Fino a questa estate era nota solo ai veterinari con il nome di “malattia della pioggia” perché associata all’umidità e alle forti precipitazioni piovose. Ma i riflettori dei sistemi sanitari europei si sono accesi quando, in un report di giugno scorso, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha detto di aver «registrato focolai da dicembre 2025» in diversi Paesi europei.
Cos’è la “malattia della pioggia”
“Malattia della pioggia” è il soprannome con cui è indicata la dermatofilosi, un’infezione della pelle storicamente diffusa tra gli animali domestici. Sebbene il rischio per la popolazione generale rimanga basso, comprendere la natura di questa condizione, le sue dinamiche di trasmissione e le strategie terapeutiche è essenziale per prevenire complicanze.
«È aumentata l’attenzione perché i diversi focolai recenti sembrano indicare una maggiore trasmissione tra le persone. Al 20 agosto 2026 sono stati segnalati 123 casi in 10 Paesi europei tra cui Francia Germania, Spagna, Austria, Norvegia, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Svizzera, UK. L’Italia non risulta tra i Paesi coinvolti», spiega la presidente dell’Associazione mondiale malattie infettive e disordini immunologici e professore ordinario di Pediatria dell’Università di Parma Susanna Esposito.
«Questa infezione cutanea è causata dal batterio Dermatophilus congolensis, un batterio che colpisce principalmente i bovini, ma anche altri animali domestici e selvatici e finora aveva provocato solo sporadicamente infezioni umane».
Come si manifesta la dermatofilosi
La peculiarità di questo agente patogeno è il suo ciclo vitale: produce spore mobili chiamate zoospore che, in presenza di umidità e pioggia prolungata, si attivano e riescono a penetrare attraverso microlesioni della barriera cutanea.
Una volta penetrato negli strati superficiali dell’epidermide, il batterio genera lesioni tipiche: formazione di croste spesse sotto le quali la pelle appare arrossata, umida ed essudativa; pustole e papule pruriginose o dolenti e desquamazione accentuata; eritemi.
Come si contrae la malattia della pioggia
La via primaria di trasmissione della dermatofilosi è sempre stata di tipo zoonotico, ossia attraverso il contatto diretto con animali infetti o superfici contaminate. Tuttavia, le dinamiche di contagio includono differenti modalità.
L’agenzia Ue ha ipotizzato «un possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione, con la trasmissione da uomo a uomo tramite stretto contatto fisico come via più probabile, sebbene non si possa escludere la trasmissione indiretta tramite superfici e oggetti contaminati».
La dottoressa Esposito spiega che «nei casi umani preoccupa il contatto fisico ravvicinato. In alcuni focali è stata vista un’associazione con la frequentazione di alcune saune anche se tuttora ci sono studi in corso».
Chi è a rischio
Il batterio necessita di specifiche condizioni predisponenti per insediarsi. Le categorie maggiormente vulnerabili includono: lavoratori del settore zootecnico e veterinario che maneggiano quotidianamente animali esposti a pioggia o ambienti umidi; soggetti con cute danneggiata (presenza di escoriazioni, rasature recenti, dermatiti pregresse o microferite che annullano la funzione barriera dell’epidermide).
Individui con difese immunitarie ridotte (a causa di terapie farmacologiche, patologie croniche o stress sistemico) manifestano una maggiore suscettibilità e forme cliniche più severe. L’esposizione prolungata a vestiti umidi e ad ambienti saturi d’acqua crea il microclima ideale per la proliferazione delle spore.
Diagnosi, prevenzione e terapie
La diagnosi tempestiva è fondamentale per evitare sovrainfezioni batteriche secondarie. È eseguita mediante osservazione clinica e confermata tramite esame citologico (con colorazione di Gram o Giemsa) delle croste.
«È bene evitare il contatto con persone con lesioni cutanee evidenti, perché la malattia causa pustole che possono comparire in diverse parti del corpo», afferma Esposito. «Nei casi europei la malattia è risultata lieve e i pazienti hanno risposto bene alle pomate antibiotiche».
La professoressa conclude in modo rassicurante: «Al momento non possiamo preoccuparci, quindi non farei dell’allarmismo».

