La nostra mente, quel labirinto intricato di nodi emotivi, ricordi e turbamenti, è in scena a teatro. Perché è lei la protagonista de “La mente in scena”, lo spettacolo scritto e diretto da Luca Stano, con la supervisione scientifica di Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’associazione Alice ETS, sul palco insieme ad Alice Rendini per dare vita a un appassionato monologo a due voci. La tournée teatrale, iniziata lo scorso febbraio, proseguirà fino a ottobre 2026, toccando 20 città italiane e raccogliendo consensi per un lavoro insolito e coraggioso, dal momento che sul tema della salute mentale aleggiano ancora stigmi e tabù.
Per meglio conoscere i risvolti di questo viaggio di 90 minuti all’interno della mente umana, abbiamo rivolto alcune domande alla dottoressa Andreoli.
Che cosa l’ha spinta a mettere in scena il disagio psichico?
«Già da qualche anno alcune produzioni mi chiedevano di mettere in scena qualcosa di inedito, in cui la parola teatrale e quella clinica si intrecciassero sul filo di una narrazione cruda, scaturita da vere storie di disagio psichico. Io ho sempre amato il teatro e mi sono anche diplomata a una scuola di recitazione. Così ho deciso di rivedere, sotto la lente della psicoterapia psicanalitica, un testo che Luca Stano aveva scritto quando aveva 25 anni, ispirandosi alla storia vera di una sua amica che soffriva di disturbo della personalità borderline e che ha subìto diversi ricoveri.
È stato un forte stimolo a dar vita a Hélène, il nome di fantasia che abbiamo dato alla ragazza interpretata da Alice Rendini. La quale, in realtà, non veste soltanto i panni di Hélène ma dà vita a una serie di personaggi, uomini e donne, che lei stessa ha incontrato durante i suoi ricoveri, per “scendere” nelle loro anime, cogliere la loro sofferenza mentale. E in questo viaggio esplorativo non è sola ma costantemente guidata da me, che interpreto me stessa, cioè la psicoterapeuta analista che le fa da coach e la aiuta a mettere in scena i diversi personaggi, permettendole di vivere sulla propria pelle il loro profondo disagio esistenziale».
Chi sono i personaggi?
«C’è una donna affetta da depressione cronica, dopo aver subìto per anni minacce e violenze dal marito. C’è una ragazza psicotica che soffre di varie forme di delirio. Poi c’è un uomo che ha tentato il suicidio dopo che è rimasto vedovo, solo con i figli. E c’è anche un ragazzo schizotipico, cioè affetto da un disturbo di cui si parla poco ma che è più diffuso di quanto si pensi.
Il disagio psichico si manifesta con difficoltà ad aver accesso alla relazione con l’altro, per mancanza di un “oggetto d’amore” interiorizzato dentro di sé, e questo scoglio nei rapporti sociali conduce ineluttabilmente all’isolamento. Insomma, le forme di disagio sono tante ed è importante parlarne attraverso una delle armi più potenti che abbiamo per arrivare al pubblico: la drammaturgia».
Torniamo al disturbo della personalità borderline…
«Anche questo è un tema di scottante attualità, visto il dilagare del disagio tra i giovani. Fa parte dei disturbi dello spettro narcisistico, di cui si parla male e a sproposito. Già l’aggettivo “narcisistico” fa scattare dei giudizi, commenti veloci e superficiali (specie sui social) quando in realtà si tratta di un comportamento patologico al quale, appunto, ne “La mente in scena” abbiamo cercato di dare credibilità, affinché lo spettatore si astenga dal giudicare ma entri tra le pieghe di quel malessere che è spesso sotteso a comportamenti apparentemente strani e incomprensibili.
Faccio un esempio: le donne “borderline” si comportano non di rado come delle adescatrici, spingendo molto sul pedale della “femme fatale” superseduttiva. E questo può generare fastidi e fraintendimenti. Ma basta osservare la loro vita a 360 gradi per rendersi conto che l’eccesso, l’iperbole, non riguarda soltanto i rapporti affettivi/sessuali.
Interessa tutta la loro personalità, segnata da dipendenze (cibo, alcol, sigarette, gioco d’azzardo, shopping compulsivo…), da disturbi del comportamento alimentare, da momenti di euforia alternati a disperazione, da instabilità emotiva nelle relazioni (un momento una persona è alle stelle, un altro alle stalle). Spesso a monte, c’è un trauma sessuale subìto durante l’infanzia o l’adolescenza, che non è stato elaborato nel modo corretto perché nessuno l’ha aiutata a farlo. Così, inconsciamente, le donne borderline con i loro comportamenti replicano il trauma».
Come se ne esce?
«Innanzitutto affrontando il problema. Il mio spettacolo è solo un primo passo per uscire dall’imbarazzo e affrontare il disagio mentale con consapevolezza. Un modo per guardarsi da vicino, stando comodamente sedute sulla poltrona di un teatro. Ma poi, ovviamente, non basta.
Occorre che genitori, fratelli, sorelle, fidanzati, mariti ed educatori convincano la donna affetta da disturbo della personalità borderline a farsi curare, mettendosi nelle mani di una brava psicoterapeuta o psicanalista. Che l’aiuterà a dipanare i nodi dentro di sé, a capirsi e ad accettarsi senza giudicarsi, per riuscire finalmente a stabilire con gli altri una connessione autentica e profonda».

