Entrare nella cameretta di un bambino o di una bambina che non c’è più è un’esperienza devastante che nessun genitore riesce nemmeno a immaginare. I giochi, lo zaino, i poster, i libri, la copertina, i peluche, rimasti al loro posto in un’attesa senza tempo, risuonano delle grida di gioia e di stupore, delle risate e dei capricci di chi è stato zittito per sempre. La morte di un bambino o una notizia che non dovrebbe esistere, un evento contro natura che sovverte l’ordine naturale delle cose. Un dolore enorme che spezza il respiro. Come possono i genitori in lutto andare avanti. Come sopravvivere quando tua figlia o tuo figlio sono diventati una foto sul comodino?
Silvia Vigo, ginecologa presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, è riuscita ad “attraversare” il dolore della perdita di sua figlia Ludovica, morta improvvisamente a 9 anni per una miocardite virale fulminante, per dare vita a un progetto di condivisione con altri genitori che hanno vissuto la stessa tragedia. Così, un anno fa, è nata la fondazione Il sorriso di Ludo che ha creato, presso l’Ospedale San Giuseppe, un AMA Center, cioè un gruppo di auto-nuto-aiuto in grado di offrire un sostegno concreto a tutti quei genitori in lutto durante il periodo perinatale, post-natale, infantile o adolescenziale. Insomma, Ludovica era piccola, ma la sua eredità è grande. Grande come la sua mamma che ha avuto la forza e il coraggio di aiutare altre mamme, papà, sorelle, fratelli, nonni, zie a uscire dal vuoto, dal buio e dal silenzio per ricominciare a vivere.
Dottoressa Vigo, come ha perso la sua bambina?
«È stato tutto molto rapido, imprevedibile, mi sembrava di essere scivolata dentro un incubo dal quale, prima o poi, mi sarei risvegliata. Invece no, era tutto drammaticamente vero. Ludovica era una bambina sanissima, piena di vita e di interessi. Due anni fa alla sera, dopo aver guardato MasterChef, iniziò ad accusare dei sintomi gastroenterici: un po’ di vomito, mal di pancia e dissenteria, ma nulla di preoccupante. Il giorno dopo restò a casa da scuola e venne mia madre ad accudirla. Fino a quando ricevetti “quella” telefonata. Mia mamma mi disse che Ludovica era pallida e respirava a fatica, ragion per cui aveva chiamato l’ambulanza. Tornai a casa di corsa e la trovai ancora sveglia ma, da medico, capii subito la gravità della situazione.
In ambulanza Ludovica perse coscienza e andò in arresto cardiaco: fecero di tutto per rianimarla, ma quando arrivò all’Ospedale Niguarda era già priva di vita. Così, nel giro di un’ora, ho perso la mia bambina. L’autopsia ha poi stabilito che la causa del decesso è stata una miocardite di origine infettiva che ha danneggiato le pareti del cuore. Un evento raro ma che può capitare a chiunque. Davanti a una vita così giovane che se ne va ci si sente tutti un po’ più fragili».
Cos’è successo dopo?
«La mia vita si è fermata in quel momento. Una sofferenza atroce che ti paralizza e che solo chi ha perso un figlio può capire. Mi sentivo sola con il mio dolore, un bagaglio pesantissimo da portare sulle spalle che non riuscivo a condividere con nessuno. Le reazioni di chi sta intorno, parenti, amici, colleghi sono quelle di evitare l’argomento. Tra te e il prossimo cala una cortina di imbarazzo, perché la morte di un figlio è un tabù troppo difficile da affrontare.
Così trascini la tua esistenza nella solitudine, vedi gli altri che conducono una vita normale, vanno in vacanza con la famiglia, sognano progetti di vita per i loro figli, li vedono crescere, maturare, cambiare. Mia figlia avrà sempre 9 anni e io non riuscirò a superare la sua mancanza. Ogni strada che percorrevamo insieme, ogni canzone o film che avevamo visto mi riconduceva a lei. Vivevo un ricordo perenne, un’angoscia che ti schiaccia e ti fa domandare “come posso sopravvivere?”.
È la domanda che ho rivolto a due mamme che un giorno decisi di contattare per capire cosa avevano fatto per riuscire ad andare avanti. Una aveva perso il bambino per leucemia: un evento acuto e fulmineo simile a quello che mi aveva strappato Ludovica. Nel caso dell’altra mamma, suo figlio si era suicidato a 15 anni. In loro cercavo un appiglio, un motivo per emergere dal baratro in cui ero sprofondata. In quel momento capii che ogni genitore in lutto reagisce a modo suo, e che tutti i metodi per sopravvivere sono ugualmente validi.
La prima mamma era diventata una donna di chiesa, trovando sollievo nella fede. La seconda, invece, era senza ancore di salvezza. Mentre beveva il caffè, la sua voce e la sua mano tremavano. A un anno e mezzo dalla scomparsa del figlio, era ancora scossa, molto lontana dall’elaborazione del lutto. Pensavo che il nostro incontro fosse stato infruttuoso. Invece da quel momento ho deciso di andare in terapia e di affidarmi a una psicoterapeuta esperta in EMDR, un metodo ideato proprio per trattare gli eventi traumatici.
Mi è servito molto, tant’è che ho deciso di inserire una psicoterapeuta esperta in questa tecnica negli incontri di gruppo dedicati all’auto-mutuo-aiuto. Insomma, ognuno elabora il suo “manuale di sopravvivenza” e non c’è una ricetta migliore di un’altra. C’è chi si affida alla preghiera, chi agli psicologi, chi si mura in casa e non esce più, chi cerca di “distrarsi” in qualche modo, anche se il pensiero ossessivo dell’assenza continua a logorarla da dentro. Ho letto di recente che la soubrette Raffaella Fico ha perso un figlio alla fine del quinto mese di gravidanza. È bastato pubblicare sui social qualche scatto del viaggio con sua figlia a Dubai per scatenare commenti feroci. Ma chi siamo noi per giudicare come si reagisce alla perdita di un figlio?».
A chi si rivolgono gli incontri AMA?
«A tutti i genitori e i caregiver che sentono il bisogno di condivere la loro dolorosa esperienza. Solo confrontandoci con altre persone che hanno perso un figlio, un fratello, un nipote o una sorella si riesce a fare quei piccoli passi che consentono di riemergere poco a poco dalla voragine di sofferenza in cui si è sprofondati, il giorno che ci ha cambiato la vita. La condivisione è un’esperienza preziosa, importantissima: ti fa capire che non sei da sola e che tu sei più grande del tuo dolore.
Ogni genitore è libero di esprimere quello che vuole, di dare consigli e suggerimenti su come fa lui quando il ricordo diventa struggente e invade il tuo quotidiano. Nei nostri incontri, che si svolgono ogni due settimane sia in presenza sia online e che sono aperti a tutti coloro che hanno vissuto un lutto così sconfinato, arrivano piccole-grandi idee, momenti di supporto e di incoraggiamento.
C’è una mamma che aveva smesso di ascoltare la musica, da quando aveva visto morire di tumore sua figlia di 18 anni. Ogni canzone le ricordava quando le canticchiava insieme a lei. Con il nostro incoraggiamento ha ripreso ad amare la musica, e ora si sente meno sola. Un’altra mamma, che ha perso il figlio asmatico a 9 anni per laringospasmo, è diventata una grande camminatrice e legge libri sull’aldilà, pur non essendo credente. E c’è una giovane donna che aveva rinunciato al sogno di diventare mamma, da quando aveva perso suo figlio al nono mese di gravidanza, poco prima di partorire. Con il nostro sostegno, ha trovato la forza di riprovarci e lo scorso gennaio è nata sua figlia. È la prima bambina venuta alla luce nel nostro gruppo di auto-mutuo-aiuto. È la vita che continua, nonostante tutto.
A chi si rivolgono i nostri incontri? A tutti, senza alcun limite. Un figlio è un figlio a qualunque età, e ha bisogno di aiuto sia chi ha perso il bambino in utero o nelle prime settimane di vita perché prematuro, sia chi l’ha perso per suicidio, tumore o incidente stradale a 30 anni o anche più».
Che ruolo svolge la psicoterapeuta in questi incontri?
«Cercavo una figura che non avesse un ruolo predominante e che non pretendesse di svolgere una vera e propria terapia di gruppo. Le psicologhe esperte in EMDR non salgono in cattedra per dire ai genitori che cosa devono o non devono fare. Si comportano invece da moderatrici, cercando di “contenere” i genitori che magari si lasciano andare a pesanti sfoghi emotivi, che potrebbero riflettersi negativamente sui presenti, o di aiutare una mamma ammutolita dalla perdita a esprimere quello che sente dentro di sè affinché, attraverso la condivisione, possa diventare un’esperienza utile per se stessa e per gli altri.
Insomma, la psicoterapeuta aiuta a superare blocchi e sensi di colpa, a trovare “le parole per dirlo”, a indirizzare il pianto o l’angoscia verso qualcosa di diverso, che riesca a rendere la separazione meno traumatica. La figura dell’esperta è, insomma, una presenza discreta, la chairwoman che capisce il contesto, modera i toni e, cavalcando l’energia di gruppo che si viene a creare, aiuta i genitori ad avere ancora progetti, per se stessi, per la coppia, per gli altri figli. Insieme, è possibile rimettersi in cammino lungo una strada che non sarà più la stessa ma che è ancora percorribile, onorando con la propria vita la memoria di chi non c’è più ma continua a illuminare i nostri cuori».
La fondazione in ricordo di Ludovica
La Fondazione Il Sorriso di Ludo ETS è stata costituita nel settembre 2024 per iniziativa della dottoressa Silvia Vigo, mamma di Ludovica che, a 9 anni, è scomparsa a seguito di una miorcardite fulminante. La sua mission? Creare degli spazi di incontro e di confronto, all’interno dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, aperti a tutti i famigliari che hanno subìto un grave lutto. Inoltre, è un centro di ricerca e studi in psicotraumatologia (ilsorrisodiludo.org).

