Prima o poi doveva accadere. All’Hospices Civils di Lione, in Francia, si è registrato il primo caso umano al mondo di contagio da parte del virus Shamonda (SHAV), che fino a ieri si riteneva potesse infettare soltanto i ruminanti e gli animali di allevamento. Ma con il decesso, comunicato dalle autorità francesi, del primo uomo contagiato ci si interroga se questa infezione emergente possa diffondersi tra gli esseri umani, con il rischio concreto di ripiombare in una nuova pandemia. Dobbiamo allarmarci, anche se per ora il contagio interumano ha interessato un solo caso?
Il “salto” dagli animali all’uomo
«Il virus SHAV è da decenni noto in ambito veterinario. È stato isolato per la prima volta tra i capi di bestiami della Nigeria nel 1965», spiega il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano. «Viene trasmesso da insetti vettori, in particolare da moscerini del genere Culicoides che inoculono il virus negli animali tramite piccolissime punture. Si tratta di un Arbovirus appartenente al genere Orthobunyavirus, ancora scarsamente studiato per quanto riguarda le sue potenziali conseguenze sulla salute umana perché poco diffuso in Europa e in America».
In Italia, i primi focolai di infezione tra bovini, ovini, caprini, bufali e cavalli sono stati riscontrati nell’estate del 2026, in alcuni allevamenti del Trentino-Alto Adige e del Salernitano. Benché negli animali da allevamento provochi dei sintomi abbastanza pesanti (febbre alta, diarrea acuta, calo della produzione di latte, aborti spontanei e, in rari casi, disturbi neurologici tra i cavalli), è certo che il virus non viene trasmesso nella carne che acquistiamo al supermercato o in macelleria. E neppure nei latticini che possono continuare ad essere consumati in tutta tranquillità.
Che cosa aspettarsi
«L’identificazione del primo caso umano infetto da SHAV rappresenta un elemento epidemiologico importante. Dimostrerebbe infatti la capacità del virus di superare la barriera di specie», commenta il professor Pregliasco. «Occorre però distinguere tra il riscontro, nel paziente deceduto, di materiale genetico virale, la conferma di un quadro infettivologico e la dimostrazione di un rapporto di causa-effetto tra l’avvenuta infezione e le manifestazioni cliniche che hanno portato alla sua morte. Si tratta di passaggi non scontati, ancora tutti da chiarire. Inoltre, tengo a precisare che il caso numero uno ha riguardato un paziente fragile. Era gravemente immunodepresso per pregresse patologie non rese note dalle autorità francesi (così come non è stata divulgata la sua età).
È quindi importante non scivolare in inutili allarmismi, anche perché attualmente non vi sono solide evidenze scientifiche della modalità di trasmissione da persona a persona. Sembrerebbe più plausibile l’ipotesi che la via di contagio chiami in causa i “moscerini pungenti”, vettori del virus tra gli animali. Benché non ci troviamo di fronte a una nuova minaccia epidemica, è molto importante che le istituzioni sanitarie, italiane ed europee, alzino la soglia di attenzione. La comunità scientifica internazionale dovrebbe approfondire le evidenze scientifiche ad oggi disponibili, senza tuttavia alimentareun clima di allarmismo».
Virus Shamonda: chi è a rischio
Chi rischia di più? Trattandosi di un caso isolato, che si spera rimanga confinato a Lione, al momento non è possibile definire una sintomatologia caratteristica dell’infezione, né stabilire con precisione il periodo di incubazione, la frequenza di infezioni asintomatiche, sintomatiche e delle possibili complicanze.
Ma come, avviene per tutte le infezioni virali emergenti, i soggetti con deficit importanti della risposta immunitaria meritano una particolare attenzione clinica.

