Mancanza di ossigeno (asfissia neonatale): durante il parto o nelle prime fasi di vita.
  • Infezioni materne o neonatali: ovvero infezioni contratte dalla madre durante la gravidanza (per esempio rosolia, citomegalovirus) o infezioni come la meningite nei primi mesi di vita.
  • Prematurità e basso peso alla nascita: i neonati fortemente pretermine sono esposti a un rischio maggiore di emorragie cerebrali.
  • Traumi o ictus neonatale: lesioni cerebrali traumatiche o problemi vascolari nei primi giorni o anni di vita.

Rischi e aspettativa di vita

Di per sé, la paralisi cerebrale non è una patologia fatale. La stragrande maggioranza delle persone affette ha un’aspettativa di vita simile a quella della popolazione generale, in particolare nei casi di gravità lieve o moderata (come nel caso dell’attore RJ Mitte). Tuttavia, il rischio di complicazioni o di una ridotta aspettativa di vita aumenta nei casi molto severi. Può dare, infatti, gravi problemi respiratori, come la difficoltà di deglutizione, che possono portare ad aspirazione di cibo nei polmoni (polmonite ab ingestis). Può generare anche convulsioni severe ed epilessia non controllata. Infine, può creare grave immobilità, che favorisce infezioni croniche, piaghe da decubito o problemi cardiocircolatori.

Conseguenze e sintomi associati

Oltre alle limitazioni motorie, la paralisi cerebrale può comportare una serie di sfide e problematiche secondarie quali contratture muscolari, deformità ossee o scoliosi causate dalla rigidità prolungata; problemi di linguaggio e deglutizione (disartria e disfagia) con difficoltà ad articolare le parole o a ingerire cibi e liquidi; dolore cronico derivante dallo sforzo muscolare, dalla spasticità o da problemi alle articolazioni e problematiche cognitive o sensoriali che in alcuni casi si associano deficit uditivi, visivi o disabilità intellettive (sebbene molte persone con PCI mantengano capacità cognitive del tutto integre).

Trattamenti e terapie

Attualmente non esiste una cura risolutiva per guarire il danno cerebrale sottostante, ma esistono diversi interventi in grado di migliorare significativamente la qualità della vita, l’autonomia e la mobilità dei pazienti. Spesso si eseguono:

  • Fisioterapia e terapia occupazionale per rafforzare i muscoli, migliorare la coordinazione e prevenire le contratture articolari.
  • Logopedia, utile a facilitare la comunicazione e migliorare la deglutizione.
  • Terapie farmacologiche con uso di infiltrazioni di tossina botulinica per ridurre la spasticità muscolare focalizzata.
  • Infine, gli Interventi chirurgici per allungare muscoli/tendini o correggere la postura delle articolazioni; in casi selezionati, vengono eseguiti anche interventi neurochirurgici (come la rizotomia dorsale selettiva).

Ai pazienti, inoltre, vengono forniti tutori, deambulatori, sedie a rotelle o dispositivi di comunicazione aumentativa. In sintesi, la paralisi cerebrale infantile richiede un approccio multidisciplinare e una rete di supporto integrata. Con una diagnosi precoce e percorsi terapeutici adeguati, molte persone affette da PCI riescono a condurre una vita autonoma, soddisfacente e ricca di traguardi personali e professionali.

Il prof Domenico Curci, specialista in Ortopedia Pediatrica, afferma che «È importante che la diagnosi avvenga in tenera età. Tale diagnosi può richiedere diversi passaggi, tra cui il monitoraggio dello sviluppo, chiamato anche sorveglianza. Ciò significa monitorare la crescita e lo sviluppo di un bambino nel tempo. Se durante il monitoraggio vengono sollevate preoccupazioni sullo sviluppo del bambino, è necessario eseguire dei test di screening dello sviluppo il prima possibile». L’esperto spiega inoltre che «Durante lo screening dello sviluppo, viene somministrato un test per vedere se il bambino ha dei ritardi specifici, come ritardi motori o non motori e magari anche di apprendimento. Se i risultati dei test di screening sono di motivo di preoccupazione, il medico farà una valutazione di sviluppo più specifica. Ad esempio, valutazioni radiologiche, attraverso risonanza magnetica. Quindi, verrà richiesta, eventualmente, una risonanza magnetica encefalica o talvolta esami per escludere patologie ereditarie metaboliche o neurologiche. Dunque, se si sospetta una paralisi cerebrale infantile, è indispensabile identificare il disturbo di base».