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La crisi della sigaretta elettronica

L’Unione Europea ne ha vietato la vendita in farmacia e ai minori di 18 anni. Dopo il boom iniziale, tanti i negozi di “e-cig” che hanno chiuso



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Dopo l’entusiasmo con cui sono state accolte, con lo spuntare di negozi di “e-cig” in ogni angolo, le sigarette elettroniche stanno vivendo giorni di crisi in Italia.

Il boom del vapore acqueo congiunto ad aromi e nicotina sta scemando. Tanti sono infatti i piccoli rivenditori che hanno chiuso i battenti e le aziende del settore stimano un crollo del fatturato che a fine anno dovrebbe toccare l’80%. Attualmente nel nostro Paese sono 1,5 milioni coloro che hanno scelto di “svapare”, il 15% rispetto al totale dei fumatori, ma secondo il bilancio parziale dell’Associazione nazionale fumo elettronico (Anafe) sulle catene di franchising si registrano 123 punti vendita in meno in soli due mesi (maggio-giugno) e un calo del 99% delle richieste di nuove aperture.

Complici di questo crollo, secondo l’Anafe, sono la pubblicità negativa e la tassa governativa che equipara le sigarette elettroniche alle bionde tradizionali: il mercato estero però è fiorente, è quello italiano a essere in forte contrazione a detta dell’associazione.

Intanto ieri a Strasburgo è arrivata una stretta dell’Unione Europea sul tabacco che coinvolge anche il fumo elettronico. Il Parlamento ha respinto la proposta della Commissione Salute di riconoscere la sigaretta elettronica come un farmaco in quanto priva dei pericoli che vengono dalla combustione. La “e-cigarette”, pertanto, non dovrà essere venduta in farmacia, non dovrà superare i 30 mg/l di nicotina, sarà vietata ai minori di 18 anni e dovrà avere avvertimenti per la salute. Con queste disposizioni la sigaretta elettronica diventa quindi formalmente un prodotto a sé stante, slegato dalla funzione medica del “palliativo” antitabacco.

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