Implicazioni sociali (e non) del parto prematuro

Nove volte su dieci, la nascita prematura avviene inaspettatamente e richiede interventi di urgenza

Implicazioni sociali (e non) del parto prematuro
(credits: Corbis)

Implicazioni sociali (e non) del parto prematuro

Secondo i dati a disposizione, ogni anno, solamente in Italia, nascono prematuramente 36.000 bambini: 9 volte su 10 arrivano in maniera del tutto inaspettata, in seguito ad interventi di urgenza. Le terapie intensive neonatali però, purtroppo sono mal distribuite lungo lo stivale e, solo nel 10% dei casi dopo la dimissione, viene offerta alle famiglie un supporto a domicilio qualificato. Sette volte su dieci poi, la nascita prematura influenza molto negativamente l’attività lavorativa dei genitori.

I dati  in questione emergono  dal progetto “Nascere prima del tempo, il vissuto delle famiglie con nati prematuri” in Italia, realizzato dalla Fondazione ISTUD in collaborazione con Vivere Onlus Coordinamento Nazionale delle Associazioni per la Neonatologia e con il supporto incondizionato di AbbVie, progetto nato con l’intento di raccogliere, attraverso i racconti di 149 famiglie, gli spunti relativi al vissuto, alle richieste, alle esigenze e alle aspettative che emergono lungo il percorso, per individuare così gli spazi di intervento più idonei dal punto di vista dell’organizzazione dei servizi e del supporto integrativo per le famiglie.


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Implicazioni sociali (e non) del parto prematuro

Quando si pensa a un parto prematuro, il pensiero corre a un evento legato ad una gravidanza a rischio: i dati a disposizione smentiscono nettamente questa credenza, poiché la nascita prematura fa seguito ad una gravidanza a rischio solo nel 28% dei casi (ed in genere questo succede nelle gravidanze gemellari), ma circa l’87% dei parti pretermine sono improvvisi e nel 78% dei casi la nascita richiede un taglio cesareo.

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Una volta nato, il prematuro ha bisogno di essere assistito, soprattutto nei suoi primi giorni di vita, in Neonatologia o nei reparti di Terapia intensiva neonatale, strutture che non si trovano sempre annesse a tutti i reparti di Ginecologia e Ostetricia (ma si trovano soprattutto nei nosocomi delle grandi città) e che spesso sono carenti a livello di spazi per agevolare la presenza dei genitori accanto ai propri figli.

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Il bambino nato prima del termine stabilito dovrebbe poter stare con i suoi genitori 24 ore su 24: questo non sempre è possibile. Una volta dimesso, il prematuro, soprattutto se affetto da patologie croniche, dovrebbe essere seguito attentamente anche a domicilio: secondo i dati disponibili, solo il 10% di loro viene adeguatamente seguito anche a casa.

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Per i genitori restare accanto ai loro bambini nati prematuri è spesso un lusso: il 68% delle mamme di bambini prematuri ha dichiarato di aver dovuto utilizzare ferie e permessi speciali per accudire i loro piccoli.

Questo perché, quando i bambini prematuri lasciano l’ospedale, molto spesso per la mamma si è già esaurito il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, conteggiato dalla data del parto. Per questo motivo moltissime donne lasciano il lavoro o riducono sensibilmente il loro impegno lavorativo.

Implicazioni sociali (e non) del parto prematuro

Come spiega il professor Romagnoli ex presidente della SIN (Società Italiana Neonatologia), «questi neonati non hanno avuto il tempo sufficiente per sviluppare tutti gli organi in maniera completa all’interno dell’utero materno, quindi possono presentare sin dalla nascita problemi di salute sia a breve, che a lungo termine».

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«In generale, quanto più è prematura la nascita, tanto meno sviluppati saranno gli organi, e quindi maggiori sono i rischi di complicazioni successive, fino a comportare anche casi di patologie croniche e invalidanti – prosegue l’esperto – Attualmente la SIN si sta focalizzando sul ruolo della prevenzione, in particolare sulla profilassi ambientale rivolta a minimizzare la diffusione del virus respiratorio sinciziale VRS e su quella farmacologica che prevede la somministrazione di anticorpi specifici anti-VRS durante la stagione epidemica».