Da qualche anno i social network sono parte integrante della quotidianità degli adolescenti. Tra video, chat e contenuti che si susseguono senza sosta, smartphone e piattaforme digitali occupano una porzione sempre più ampia del tempo libero, ma spesso anche delle ore dedicate allo studio. È quindi naturale chiedersi se questa abitudine possa avere un impatto sul rendimento scolastico.
Ne abbiamo parlato con la dottoressa Carla Buttafoco, psicologa e mediatrice familiare, che ci ha aiutato a comprendere come le modalità di utilizzo dei social possano influenzare concentrazione, memoria e capacità di apprendimento. A offrire nuovi elementi di riflessione è anche una recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature Human Behaviour, secondo cui un utilizzo precoce e intenso dei social network risulterebbe associato a risultati scolastici meno brillanti.
«Dal mio punto di vista, però, quando parliamo di adolescenti e social è importante evitare una lettura troppo semplicistica» spiega la Dott.ssa Buttafoco «Non credo sia sufficiente chiedersi quante ore un ragazzo trascorra davanti allo schermo: è altrettanto importante capire che cosa rappresenti quel telefono per lui, quale bisogno soddisfi e quanto spazio stia occupando rispetto al sonno, allo studio, alle relazioni e alle altre attività».
Lo studio ha preso in esame migliaia di studenti italiani, seguendone il percorso scolastico e mettendo in relazione alcune abitudini digitali con i risultati ottenuti nelle prove Invalsi. Dall’analisi è emersa un’associazione tra l’apertura di un account social in età molto giovane e punteggi mediamente inferiori, soprattutto nelle prove di italiano e matematica.
È importante, però, interpretare questi risultati con cautela. I ricercatori non affermano che siano i social network a causare direttamente un peggioramento dei voti. Parlano piuttosto di una correlazione, cioè di un legame statistico che suggerisce come determinate abitudini digitali possano rappresentare uno dei tanti fattori coinvolti nel percorso scolastico di un ragazzo. Le variabili che influenzano l’apprendimento, infatti, sono numerose e comprendono il contesto familiare, la qualità dell’insegnamento, le caratteristiche individuali e il benessere psicologico.
«Questa precisazione è fondamentale anche dal punto di vista clinico. Nel lavoro con adolescenti e famiglie vedo spesso quanto sia rischioso cercare una sola causa per spiegare una difficoltà scolastica. Un calo dei voti può essere collegato a moltissimi fattori: una difficoltà emotiva, un momento di cambiamento, problemi nelle relazioni con i coetanei o in famiglia, una scarsa motivazione o anche semplicemente un metodo di studio non adeguato. Il telefono può inserirsi in questo quadro, ma non necessariamente esserne l’origine».
Secondo gli esperti, il punto non è semplicemente quanto tempo si trascorre online. A fare la differenza è soprattutto il modo in cui i social vengono utilizzati. Passare continuamente da un’app all’altra, interrompere lo studio per controllare una notifica o dedicare pochi secondi a decine di contenuti diversi abitua il cervello a una continua alternanza di stimoli. In questo contesto diventa più difficile mantenere l’attenzione su un compito che richiede concentrazione prolungata, come leggere un testo, risolvere un problema o memorizzare nuove informazioni.
La capacità di concentrarsi è una competenza che si sviluppa nel tempo e che, durante la preadolescenza e l’adolescenza, attraversa una fase particolarmente delicata. Se il cervello viene continuamente sollecitato da contenuti rapidi e gratificazioni immediate, può risultare più faticoso dedicarsi ad attività che richiedono pazienza, impegno e tempi più lunghi di elaborazione.
«È un aspetto che incontro spesso anche nel confronto con i genitori: “Mio figlio non riesce più a studiare”. In questi casi trovo utile non trasformare immediatamente il telefono nel colpevole, ma osservare che cosa succede durante lo studio. Il ragazzo riesce a stare su una pagina senza interrompersi? Riesce a tollerare la fatica quando un esercizio non gli riesce? Oppure cerca immediatamente uno stimolo più gratificante? Studiare, infatti, significa anche imparare a stare nella fatica e nella frustrazione. È una competenza che non si costruisce soltanto sui libri, ma attraverso esperienze quotidiane nelle quali impariamo che non tutto deve essere immediatamente interessante o gratificante».
L’età conta davvero?
Uno degli aspetti più interessanti messi in evidenza dalla ricerca riguarda il momento in cui gli adolescenti iniziano a utilizzare i social network. Chi entra molto presto nel mondo delle piattaforme digitali tende infatti a mostrare, negli anni successivi, risultati scolastici mediamente inferiori rispetto ai coetanei che iniziano più tardi.
Questo non significa che esista un’età “magica” oltre la quale i social diventino improvvisamente innocui. Piuttosto, suggerisce che anticipare l’esposizione in una fase dello sviluppo in cui il cervello sta ancora costruendo importanti capacità cognitive possa rendere più complesso gestire le continue distrazioni offerte dall’ambiente digitale. È un elemento che invita famiglie e scuola a riflettere sull’importanza di accompagnare gradualmente i ragazzi nell’utilizzo delle tecnologie.
«L’età, però, non va considerata soltanto dal punto di vista delle capacità cognitive. L’adolescenza è anche il periodo in cui il gruppo dei pari assume un’importanza enorme e in cui il bisogno di sentirsi accettati e appartenenti diventa particolarmente forte. Per questo, per un ragazzo, il social non è semplicemente un’applicazione: può diventare un luogo nel quale cerca conferme, relazioni e riconoscimento. È anche per questo che dire a un adolescente “spegni il telefono” può essere molto più difficile di quanto noi adulti immaginiamo. Prima di intervenire, può essere utile capire che cosa teme di perdere quando si disconnette».
I risultati dello studio non devono essere interpretati come una condanna delle piattaforme digitali. I social infatti rappresentano oggi uno spazio di relazione, informazione e creatività che può offrire anche opportunità positive. Attraverso questi strumenti gli adolescenti possono coltivare interessi, sviluppare competenze digitali e, in alcuni casi, persino migliorare la conoscenza delle lingue straniere grazie all’esposizione quotidiana a contenuti internazionali.
La vera sfida consiste quindi nell’imparare a utilizzarli in modo equilibrato. Stabilire momenti della giornata dedicati esclusivamente allo studio, limitare le distrazioni durante i compiti, evitare lo smartphone prima di dormire e favorire attività sportive, lettura e relazioni dal vivo sono strategie che possono aiutare i ragazzi a costruire un rapporto più sano con il mondo digitale.
«Il mio suggerimento ai genitori è di non trasformare questa educazione in una continua guerra sul telefono. Un limite è necessario, ma è altrettanto importante spiegare il senso di quel limite e aiutare il ragazzo a costruire progressivamente la propria capacità di autoregolarsi. Non dobbiamo soltanto insegnare a un adolescente quando spegnere il telefono: dobbiamo aiutarlo a riconoscere quando il telefono sta iniziando a scegliere al posto suo».
Educare all’equilibrio digitale
Più che vietare l’accesso ai social dunque, gli esperti parlano oggi di educazione digitale. L’obiettivo non è eliminare uno strumento ormai parte della vita quotidiana, ma insegnare ai giovani a gestirlo con consapevolezza. Comprendere quando è il momento di mettere da parte il telefono, imparare a riconoscere le distrazioni e sviluppare una maggiore capacità di autoregolazione sono competenze che possono fare la differenza non solo nel percorso scolastico, ma anche nel benessere psicologico e nelle relazioni.
«C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante: la capacità di stare nella noia. Nella mia esperienza, molti ragazzi sono abituati a riempire immediatamente ogni momento vuoto con uno stimolo. Ma la noia non è necessariamente qualcosa da eliminare: può essere uno spazio nel quale imparare a stare con se stessi, trovare autonomamente qualcosa da fare e tollerare l’assenza di una gratificazione immediata. Anche per questo credo che educare al digitale significhi restituire valore a esperienze che sembrano molto semplici: leggere, fare sport, parlare guardandosi negli occhi, aspettare, annoiarsi. Non perché siano “migliori” dei social, ma perché allenano competenze diverse e complementari».
Qual è il messaggio dello studio
Il messaggio che emerge dalla ricerca è quindi più articolato di quanto possa sembrare. I social network non determinano automaticamente un calo del rendimento scolastico, ma un utilizzo intenso, precoce e poco controllato può rappresentare un elemento di rischio per la concentrazione e l’apprendimento. Accompagnare gli adolescenti verso un uso più consapevole della tecnologia significa aiutarli a sfruttarne le potenzialità senza rinunciare a ciò che rimane fondamentale per imparare: il tempo, l’attenzione e soprattutto la capacità di dedicarsi con continuità a un obiettivo.
Forse, quindi, la domanda non dovrebbe essere soltanto “Quanto tempo passa mio figlio sui social?”, ma anche “Come sta quando non li usa?”. Riesce a stare nella noia? Sa aspettare? Riesce a concentrarsi? Ha interessi e relazioni anche fuori dallo schermo?
Il nostro obiettivo non dovrebbe essere crescere ragazzi che sappiano stare senza telefono, ma ragazzi che sappiano stare bene anche quando il telefono non c’è.

