PFAS: sono in vestiti, padelle, cosmetici. Ecco perché oggi questi composti indistruttibili preoccupano

Li trovi praticamente ovunque: i PFAS rendono più resistenti moltissimi prodotti. La loro persistenza nell’ambiente, però, solleva interrogativi che stanno spingendo l’Europa a valutare nuove regole. Ne parliamo con Lucia Leonessi, fondatore e direttore generale di Cisambiente Confindustria

PFAS: sono in vestiti, padelle, cosmetici. Ecco perché oggi questi composti indistruttibili preoccupano
Foro: 123RF

Non tutti i “per sempre” sono promesse felici. È il caso delle nuove sostanze che impediscono alle uova di attaccarsi alla padella antiaderente, che mantengono asciutta la giacca impermeabile sotto la pioggia, che non fanno impregnare di grasso la carta da forno e che rendono scorrevoli alcuni fili interdentali. Sono molecole progettate per resistere a tutto: non si vedono, non si consumano, attraversano acqua, aria e organismi viventi senza lasciare traccia. Si chiamano PFAS, i cosiddetti forever chemicals, e la loro capacità di durare praticamente all’infinito li ha resi preziosi per l’industria.

Oggi, però, quella stessa caratteristica solleva domande sulla loro sicurezza e sull’impatto ambientale. Per questo l’Unione europea sta valutando una restrizione generale del loro utilizzo all’interno del regolamento REACH, con decisioni attese entro il 2027. Ne abbiamo parlato con Lucia Leonessi, fondatore e direttore generale di Cisambiente Confindustria.

Identikit dei composti che fanno discutere

Dottoressa Leonessi, cosa sono esattamente i PFAS?
«I PFAS, cioè le sostanze per- e polifluoroalchiliche, compaiono nel secondo dopoguerra, quando la chimica dei nuovi materiali entra nelle case e cambia il modo in cui cuciniamo, ci vestiamo e ci muoviamo. Sono oltre 11 mila composti sintetici creati per rispondere a un’esigenza precisa: rendere i prodotti più performanti».

Qual è la caratteristica che li rende così utili dal punto di vista tecnologico?
«La loro forza sta nel legame chimico tra carbonio e fluoro, uno dei più stabili che esistano. È proprio questo legame a dare ai prodotti una resistenza fuori dal comune: non assorbono acqua né grassi, sopportano il calore e mantengono le loro caratteristiche anche dopo anni di utilizzo. È dunque questa eccezionale durevolezza a renderli così “miracolosi” dal punto di vista tecnologico».

In quali prodotti di uso quotidiano troviamo queste sostanze?
«Le ritroviamo in oggetti molto diversi tra loro: padelle antiaderenti, giacche impermeabili, cosmetici a lunga tenuta, schiume antincendio e imballaggi alimentari. Ma anche tende da campeggio, tappeti trattati per respingere le macchie, attrezzature sportive, batterie delle auto e perfino alcuni dispositivi medici, come cateteri e strumenti diagnostici».

Come mai sono finiti sotto osservazione

Perché oggi si parla sempre più spesso dei PFAS come di un problema ambientale?
«La stessa stabilità che rende i PFAS così utili è anche ciò che oggi preoccupa. Il legame tra carbonio e fluoro è talmente forte da resistere ai normali processi di degradazione. Quando i PFAS vengono rilasciati nell’ambiente, possono restare nel suolo e nelle acque per periodi lunghissimi».

Cosa succede una volta che queste sostanze entrano nell’ambiente?
«Non vengono scomposte dalla luce solare, dai batteri o da reazioni chimiche naturali. Inoltre sono molecole piccolissime e inerti, per cui i depuratori non le individuano e le lasciano passare. Così iniziano a muoversi: scorrono nei fiumi, si infilano nelle falde e raggiungono luoghi lontanissimi da dove sono stati prodotti o utilizzati. Lungo il percorso entrano nell’acqua potabile, negli alimenti e negli organismi viventi, fino ad arrivare nel nostro corpo».

Ci sono prove sui possibili effetti sulla salute?
«Per ora la risposta non è definitiva. C’è il sospetto che possano interferire con il sistema endocrino, cioè con la rete di ghiandole che regola funzioni vitali come metabolismo, crescita, fertilità e risposta allo stress. Si tratta di un sistema che lavora con segnali chimici minuscoli e molto precisi, per cui può essere disturbato da sostanze capaci di imitare o alterare l’azione degli ormoni naturali».

È realistico pensare di eliminarli completamente dalla nostra vita quotidiana?
«No. Immaginare un mondo senza PFAS, almeno oggi, è irrealistico. Non è solo una questione di chimica: interi settori produttivi si basano su queste sostanze, che rappresentano una parte importante dell’economia italiana».

Anche tu puoi fare la differenza

Cosa possiamo fare come consumatori?
«Possiamo fare scelte più consapevoli nella vita quotidiana. Basta cominciare dai gesti più semplici: scegliere padelle in ceramica o acciaio oppure versioni antiaderenti dichiarate PFAS-free, leggere con attenzione le etichette dei cosmetici e limitare l’uso della carta da forno usa e getta».

Anche l’abbigliamento e i tessuti hanno un ruolo in questa attenzione?
«Sì, certo. Quando si acquista una giacca impermeabile o un capo antimacchia, vale la pena chiedersi come sia stato trattato e, quando possibile, orientarsi verso materiali più naturali, come lana, seta o cotone. Ridurre i mix di fibre sintetiche significa diminuire la probabilità di portare a casa prodotti che contengono PFAS».

In che modo queste piccole scelte quotidiane possono cambiare le cose?
«Anche gesti semplici, se ripetuti nel tempo, possono contribuire a ridurre l’esposizione a queste sostanze senza rinunciare alla praticità della vita moderna. Allo stesso tempo aiutano a diffondere maggiore consapevolezza tra le persone e incoraggiano l’industria a sviluppare alternative più sicure, senza compromettere il nostro tessuto produttivo».

Dove si nascondono i PFAS

  1. Beauty e cura personale. Cosmetici a lunga durata o waterproof, extension per capelli, fili interdentali cerati, cerotti e prodotti per l’igiene personale: controlla in etichetta che non contengano PTFE (polytetrafluoroethylene), perfluorodecalin, perfluorohexane e perfluorononyl dimethicone.
  2. Tessili tecnici e fast fashion. Giacche antipioggia, tappeti, tovaglie antimacchia e capi sportivi possono contenere PFAS. Gli indumenti acquistati su marketplace extra-UE possono talvolta averne quantità più elevate, perché non sempre rispettano gli standard europei.
  3. Cucina e packaging alimentare. Alcuni materiali progettati per resistere ai grassi (carta da forno, i sacchetti per popcorn da microonde o certi contenitori da fast food) possono contenere PFAS e rilasciarne piccole quantità quando vengono riscaldati.
  4. Acqua potabile. L’acqua del rubinetto è generalmente sicura, ma la situazione non è identica ovunque. I sistemi di filtrazione a carbone attivo o a osmosi inversa possono ridurre eventuali tracce di PFAS.

Informarsi per difendersi

«L’obiettivo deve essere l’individuazione di soluzioni tecnologiche sempre più avanzate, sia per sostituire questi composti nella filiera produttiva, sia per abbatterli nei processi di trattamento di acque e rifiuti» spiega Isabella Stilo, presidente di Erica Srl, società che si occupa di gestione e trattamento rifiuti e che da 10 anni ha una divisione dedicata alla ricerca e sviluppo, proprio su questi composti chimici.

Come sempre, la migliore strategia per il consumatore è informarsi. «Non si tratta di rinunciare a tutto, ma di essere accurati nel reperire informazioni checi permettano di selezionare prodotti che riducano l’esposizione a questi composti, per esempio preferendo cosmetici PFAS-free, evitando capi impermeabilizzati se non necessari o scegliendo utensili da cucina alternativi», consiglia l’esperta.