AI Anxiety: perché l’intelligenza artificiale terrorizza 4 lavoratori su 10

La paura di essere sostituiti sul lavoro dall’intelligenza artificiale ha un nome: AI Anxiety. Ecco cosa puoi fare tu per trasformare l’ansia in opportunità (e cosa dovrebbero fare le aziende)

AI Anxiety: perché l’intelligenza artificiale terrorizza 4 lavoratori su 10
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Oltre quattro lavoratori italiani su dieci (42,6%) vivono con una brutta sensazione: la paura che verranno presto sostituiti dall’intelligenza artificiale. Lo svela il 9° Rapporto Eudaimon-Censis, che misura un fenomeno che gli esperti hanno battezzato “AI Anxiety”. Non si tratta tanto di una preoccupazione passeggera, quanto di un blocco psicologico che mina la capacità di adattamento e genera una profonda insicurezza rispetto al proprio futuro professionale. Il dettaglio curioso (e un po’ paradossale) è che il 70% degli intervistati ammette che l’AI migliora concretamente la qualità del lavoro. Allora, perché genera terrore e angoscia? Abbiamo chiesto alla psicologa Laura Blu Casarotti di aiutarci a fare chiarezza.

AI Anxiety: la paura che l’intelligenza artificiale ti rubi il lavoro

A scatenare l’AI Anxiety c’è prima di tutto la sovrabbondanza di informazioni, spesso non autorevoli, che circolano incessantemente e alimentano una sorta di “terrorismo psicologico”. «Le performance dell’intelligenza artificiale attivano un meccanismo di svalutazione di sé», spiega la psicologa. «Il nostro severo giudice interiore, stimolato dalle difficoltà iniziali nell’usare nuovi programmi, ci sussurra: “Non sei abbastanza intelligente, sei troppo vecchio, non sei all’altezza”. Questo senso di inadeguatezza colpisce duramente le generazioni più mature. I giovani, invece, tendono a guardare all’AI con lo sguardo più sano di chi incontra un semplice, affascinante strumento di lavoro».

Il campanello d’allarme dell’AI Anxiety

Ma come capire se siamo vittime di questo stato di allerta? «Il segnale da monitorare è il loop mentale», suggerisce la dottoressa Casarotti. «Avere pensieri ossessivi sull’intelligenza artificiale è ovviamente il principale campanello d’allarme. Ci suggerisce che stiamo trasformando uno strumento gestibile in una specie di mostro pronto a divorare autostima e lucidità».

Il ruolo dei benefit per contrastare il senso di inadeguatezza

Le aziende giocano un ruolo cruciale nel prevenire l’AI Anxiety. «L’importanza del welfare aziendale viene spesso sottovalutata, ma in questo momento di fragilità strumenti come il supporto psicologico e la flessibilità diventano segnali tangibili di attenzione verso le persone», afferma la dottoressa Casarotti. «Ogni benefit comunica un messaggio potente: “Tu, lavoratore umano, conti più di qualsiasi algoritmo”. È una conferma di valore essenziale in un contesto in cui il 55,3% dei dipendenti teme che i propri manager abbiano più fiducia nelle macchine che in loro».

Tre regole chiave per attenuare subito il malessere

Per ridimensionare l’ansia legata all’intelligenza artificiale, la dottoressa Laura Blu Casarotti suggerisce un approccio consapevole. Declinato in tre semplici suggerimenti.

  • Fermati e respira. Quando l’ansia legata all’intelligenza artificiale ti assale, concentrati sul respiro. Non è una banalità, ma una tecnica per ristabilire il contatto con la realtà.
  • Ricordati chi sei. Ossia un essere dotato di coscienza e discernimento, capacità che nessun algoritmo può replicare.
  • Accogli la novità. Smetti di considerare l’intelligenza artificiale come un rivale. È lì per aiutarti a fare meno fatica. Come consiglia il fisico Federico Faggin, approfondire il legame tra coscienza umana e tecnologia può cambiare radicalmente la tua prospettiva. In meglio.

Il galateo aziendale contro l’AI Anxiety

La sfida non è tecnologica, ma umana. Le aziende devono imparare a valorizzare gli strumenti di welfare che già esistono, rendendoli davvero accessibili e vicini ai bisogni quotidiani delle persone. Gli esperti di Epassi indicano cinque strategie per trasformare il welfare in uno scudo concreto contro l’AI Anxiety.

  1. Semplificare l’accesso per ridurre gli sprechi. Oggi circa il 40% del credito welfare disponibile non viene utilizzato. Per recuperarlo, le aziende dovrebbero puntare su piattaforme intuitive e facili da usare. Se anche lo strumento che dovrebbe aiutare i dipendenti è complicato, il rischio è di aumentare frustrazione e senso di distanza.
  2. Offrire un orientamento personalizzato. Non basta mettere a disposizione un budget: serve anche una guida. Momenti di formazione e consulenza interna aiutano i lavoratori a capire come utilizzare al meglio il proprio credito per esigenze concrete, dalla salute alla famiglia fino alla previdenza, facendoli sentire più supportati e tutelati.
  3. Prendersi cura della persona nella sua interezza. L’ansia legata all’intelligenza artificiale non si affronta soltanto sul piano emotivo. I programmi di welfare dovrebbero promuovere il benessere a 360 gradi, includendo la salute fisica (prevenzione e check-up), il sostegno psicologico (supporto specialistico e coaching), ma anche l’equilibrio relazionale e la crescita personale.
  4. Comunicare il welfare come un investimento sulle persone. Anche il modo in cui il welfare viene raccontato fa la differenza. Non dovrebbe essere percepito come un semplice bonus economico, ma come la dimostrazione concreta che l’azienda continua a investire sulle persone proprio mentre introduce nuovi sistemi di intelligenza artificiale.
  5. Garantire la massima flessibilità. In una fase di cambiamento così rapido, anche i bisogni evolvono continuamente. Un welfare efficace deve essere flessibile e capace di rispondere alle esigenze reali, dal sostegno ai figli fino alla tutela del potere d’acquisto, restituendo ai lavoratori una maggiore sensazione di controllo sulla propria vita.