Mal di pancia, gonfiore, intestino “capriccioso”: sintomi associati quasi sempre allo stress, spesso liquidati come disturbi passeggeri. Eppure, dietro questi segnali potrebbe nascondersi la sindrome dell’intestino irritabile, un problema sempre più diffuso e, soprattutto, sempre più precoce. Se fino a qualche anno fa interessava soprattutto gli adulti, oggi l’irritazione del colon colpisce con crescente frequenza anche adolescenti e giovanissimi.
Ma perché questa patologia compare sempre prima? E quale ruolo giocano alimentazione, emozioni e stile di vita? Abbiamo chiesto all’esperta di aiutarci a fare chiarezza.
Un aumento delle diagnosi
Il numero crescente di diagnosi tra i più giovani ha acceso l’attenzione degli esperti. Rimane da capire, però, se il fenomeno sia realmente in crescita o se medici e pazienti siano semplicemente più preparati a riconoscerne i segnali. «La risposta, come spesso accade, sta nel mezzo», spiega Iolanda Grasso, biologa nutrizionista specializzata in disturbi gastrointestinali e sindrome dell’intestino irritabile.
«È innegabile che oggi ci sia una maggiore consapevolezza sull’argomento: i giovani parlano più apertamente dei propri sintomi gastrointestinali, cercano informazioni e arrivano dal professionista con un sospetto già formulato. Questo porta inevitabilmente a più diagnosi rispetto al passato, quando certi disturbi venivano liquidati come “colite” generica o “intestino nervoso”.
Tuttavia, i dati epidemiologici più recenti suggeriscono anche un aumento reale della problematica nella fascia 18-35 anni. Le condizioni di vita delle nuove generazioni, l’alimentazione, i ritmi e l’esposizione allo stress hanno creato un terreno più fertile per lo sviluppo di questo disturbo. Quindi sì, diagnostichiamo meglio, ma ci sono anche più casi da diagnosticare».
Le principali cause che colpiscono i giovani
Tra i fattori che incidono maggiormente sull’irritabilità dell’intestino c’è di sicuro l’alimentazione: «Assistiamo a un consumo crescente di alimenti ultra-processati ricchi di additivi, zuccheri semplici e grassi saturi, a scapito di fibre, legumi, frutta e verdura fresca. I pasti sono spesso irregolari e consumati in fretta: si salta la colazione, si pranza davanti a uno schermo, ci si affida frequentemente ai fast food. Tutto questo impoverisce il microbiota intestinale e altera la motilità», racconta l’esperta.
«Lo stesso vale per l’autogestione alimentare. Sempre più giovani eliminano autonomamente glutine, lattosio o intere categorie di alimenti senza una diagnosi, basandosi su informazioni trovate online. Queste restrizioni non guidate possono aggravare i sintomi, compromettere il rapporto con il cibo e favorire l’insorgenza di carenze nutrizionali», prosegue la dottoressa. Il quadro, però, è ancora più complesso e chiama in causa altri elementi.
«Anche la sedentarietà è un fattore cruciale. Molti ragazzi trascorrono ore in posizioni statiche, mentre il movimento fisico è un regolatore fondamentale della funzione intestinale. A questo si aggiunge la disregolazione del ritmo sonno-veglia: andare a letto tardi, dormire poco e svegliarsi a orari diversi nel weekend impatta direttamente sull’asse intestino-cervello».
Il ruolo chiave dello stress
Ma è soprattutto lo stress, nelle sue diverse forme, a pesare in modo significativo sulla salute dell’intestino. «La sindrome dell’intestino irritabile è un disturbo dell’interazione intestino-cervello: esiste una comunicazione bidirezionale tra il sistema nervoso centrale e quello enterico, il cosiddetto “secondo cervello”», racconta la biologa nutrizionista.
«Per i giovani, le fonti di stress si sono moltiplicate: tra pressione per lo studio, ansia da prestazione e social media, il sistema nervoso può andare in sovraccarico, alterando la motilità intestinale. Tuttavia, è fondamentale non banalizzare il problema, liquidando tutto con un generico “è colpa dello stress”. Pur essendo un fattore importante, lo stress influisce in modo determinante solo nel 20-30% dei casi: la maggior parte delle volte, la vera chiave per stare meglio risiede nello stile di vita. Meglio non focalizzarsi, quindi, su quanto si è stressati, ma su cosa si fa concretamente per stare meglio», spiega l’esperta.
«Lo stress non deve diventare una scusa o un alibi per non agire. Al contrario, bisogna concentrarsi su tutto ciò che è sotto il nostro diretto controllo: l’alimentazione in primis, ma anche la qualità del sonno e la costanza nell’attività fisica. Invece di subire passivamente le tensioni quotidiane, il primo passo efficace è assumere il controllo della propria salute, magari iniziando a farsi seguire da una nutrizionista specializzata. È questo il tipo di supporto che fa la differenza, per spezzare, una volta per tutte, il circolo vizioso dei disturbi intestinali».
Quando rivolgersi a uno specialista
Accanto alle cause, è importante imparare a riconoscere i segnali da non sottovalutare. «I principali campanelli d’allarme includono dolore o fastidio addominale ricorrente, che tende a presentarsi almeno un giorno alla settimana per un periodo prolungato, associato a cambiamenti nelle abitudini intestinali come diarrea frequente, stitichezza ostinata o un’alternanza tra le due. E poi gonfiore addominale persistente, che va oltre la normale sensazione post-prandiale; urgenza evacuativa che condiziona gli spostamenti e la vita sociale; sensazione di svuotamento incompleto, ma anche sintomi meno ovvi come stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione, mal di testa e nausea», spiega la dottoressa Grasso.
«Quando questi sintomi diventano ricorrenti, durano da più di quattro settimane e cominciano a limitare la vita quotidiana, è il momento di rivolgersi a un professionista. Non per allarmismo, ma perché una valutazione specialistica permette prima di tutto di escludere altre condizioni che possono presentarsi in modo simile, come la celiachia, le malattie infiammatorie croniche intestinali e le intolleranze alimentari. E poi perché una diagnosi corretta apre la strada a un percorso terapeutico personalizzato, che è molto diverso dal “ci devi convivere” o dal “è solo stress” che purtroppo molti ragazzi si sentono dire».
Le abitudini da adottare fin da giovani
Accanto alla gestione dei sintomi, cresce l’attenzione verso le abitudini quotidiane che possono aiutare a proteggere la salute dell’intestino già in giovane età. Alcuni comportamenti, se adottati con continuità fin dall’adolescenza, contribuiscono a ridurre il rischio di sviluppare disturbi ricorrenti. «Prima di tutto è importante cercare di mangiare a orari il più possibile costanti, senza saltare i pasti, per dare all’intestino un ritmo prevedibile e facilitarne il funzionamento», suggerisce la specialista.
«Bisogna privilegiare un’alimentazione ricca di fibre provenienti da fonti diverse, come verdura, frutta, legumi e cereali integrali, che nutrono il microbiota. Allo stesso tempo, vanno ridotti i cibi ultra-processati. Ciò non significa eliminarli con rigidità, ma fare in modo che non siano la base dell’alimentazione quotidiana. Molti giovani, poi, bevono troppo poca acqua durante la giornata, mentre l’idratazione è fondamentale per un buon transito intestinale».
Anche il movimento fisico ha effetti positivi documentati sulla motilità dell’intestino: «Non serve fare sport a livello agonistico: anche una camminata quotidiana di 30 minuti è sufficiente. Non sottovalutiamo neppure il potere del sonno. Mantenere orari regolari, limitare l’esposizione agli schermi prima di dormire e dare al corpo il tempo di riposo di cui ha bisogno sono fattori non negoziabili».
Conclude l’esperta: «I giovani devono imparare a riconoscere le proprie fonti di stress e a coltivare attività che generano benessere, dandosi il permesso di chiedere aiuto quando necessario. Il mio consiglio è quello di evitare le autodiagnosi e le diete di eliminazione trovate sui social. Se c’è un sospetto di disturbo intestinale, il percorso più efficace è sempre quello guidato da un professionista specializzato».

