Roberto Vecchioni, la malattia, i concerti cancellati e quella paura della morte che il cantautore navigato e franco non nasconde. Del resto il maestro lombardo ha trattato il tema della fine della vita più volte, sia nella sua produzione musicale (a partire dalla nota canzone Samarcanda fino alla stupenda e ineluttabile Viola d’inverno), sia attraverso riflessioni intime scaturite dal proprio percorso personale.
Nelle sue parole l’idea della morte cambia prospettiva con l’avanzare dell’età: per un ragazzo rappresenta una minaccia cupa e ignota, mentre con il tempo – e con la maturità – può trasformarsi nell’immagine del “ritorno verso una madre”, un passaggio verso un luogo di luce.
Vecchioni e lotta contro le malattie
Roberto Vecchioni, 83 anni, ultimamente ha dovuto affrontare diverse vicissitudini di salute e una lunga convalescenza, che ancora gli chiedono riposo. Ha recentemente annunciato al pubblico che per diversi mesi non potrà cantare. «Per riprendersi ci vuole un casino di tempo», ha appena detto sul palco del Teatro Brancaccio di Roma. Pochi mesi fa, intervistato da Massimo Gramellini, aveva parlato del malore che lo aveva colpito e della paura di morire.
Vecchioni, infatti, ha trascorso un lungo periodo in ospedale per un infarto. Ha descritto come particolarmente difficile il recupero e il ritorno alla vita normale. Il cantante ha raccontato anche di aver affrontato, in passato, due tumori. Dell’episodio più recente che lo ha costretto ad annullare diverse esibizioni, invece, non è entrato nei dettagli della diagnosi.
Il 25 settembre scorso, aveva dovuto annullare la data di Salerno al Teatro Verdi. Aveva detto: «Alla mia età succede che il fisico richieda una pausa, mi auguro il più breve possibile».
Che natura ha la paura della morte
La paura della morte è uno dei sentimenti più primordiali dell’essere umano. Esistenzialmente e psicologicamente, questa angoscia scaturisce da tre fattori principali: l’ignoto totale, con quell’impossibilità di conoscere o controllare ciò che accade dopo la vita che genera smarrimento; la sensazione di incompiutezza, ovvero quella paura di “non aver fatto abbastanza”, di non aver espresso il proprio potenziale o di lasciare sospesi affetti e progetti; e poi l’idea di separarsi dalle persone amate e dalla propria identità.
Come fa notare lo stesso Vecchioni, parlando dei lutti e del dolore, il tempo non cancella del tutto le ferite; la certezza della fine rimane un nucleo profondo dell’esperienza umana. Esistono però modi per integrarla nella quotidianità senza farsi paralizzare.
Come contrastare l’angoscia
La filosofia stoica, la psicologia contemporanea e le riflessioni degli stessi poeti suggeriscono diversi approcci pratici ed esistenziali per affrontare la paura della morte.
Innanzitutto, bisogna spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità della vita, ovvero concentrarsi sul presente (hic et nunc). L’ansia per la fine nasce spesso quando ci si proietta troppo nel futuro. Ridurre la paura significa riempire di senso il tempo attuale, accettare la vulnerabilità come fonte di valore. Come un’opera d’arte ha un inizio e una fine, la durata limitata della vita le conferisce urgenza, bellezza e significato. È importante, in tal senso, coltivare le relazioni e la cultura.
Vecchioni sottolinea come l’affetto per le persone care, la bellezza della lettura, del cinema e della conoscenza offrano una forza fondamentale per fare scudo contro l’oscurità del dolore e dell’angoscia.
È fondamentale anche coltivare un’”eredità immateriale”: lasciare un segno attraverso le proprie azioni, gli affetti condivisi, l’insegnamento o l’impegno sociale (come la creazione di progetti dedicati agli altri) permette di sentirsi parte di qualcosa che continua anche oltre la propria esistenza. Per le forme di ansia più intense, possono aiutare percorsi di psicoterapia a orientamento cognitivo-comportamentale o esistenziale: aiutano a decondizionare il pensiero catastrofico e a ristrutturare l’idea del limite umano.
Le cose piccole che esorcizzano la morte
«Roberto Vecchioni si è molto aperto su uno dei temi più universali dell’esperienza umana. Sappiamo benissimo di dover morire, che la vita ha un termine, ma in realtà ce ne dimentichiamo. Un pensiero sullo sfondo, soprattutto quando non abbiamo sintomi che ci fanno pensare alla fine della vita», spiega Gianluca Castelnuovo, ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano e direttore del servizio di Psicologia Clinica dell’IRCCS Istituto Auxologico italiano. «L’invecchiamento graduale, una sorta di accompagnamento lento verso il tramonto della vita, ci preoccupa relativamente se restiamo in salute. Ma quando arriva il colpo forte di una malattia, il nostro corpo – che in un certo senso consideriamo quasi “immortale” – ci manda un segnale: non solo mettiamo bene a fuoco che siamo mortali, ma lo avvertiamo anche attraverso il corpo».
È un segno di fragilità psicologica aver paura della morte? «Direi di no», afferma l’esperto con decisione. «La paura è uno dei motori fondamentali della vita perché ci protegge, permettendoci di fare una serie di azioni per tutelarci. Ci spinge a curarci meglio per prevenire un ulteriore momento critico. Basta pensare a quante persone sono riuscite a cambiare comportamenti disfunzionali grazie a un incidente. Il problema è quando la paura diventa una sorta di pensiero ossessivo che occupa tutta la mente, senza lasciare spazio al resto. Nessuno può eliminare la morte dal nostro orizzonte, ma possiamo decidere cosa avere davanti. Ai miei pazienti insegno a pensare alla fine della giornata a una piccola cosa di cui esser fieri. Le cose piccole che si accumulano ogni giorno fanno la grandiosità della vita».

