Diciamoci la verità: vedere gli altri in vacanza ha sempre generato un filo di invidia in chi resta a casa. “Beati loro!”: quante volte l’abbiamo detto tutti. Oggi, però, c’è chi vive il fatto di non poter viaggiare o di non aver ancora prenotato le ferie con un senso di grande inquietudine e frustrazione. Un disagio che ha addirittura un nome, “notriphobia”, neologismo che arriva dall’America e che deriva da “no trip phobia”, letteralmente la paura di non avere una meta in programma. E non si tratta di casi isolati.
Stando al rapporto dell’Osservatorio sui trend dell’estate 2024 PiratinViaggio, piattaforma online dedicata alle offerte turistiche, il fenomeno colpisce circa il 40% degli italiani. Il dato sale addirittura al 53% fra la Generazione Z, ovvero tra chi oggi ha tra 12 e 27 anni.
Ma che cosa si nasconde dietro questa forma di irrequietezza? Come possiamo gestirla? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Martina Migliore, psicologa clinica di Serenis, centro medico autorizzato che offre percorsi di psicoterapia, psichiatria, nutrizione, coaching e supporto psicologico, tutti online.
Che cos’è e come si manifesta la notriphobia
Dottoressa, che tipo di disturbo è la notriphobia?
Possiamo descriverla come la paura irrazionale e persistente di non poter programmare viaggi nel futuro. Sia chiaro: la riconosciuta come un disturbo clinico vero e proprio, ma il malessere che ne deriva incide sulla vita quotidiana delle persone. Tra colleghi, notiamo che è un disagio psicologico emergente, legato soprattutto alla pressione sociale e all’immagine ideale proposta dai social media.
Quali sono i sintomi, i segnali? Come si manifesta?
I segnali sono numerosi e possono variare da persona a persona, ma notriphobia non è generalmente comprendono ansia, frustrazione e malumore. Molte persone che soffrono della cosiddetta notriphobia provano senso di inadeguatezza, come se stessero vivendo una vita incompleta rispetto a chi è in viaggio.
Questo confronto continuo con gli altri, soprattutto sui social, in alcuni casi, può sfociare in veri e propri comportamenti compulsivi (per esempio, il desiderio ossessivo di pianificare tour che magari non si possono concretizzare per i più svariati motivi, cercare di continuo offerte, sconti, idee, occasioni sulle piattaforme di viaggi), oppure in sintomi depressivi. In casi estremi, questa fobia può compromettere gravemente il benessere psicologico, rafforzando il sentimento di una bassa autostima, che molto spesso è alla base del disturbo.
In che senso i social hanno un ruolo in tutto questo?
Sui social le persone si mostrano spesso in procinto di partire e mentre arrivano in luoghi da sogno, mostrano con il cellulare la camera d’albergo, i comfort del villaggio o del resort, il brindisi spensierato con gli amici. Emerge il lato più bello della vacanza e il viaggio diventa uno status symbol, una prova di felicità.
Chi non può partire, quindi, si sente escluso da questa “giostra”, vive con frustrazione la mancanza di esperienze. I social, insomma, rappresentano una pressione psicologica, facendo sentire chi guarda e resta a casa come se stesse perdendo un‘opportunità fondamentale. La visibilità online diventa una sorta di parametro di accettazione sociale, avere qualcosa da mostrare e da dire rafforza il bisogno dell’approvazione degli altri e di sentirsi realizzati.
Notriphobia, come gestirla
Secondo lei il problema riguarda maggiormente chi non ha i mezzi economici per partire?
Assolutamente no. Il fenomeno in realtà colpisce un ampio spettro della popolazione, anche chi ha i mezzi economici per viaggiare, ma magari è frenato da figli piccoli, problemi familiari, lavorativi. La sensazione di non essere al passo con gli altri, di non partecipare alla “vita sociale” proposta dalla rete, è una fonte di ansia che non dipende necessariamente dal reddito.
Che cosa si può consigliare a chi vive questo stato d’animo?
Per ridurre l’ansia del confronto e il senso di inadeguatezza può essere utile ricorrere a tecniche di rilassamento o respirazione capaci di “calmare” la mente. Uno strumento efficace, per esempio, è la mindfulness, imparare a restare nel qui e ora, e ad apprezzare ciò che si ha e si vive nel presente. Se il malessere diventa eccessivo o inizia a interferire troppo con la quotidianità, un percorso psicologico con un esperto può aiutare a comprendere le origini del disagio, riformulare le aspettative e aiutare a costruire un equillibrio più autentico e duraturo.

