
Le malattie infiammatorie croniche intestinali o IBD (Inflammatory Bowel Diseases) affliggono circa 150.000-200.000 italiani, insorgono soprattutto nella fascia di età compresa fra i 15 e i 40 anni, e sono patologie croniche per le quali non esiste al momento un trattamento risolutivo.
Queste tipologie di disturbo si manifestano con periodi di riacutizzazione alternati a periodi di remissione, condizionano pesantemente la vita di chi ne soffre e dei familiari e pesano notevolmente anche sulla spesa pubblica socio-sanitaria.
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Le IBD più diffuse e comuni sono sicuramente la colite ulcerosa e il morbo di Crohn. Entrambe sono accomunate da periodi di riacutizzazione alternati a fasi di remissione, e sono caratterizzate da diarrea, febbre, dimagrimento, profonda stanchezza e inappetenza, ma si differenziano per localizzazione e natura dell’infiammazione della mucosa intestinale.
Nella fase di riacutizzazione il paziente può necessitare di interventi clinico-strumentali e terapeutici che lo costringono a non lavorare ed è per questo che le IBD sono vere e proprie malattie sociali.

L’incidenza delle IBD è in continua crescita: per fortuna, rispetto a vent’anni fa, ci sono maggiori possibilità di approccio terapeutico.
Le IBD, ormai, non si curano più solo con corticosteroidi e immunosoppressori tradizionali (farmaci non sempre soddisfacenti in termini di efficacia e sicurezza di impiego), ma anche con farmaci biotecnologici che permettono di promuovere e mantenere la remissione dei sintomi in pazienti gravi o non responsivi ai trattamenti convenzionali.

Nonostante gli ottimi progressi nel settore, a differenza di altre patologie immuno-mediate come l’artrite reumatoide o la psoriasi, per le IBD al momento è disponibile per l’impiego clinico una sola classe di farmaci biotecnologici, gli anti-TNF che tuttavia presentano alcune problematiche, quali la refrattarietà al trattamento per alcuni pazienti, una risposta positiva solo parziale per altri e la concreta possibilità di reazioni avverse anche molto gravi.

Gli studi che cercano di scoprire nuovi farmaci biotech per le IBD per fortuna non mancano: molto promettente, in questo senso, è il filone di ricerca dei farmaci anti-integrine, fattori molecolari che svolgono un ruolo importante nella mediazione dell’attività infiammatoria delle cellule immunitarie sia nella colite ulcerosa che nel morbo di Crohn.
A breve, anche in Italia, una molecola di questa classe sarà disponibile per l’impiego clinico.

Come spiega il dottor Corrado Blandizzi, professore Ordinario presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa, «al momento attuale, purtroppo, le cause che determinano lo sviluppo di IBD sono ancora sconosciute, anche se sicuramente vi è una compartecipazione di fattori ambientali e genetici».
«Gli studi epidemiologici e clinici svolti in questo contesto hanno infatti evidenziato come vari fattori, di natura genetica, immunitaria e ambientale, possano contribuire allo sviluppo e progressione delle IBD, ivi comprese le abitudini alimentari, l’ansia, lo stress e l’esposizione a radicali ossidanti. È stato anche ipotizzato che vivere in città, senza la compagnia di animali domestici e lontano da aree rurali o ricche di verde, possa determinare un aumento del rischio di IBD. Tutti questi fattori sembrano contribuire in maniera significativa all’insorgenza delle IBD, ma in misura variabile» conclude l’esperto.

