Un risultato inatteso, emerso da una sperimentazione internazionale presentata al recente congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago, sta suscitando un cauto ma crescente entusiasmo nella comunità scientifica mondiale. Un nuovo farmaco orale, denominato GRWD5769 e sviluppato dalla biotech britannica Greywolf Therapeutics, potrebbe offrire una nuova strategia contro uno dei meccanismi più insidiosi dei tumori: la loro capacità di sfuggire al controllo del sistema immunitario.
Lo studio, condotto in Regno Unito, Francia, Spagna e Australia, ha coinvolto 83 pazienti affetti da sei tra le forme tumorali più diffuse e difficili da trattare: tumori della cervice uterina, della vescica, del fegato, del colon-retto, del polmone e del distretto testa-collo. Tutti i partecipanti avevano già esaurito le opzioni terapeutiche disponibili, compresa l’immunoterapia, che aveva progressivamente perso efficacia.
Come agisce il farmaco sui tumori
La nuova molecola GRWD5769 agisce su uno dei stratagemmi che le cellule tumorali usano per sfuggire al sistema immunitario, cioè la capacità di rendersi “invisibili” alle difese dell’organismo. Il bersaglio è ERAP1, un enzima che ha un ruolo importante proprio nel modo in cui il sistema immunitario riconosce ciò che deve attaccare.
«Normalmente questo enzima serve a mantenere in equilibrio la risposta immunitaria, evitando che diventi eccessiva», spiega il professor Fortunato Ciardiello, ordinario di Oncologia Medica all’Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli. «Lavora su alcune proteine in modo che possano essere presentate correttamente alle cellule del sistema immunitario, che così imparano a distinguere ciò che è sano da ciò che è pericoloso. Alcuni tumori però riescono a sfruttare questo meccanismo a proprio vantaggio, riducendo la loro visibilità e sfuggendo così al controllo immunitario».
Intervenendo su ERAP1, il farmaco punta quindi a riaccendere il riconoscimento del tumore da parte del sistema immunitario, rendendolo più esposto all’attacco delle cellule difensive. «Se si blocca questo meccanismo, le cellule tumorali tornano più facilmente riconoscibili», indica l’esperto. «È come se si togliesse un ulteriore livello di protezione al tumore, facilitando il lavoro del sistema immunitario e rendendo anche più efficace l’immunoterapia».
I primi risultati dello studio
I dati disponibili, ancora preliminari, suggeriscono un’attività del trattamento in una parte dei pazienti coinvolti, tutti con malattia avanzata e già resistenti alle terapie standard. In 26 casi si è osservata una riduzione delle dimensioni del tumore e in 15 di questi il calo è stato superiore al 30%. In altri pazienti la malattia è rimasta stabile per un periodo di alcuni mesi.
«Tutti questi risultati vanno letti con estrema cautela perché siamo nella prima fase della sperimentazione sull’uomo», sottolinea il professor Ciardiello. «Si tratta di segnali incoraggianti, ma ancora assolutamente preliminari. Anche la capacità di tenere sotto controllo la malattia a sei mesi varia a seconda del tipo di tumore: si va da circa il 18% nei tumori della cervice uterina fino a valori superiori al 50% in alcune forme di tumore del colon-retto e del polmone».
Una fase ancora iniziale
Lo studio si trova in fase 1, cioè quella iniziale della sperimentazione nell’uomo, in cui l’obiettivo principale è verificare la sicurezza e la tollerabilità del trattamento. In questa fase, l’efficacia terapeutica è ancora tutta da confermare e rappresenta solo un’ipotesi da esplorare nei passaggi successivi.
«I dati vengono presentati come un punto di partenza: saranno necessari studi di fase 2 e fase 3, più ampi e rigorosi, per capire se questa strategia possa davvero funzionare nella pratica clinica», precisa il professor Ciardiello. «I tempi della ricerca oncologica sono lunghi per natura e, anche nello scenario più favorevole, servono molti anni prima che una terapia possa arrivare ai pazienti».
Il senso della ricerca
Oltre al singolo farmaco, il dato più importante riguarda il modo in cui sta evolvendo l’oncologia moderna. I tumori non sono più considerati entità uniche, ma malattie estremamente eterogenee. «Le neoplasie sono una galassia di malattie diverse», ammette il professor Ciardiello. «Anche all’interno dello stesso organo esistono sottotipi molto differenti tra loro e questo cambia completamente l’approccio terapeutico. Dobbiamo conoscere la carta d’identità molecolare del singolo tumore nel singolo paziente, perché solo così possiamo scegliere le terapie più appropriate e combinarle nel modo più efficace possibile».
Da questa evoluzione nasce l’oncologia di precisione, un approccio che non si basa più su protocolli standardizzati, ma sulle caratteristiche biologiche del tumore e del paziente. La complessità crescente delle cure rende però sempre più necessario un lavoro di squadra tra specialisti diversi. «Oggi il trattamento di un paziente oncologico richiede team integrati: oncologi, chirurghi, radiologi, anatomopatologi e biologi molecolari», conclude l’esperto. «Solo in centri ad alta specializzazione è possibile gestire in modo adeguato questa complessità».
In questo scenario si inserisce anche GRWD5769, ancora lontano dall’uso clinico ma già indicativo di una direzione precisa: non colpire il tumore con un’unica arma, ma smontarne progressivamente i meccanismi di difesa. Se le prossime fasi di studio confermeranno i primi segnali, potrebbe diventare uno degli strumenti di questa nuova strategia.

