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Si può bere il vino in gravidanza?

Il recente articolo del nostro esperto Dott. Enrico Semprini sulla possibilità di bere vino in gravidanza con moderazione, pubblicato sul sito di Starbene, ha sollevato un coro di reazioni di lettrici ed esperti. Il direttore di Starbene, Cristina Merlino, ha intervistato il Dott. Semprini per fare chiarezza su questo tema con dati scientifici alla mano



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L’articolo «Le donne e il vino, tra salute, gravidanza e cultura» del Dottor Enrico Semprini, Ginecologo, Immunologo e consulente di Starbene, ha sollevato un grande dibattito sul nostro sito. Il Dott. Semprini ha risposto alle varie critiche. Ma ora, il direttore di Starbene, Cristina Merlino, vuole contribuire a fare ulteriore chiarezza sul tema. Ecco la sua videointervista al Dott. Semprini.

VIDEO – INTRODUZIONE DI CRISTINA MERLINO

VIDEO 1. SI PUO’ BERE IL VINO IN GRAVIDANZA?

VIDEO 2. IL VINO IN GRAVIDANZA PUO’ PROVOCARE DANNI AL BAMBINO?

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  1. STUDIO DELLE UNIVERSITÀ DI OXFORD E BRISTOL
    Alcol in gravidanza: anche poco può compromettere l’intelligenza del bebé
    Sono sufficienti da uno a sei bicchieri alla settimana per avere un impatto significativo sulle capacità cognitive del feto

    MILANO – Un bicchiere alla settimana, quattro al mese, meno di una quarantina in tutta la gestazione, potrebbero bastare a mettere al mondo un bambino meno intelligente e brillante di altri: lo sancisce uno studio britannico i cui risultati sono lapidari. La ricerca, lunga e complessa, è iniziata sin dagli anni novanta attingendo a sua volta ai dati dello studio ALSPAC (condotto in Gran Bretagna per individuare fattori ambientali durante e dopo la gravidanza che influiscono sulla salute infantile) e suggerisce una tolleranza zero nei confronti di qualsiasi consumo alcolico in dolce attesa.
    PIÙ DI 4MILA BAMBINI – Effettuata su un gruppo di ben 4mila madri e 4.167 bambini, la ricerca mira a capire una volta per tutte l’entità del danno dell’alcol in gravidanza grazie al lavoro dei ricercatori dell’Università di Oxford e di Bristol, che hanno tentato di risolvere i dubbi che gli studi passati decisamente controversi non sono riusciti a dipanare. Nessuno ha mai sollecitato l’alcol in dolce attesa chiaramente, ma più di uno studio in passato ha suggerito una certa soglia di tolleranza nei confronti di un modico consumo, anche per la difficoltà a isolare la variabile alcol da altre variabili ad essa collegate (stile di vita, fumo, età della madre).

    LE VARIANTI GENETICHE – Ora la ricerca inglese, pubblicata su PLosONE, non solo vanta numeri consistenti, ma si annuncia più significativa di precedenti studi anche per il tipo di approccio, disincentivando con decisione i bicchieri in dolce attesa, senza se e senza ma. Gli esperti infatti hanno voluto analizzare attraverso un metodo denominato randomizzazione mendeliana, le quattro modifiche genetiche individuate nei geni deputati a metabolizzare l’alcol (che nulla hanno a che fare con lo stile di vita o con la posizione sociale della persona), collegandole poi in modo inequivocabile a un più basso quoziente di intelligenza nei bambini. A ogni variante genetica riscontrata, per l’esattezza, è stato rilevato un calo di 2 punti nel QI dei bambini, la cui capacità cognitiva è stata testata a otto anni di età attraverso la Wechsler Intelligence Scale for Children. Diversamente non si è rilevata alcuna modifica genetica né alcuna riduzione del QI in bimbi di mamme che si erano astenute completamente dall’alcol.

    BASTA UN BICCHIERE SETTIMANALE – Anche a livelli moderati (si parla di una quantità che va da uno a sei bicchieri settimanali) l’alcol influenza dunque lo sviluppo cerebrale del feto, come fa notare Sarah Lewis della Bristol University. Significativo e rivoluzionario è il fatto che nel questionario somministrato alle mamme, e compilato dalle donne a intervalli regolari nel corso della gravidanza, le bevitrici di appena un bicchiere siano state comunque classificate come drinking during pregnancy (bevitrici nel corso della gravidanza). Le heavy drinkers, ovvero le bevitrici pesanti, sono state invece escluse dallo studio, che mirava a individuare le conseguenze in stato interessante di un consumo d’alcol leggero e non certo pesante, considerato che in questo caso i danni, gravissimi, sono indubbi e da tempo noti. Ron Gray, professore della Oxford University che ha guidato lo studio, lo definisce l’ennesima buona ragione per dire no all’alcol mentre si aspetta un bimbo, la cui intelligenza futura dipenderà anche da questo.

    Emanuela Di Pasqua
    15 novembre 2012 | 13:30

  2. Non esiste Società Scientifica al mondo che si faccia carico della responsabilità legale di un unico caso di Sindrome Feto-alcolica o di disturbi feto-alcolici derivabili dall’asunzione di una qualunque e pur minima quantità di alcol consumato in gravidanza. Anche l’industria di alcolici, che avrebbe interessi in tal senso, si allinea responsabilmente a queste indicazione riconoscendone la valenza scientifica, sociale e sanitaria di tutela del nascituro (così definita nella Risoluzione del Parlamento europeo del 2007 sulla strategia comunitaria di contrasto all’uso dannoso e rischioso di alcol).

    Una vita che nasce teme l’alcol: in gravidanza non bere.

    Questa è l’assicurazione per la salute del feto.

    Se è stato disposto il divieto di vendita di alcolici ai minori di anni 18 una mamma è ora maggiormente consapevole del riconoscendo della vulnerabilità fisiologica di un giovane sino aq uella età. Se Società Scientifiche come SIA, SIGO (quella dei ginecologi ospedalieri), AISF, EASL, EUFAS e mille altre ancora e istituzioni in tutto il mondo sono concordi in un messaggio di tutela della salute pubblica e soprattutto dei terzi (il feto) che non possono sottrarsi ad un rischio di qualunque entità esso si, se OMS, NIH, NIAAA, NIDA e TUTTI i Ministeri della Salute, Commissione europea, Parlamento Europeo, Consiglio dei Ministri della <salute si esprimono in maniera univoca le donne sapranno farsi una loro motivata valutazione del rischio e sceglieranno consapevolmente evitando di sottoporre il proprio bambino ad un rischio evitabile.

    E’ buon senso. Basato sulla scienza. Le implicazioni di salute pubblica in questi casi sono rilevanti e sono garantite dalla cornice legale in cui le misure di cautela vengono imposte da chi ha il mandato istituzionale di tutelare, controllare e migliorare la salute delle persone.

    Notizia di oggi della Società Italiana sulla FASD.

    Leggere non guasterà e farsi un opinione indipendente neppure.

    Con auguri di buona salute per tutti. Non dimenticando che la scienza fa star meglio perchè star bene … è troppo poco per chi ha a cuore la salute di tutti.

    Allarme della Società italiana sulla sindrome feto-alcolica, in Italia 30 mila bambini ogni anno.

    Il 5 per cento dei bambini che nascono in Italia è affetto da sindrome feto alcolica (Fasd-una patologia legata al consumo di alcol della madre in gravidanza). Una cifra preoccupante visto che si tratta di circa 25-30 mila bambini ogni anno. Non sempre la patologia si manifesta in forma grave, cioè in una vera e propria disabilità cognitiva. Spesso i sintomi trascurati sono quelli di un comportamento antisociale, un deficit cognitivo e comportamentale anche lieve, che si manifesta con la difficoltà nell’apprendimento verbale, nella memoria e nelle abilità logico-matematiche. A dare l’allarme su un fenomeno diffuso, ma ancora troppo sottovalutato nel nostro paese, è la Società italiana sulla sindrome feto-alcolica (Sifasd) che organizza, oggi a Roma, il primo congresso nazionale sul tema.

    “Si tratta di un problema molto grave perché riguarda circa 30 mila nuovi nati ogni anno – sottolinea il presidente del Sifasd, Mauro Ceccanti – . Può colpire in forma differenziata, cioè producendo gravi disabilità a livello cognitivo, ma si può presentare anche come incapacità di apprendimento, di parola, o deficit di attenzione. Negli Usa si sta studiando, ad esempio, il legame tra questa sindrome e il bullismo”. Ceccanti spiega, inoltre, che se nel caso di madri alcoliste il rischio che il bambino nasca con la Fasd, è del 35 per cento , la patologia non si esclude anche per donne che bevono piccole quantità di alcol. “L’unico modo per prevenirla è non bere assolutamente in gravidanza – afferma – ma nel nostro paese manca una cultura in tal senso. Non solo le donne ne sottovalutano la gravità ma anche le istituzioni. Rispetto a paesi come gli Stati Uniti, ma anche Inghilterra o Francia, siamo molto indietro”. La Sifasd chiede da tempo che venga diffusa in maniera capillare l’informazione sul problema, a cominciare da un avviso per le gestanti da mettere sulle etichette delle bevande alcoliche. Secondo i ricercatori, infatti, la prima causa della malattia è la quantità di alcol consumata dalla madre durante la gravidanza e, nonostante a tutt’oggi non esista una soglia di consumo che possa essere considerata sicura, la letteratura definisce a rischio il consumo di 12-13 g di alcol puro al giorno. Anche la modalità di consumo può influire: quantità eccessive di alcol assunte ripetutamente nel corso della gravidanza si correlano alla gravità dei sintomi presentati dal bambino. Infine incidono ulteriori fattori come lo stato nutrizionale della donna, l’età e l’uso contemporaneo di altre sostanze.

    Oltre ai rischi per i bambini , che nascono con la Fasd, il congresso ha messo anche in luce il problema dei bambini dato l’alto tasso di alcolismo nei paesi di origine. “Nei bambini che adottiamo questo tipo di deficit cognitivo è presente nella maggior parte dei casi: si presenta come difficoltà a compiere attività complesse, scarso controllo degli impulsi, scarso rendimento scolastico e così via – continua Ceccanti – . Il problema è che spesso gli orfanotrofi segnalano il problema ma le famiglie non sanno come comportarsi, non sono preparate e non sanno a chi chiedere aiuto”. Nel corso del congresso una donna di Ravenna, che ha adottato un bambino con questi problemi, ha raccontato le difficoltà incontrate nel gestire la situazione. “Bisogna diffondere la conoscenza. Nel nostro paese c’è una tendenza a nascondere il problema – aggiunge il presidente di Sifasd – C’è una sottovalutazione grave soprattutto da parte delle istituzioni”. Per prevenire il problema e stimolare la ricerca, nel corso del congresso il Sifasd ha firmato una convenzione con il Nih-Niaaa, un settore dell’Istituto sanitario americano che si occupa degli abusi legati all’alcol. “Collaboreranno con noi sulla ricerca e sull’individuazione delle problematiche – aggiunge Ceccanti – . E faremo dei corsi di formazione agli studenti e gli operatori per migliorare l’intervento sui problemi dell’alcol nella regione Lazio”.

  3. Non esiste Società Scientifica al mondo che si faccia carico della responsabilità legale di un unico caso di Sindrome Feto-alcolica o di disturbi feto-alcolici derivabili dall’asunzione di una qualunque e pur minima quantità di alcol consumato in gravidanza. Anche l’industria di alcolici, che avrebbe interessi in tal senso, si allinea responsabilmente a queste indicazione riconoscendone la valenza scientifica, sociale e sanitaria di tutela del nascituro (così definita nella Risoluzione del Parlamento europeo del 2007 sulla strategia comunitaria di contrasto all’uso dannoso e rischioso di alcol).

    Una vita che nasce teme l’alcol: in gravidanza non bere.

    Questa è l’assicurazione per la salute del feto.

    Se è stato disposto il divieto di vendita di alcolici ai minori di anni 18 una mamma è ora maggiormente consapevole del riconoscendo della vulnerabilità fisiologica di un giovane sino aq uella età. Se Società Scientifiche come SIA, SIGO (quella dei ginecologi ospedalieri), AISF, EASL, EUFAS e mille altre ancora e istituzioni in tutto il mondo sono concordi in un messaggio di tutela della salute pubblica e soprattutto dei terzi (il feto) che non possono sottrarsi ad un rischio di qualunque entità esso si, se OMS, NIH, NIAAA, NIDA e TUTTI i Ministeri della Salute, Commissione europea, Parlamento Europeo, Consiglio dei Ministri della <salute si esprimono in maniera univoca le donne sapranno farsi una loro motivata valutazione del rischio e sceglieranno consapevolmente evitando di sottoporre il proprio bambino ad un rischio evitabile.

    E’ buon senso. Basato sulla scienza. Le implicazioni di salute pubblica in questi casi sono rilevanti e sono garantite dalla cornice legale in cui le misure di cautela vengono imposte da chi ha il mandato istituzionale di tutelare, controllare e migliorare la salute delle persone.

    Notizia di oggi della Società Italiana sulla FASD.

    Leggere non guasterà e farsi un opinione indipendente neppure.

    Con auguri di buona salute per tutti. Non dimenticando che la scienza fa star meglio perchè star bene … è troppo poco per chi ha a cuore la salute di tutti.

    Allarme della Società italiana sulla sindrome feto-alcolica, in Italia 30 mila bambini ogni anno.

    Il 5 per cento dei bambini che nascono in Italia è affetto da sindrome feto alcolica (Fasd-una patologia legata al consumo di alcol della madre in gravidanza). Una cifra preoccupante visto che si tratta di circa 25-30 mila bambini ogni anno. Non sempre la patologia si manifesta in forma grave, cioè in una vera e propria disabilità cognitiva. Spesso i sintomi trascurati sono quelli di un comportamento antisociale, un deficit cognitivo e comportamentale anche lieve, che si manifesta con la difficoltà nell’apprendimento verbale, nella memoria e nelle abilità logico-matematiche. A dare l’allarme su un fenomeno diffuso, ma ancora troppo sottovalutato nel nostro paese, è la Società italiana sulla sindrome feto-alcolica (Sifasd) che organizza, oggi a Roma, il primo congresso nazionale sul tema.

    “Si tratta di un problema molto grave perché riguarda circa 30 mila nuovi nati ogni anno – sottolinea il presidente del Sifasd, Mauro Ceccanti – . Può colpire in forma differenziata, cioè producendo gravi disabilità a livello cognitivo, ma si può presentare anche come incapacità di apprendimento, di parola, o deficit di attenzione. Negli Usa si sta studiando, ad esempio, il legame tra questa sindrome e il bullismo”. Ceccanti spiega, inoltre, che se nel caso di madri alcoliste il rischio che il bambino nasca con la Fasd, è del 35 per cento , la patologia non si esclude anche per donne che bevono piccole quantità di alcol. “L’unico modo per prevenirla è non bere assolutamente in gravidanza – afferma – ma nel nostro paese manca una cultura in tal senso. Non solo le donne ne sottovalutano la gravità ma anche le istituzioni. Rispetto a paesi come gli Stati Uniti, ma anche Inghilterra o Francia, siamo molto indietro”. La Sifasd chiede da tempo che venga diffusa in maniera capillare l’informazione sul problema, a cominciare da un avviso per le gestanti da mettere sulle etichette delle bevande alcoliche. Secondo i ricercatori, infatti, la prima causa della malattia è la quantità di alcol consumata dalla madre durante la gravidanza e, nonostante a tutt’oggi non esista una soglia di consumo che possa essere considerata sicura, la letteratura definisce a rischio il consumo di 12-13 g di alcol puro al giorno. Anche la modalità di consumo può influire: quantità eccessive di alcol assunte ripetutamente nel corso della gravidanza si correlano alla gravità dei sintomi presentati dal bambino. Infine incidono ulteriori fattori come lo stato nutrizionale della donna, l’età e l’uso contemporaneo di altre sostanze.

    Oltre ai rischi per i bambini , che nascono con la Fasd, il congresso ha messo anche in luce il problema dei bambini dato l’alto tasso di alcolismo nei paesi di origine. “Nei bambini che adottiamo questo tipo di deficit cognitivo è presente nella maggior parte dei casi: si presenta come difficoltà a compiere attività complesse, scarso controllo degli impulsi, scarso rendimento scolastico e così via – continua Ceccanti – . Il problema è che spesso gli orfanotrofi segnalano il problema ma le famiglie non sanno come comportarsi, non sono preparate e non sanno a chi chiedere aiuto”. Nel corso del congresso una donna di Ravenna, che ha adottato un bambino con questi problemi, ha raccontato le difficoltà incontrate nel gestire la situazione. “Bisogna diffondere la conoscenza. Nel nostro paese c’è una tendenza a nascondere il problema – aggiunge il presidente di Sifasd – C’è una sottovalutazione grave soprattutto da parte delle istituzioni”. Per prevenire il problema e stimolare la ricerca, nel corso del congresso il Sifasd ha firmato una convenzione con il Nih-Niaaa, un settore dell’Istituto sanitario americano che si occupa degli abusi legati all’alcol. “Collaboreranno con noi sulla ricerca e sull’individuazione delle problematiche – aggiunge Ceccanti – . E faremo dei corsi di formazione agli studenti e gli operatori per migliorare l’intervento sui problemi dell’alcol nella regione Lazio”.