Efficienza mentale, come proteggere il cervello nel tempo

Conta molto lo stile di vita, ma anche integratori e low dose medicine possono essere d’aiuto. Ce ne parla Damiano Galimberti, presidente della International Longevity Science Association

Efficienza mentale, come proteggere il cervello nel tempo
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Quanto è diffuso il decadimento cognitivo?

«In Italia convivono con una demenza oltre 1,4 milioni di persone e il numero è destinato ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, circa il 45% dei casi potrebbe essere prevenuto intervenendo sui fattori di rischio modificabili, rendendo la prevenzione una priorità».

Invecchiamento cerebrale e decadimento cognitivo coincidono?

«No. Un fisiologico rallentamento delle funzioni cognitive è diverso dalle malattie neurodegenerative. L’invecchiamento del cervello può favorire il decadimento, ma non lo determina inevitabilmente».

Da cosa dipende l’invecchiamento del cervello?

«È il risultato dell’interazione tra genetica, metabolismo, infiammazione, salute vascolare e stile di vita. Più dei geni conta l’epigenetica, cioè l’effetto di alimentazione, attività fisica, ambiente, relazioni sociali e abitudini quotidiane».

Qual è il legame tra stress e cervello?

«Lo stress cronico alimenta infiammazione e stress ossidativo, riducendo la neuroplasticità, cioè la capacità del cervello di creare nuove connessioni. Al contrario, chi invecchia mantenendo una buona efficienza cognitiva presenta minori livelli di infiammazione e un migliore equilibrio metabolico».

Come si può prevenire il brain aging?

«Il cervello va allenato ogni giorno. Imparare cose nuove, cambiare routine, leggere, viaggiare, coltivare hobby e mantenere una vita sociale attiva stimolano la plasticità neuronale. Fondamentale anche l’attività fisica aerobica, che protegge neuroni e circolazione cerebrale. A tavola meglio privilegiare frutta, verdura, legumi, pesce ricco di Omega-3 e limitare grassi saturi e zuccheri».

L’integrazione può essere d’aiuto?

«Oltre a sostanze ad attività antiossidante come per esempio Selenio, NAC, Manganese, Coenzima Q10 o SAME, altre, come la spermidina, sono al centro della ricerca perché sembrano favorire i processi di rinnovamento cellulare, ridurre infiammazione e stress ossidativo e sostenere memoria e funzioni cognitive. Le evidenze sono promettenti, ma sono necessari ulteriori studi».

Quale ruolo può avere la Low Dose Medicine?

«Rappresenta un approccio complementare di grande interesse, oggi oggetto di ricerca. Nel brain aging, l’obiettivo della Low Dose Medicine è proteggere i neuroni e modulare la neuroinfiammazione, per esempio attraverso delle neurotrofine come il BDNF (Brain-Derived Growth Factor), contribuendo così a preservare la salute del cervello durante l’invecchiamento».