Quando si parla di obesità, il dibattito resta inchiodato ai soliti tre capitoli: calorie, dieta, attività fisica. Molto meno spazio viene riservato al ruolo della mente, delle emozioni, dello stress, dello stigma sociale. Eppure questi fattori influenzano in modo diretto il comportamento alimentare, così come l’obesità può incidere sul benessere psicologico.
La ricerca scientifica lo conferma con dati sempre più solidi. Una recente indagine coordinata dalla Società Italiana di Neuropsicofarmacologia segnala che tra le persone seguite dai servizi di salute mentale la prevalenza di obesità è quasi doppia rispetto alla popolazione generale: 17% contro 10%, con un divario ancora più netto tra i giovani adulti. Un dato che ribadisce quanto salute fisica e mentale siano parti dello stesso sistema e non elementi separati.
Ma quanto conosciamo davvero gli aspetti psicologici dell’obesità, al di là dei luoghi comuni? A fare chiarezza è il professor Virginio Salvi, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASST di Crema, che invita a leggere l’obesità anche come esperienza emotiva e sociale. Ecco il vero e il falso sull’obesità spiegato dall’esperto.
Le persone obese potrebbero dimagrire se avessero più forza di volontà: falso
Per molto tempo i percorsi dietetici sono stati associati soprattutto al concetto di forza di volontà: devi impegnarti di più, devi controllarti, devi essere determinato a perdere peso. In realtà questo approccio trascura i meccanismi biologici che regolano il peso corporeo. Quando una persona dimagrisce con una dieta restrittiva, l’organismo attiva una serie di meccanismi per riportare il peso al livello precedente, considerato il proprio punto di equilibrio: aumenta il senso di fame e il metabolismo rallenta, rendendo più difficile mantenere il dimagrimento nel tempo. Non si tratta quindi di una mancanza di impegno, ma di una risposta biologica influenzata anche da fattori genetici e ambientali. Per questo la forza di volontà, da sola, non può essere la cura dell’obesità, che è una malattia cronica, complessa e recidivante.
Nei periodi di stress è più facile cercare cibi gratificanti, ricchi di zuccheri o grassi: vero
I cibi più gratificanti attivano rapidamente il sistema della ricompensa del cervello, aumentando i livelli di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Per questo, nei momenti di stress, tristezza, rabbia o tensione, è più facile ricercarli. Il loro consumo produce un sollievo immediato dalle emozioni negative, ma solo temporaneo. Se questo comportamento si ripete nel tempo, il cibo può trasformarsi in uno strumento per gestire le emozioni, alimentando un circolo vizioso che favorisce l’aumento di peso e rende più difficile modificare le proprie abitudini alimentari. Questo meccanismo può essere ancora più evidente nelle persone con depressione o disturbi d’ansia, che tendono a cercare un sollievo immediato dalla sofferenza emotiva. Non si tratta quindi semplicemente di una “voglia di dolci”, ma di una complessa interazione tra cervello, emozioni e comportamento alimentare.
Convivere con l’obesità significa soffrire di ansia o depressione: falso
Obesità e disturbi psicologici sono spesso associati, ma non sono sinonimi. È vero che tra le due condizioni esiste una relazione bidirezionale. Chi vive con l’obesità ha un rischio maggiore di sviluppare ansia o depressione e, viceversa, chi soffre di questi disturbi ha una probabilità più elevata di sviluppare obesità. La sofferenza psicologica può, infatti, favorire comportamenti alimentari disfunzionali e uno stile di vita meno salutare. L’obesità, invece, può incidere sul benessere emotivo attraverso lo stigma, la frustrazione legata alla difficoltà di perdere peso e anche alcuni meccanismi biologici, come lo stato infiammatorio cronico. Tuttavia, si tratta di un aumento del rischio, non di un rapporto di causa-effetto inevitabile. Molte persone con obesità non soffrono di disturbi psicologici, così come ansia e depressione possono colpire anche persone normopeso.
Essere giudicati per il peso rende più difficile il rapporto sereno con il cibo e il corpo: vero
L’essere umano è, per sua natura, un animale sociale. Costruiamo la nostra identità anche attraverso lo sguardo degli altri e abbiamo bisogno di sentirci accettati, riconosciuti e parte di un contesto. Per questo il giudizio altrui non è mai del tutto indifferente, soprattutto quando diventa stigma, derisione o esclusione. Essere continuamente esposti a commenti negativi sul proprio peso può alimentare emozioni come vergogna, rabbia, frustrazione e senso di impotenza, influenzando anche la percezione che la persona ha di sé e del proprio corpo. Nelle persone più vulnerabili queste emozioni possono favorire il ricorso al cibo come forma di consolazione o di sollievo momentaneo. Si rafforza così il circolo vizioso della fame emotiva. Lo stigma, quindi, non rappresenta uno stimolo al cambiamento, ma può diventare un ulteriore ostacolo nel percorso di cura, rendendo ancora più complesso costruire un rapporto equilibrato con l’alimentazione e con sé stessi.
A dieta porsi obiettivi ambiziosi e aspettarsi risultati rapidi aumenta la motivazione: falso
Avere aspettative irrealistiche sul dimagrimento può compromettere la motivazione e rendere più difficile mantenere i risultati nel tempo. Un percorso di cura efficace deve partire da obiettivi realistici e sostenibili, perché una perdita di peso troppo rapida non solo può essere dannosa per l’organismo, ma spesso si associa anche a una maggiore probabilità di recuperare il peso perso. Per questo è importante essere accompagnati da professionisti e costruire un equilibrio tra il desiderio di cambiare e la consapevolezza dei propri tempi. Anche il supporto psicologico può aiutare a ridimensionare aspettative irrealistiche, spesso influenzate da modelli estetici irraggiungibili o dalla pressione sociale, e a sviluppare una visione più ampia del benessere, che non coincida esclusivamente con il peso o l’immagine corporea.
Imparare a riconoscere le proprie emozioni può favorire un percorso di cura dell’obesità: vero
Oggi sappiamo che il cosiddetto “cervello emotivo” ha un ruolo fondamentale nel determinare il comportamento alimentare e la capacità di mantenere nel tempo i cambiamenti nello stile di vita. Per questo imparare a riconoscere e gestire emozioni come stress, ansia, rabbia o frustrazione rappresenta un tassello importante del percorso di cura. Un supporto psicologico può aiutare la persona ad acquisire strumenti concreti per affrontare le difficoltà quotidiane senza ricorrere al cibo come forma di compensazione, migliorando anche la capacità di gestire lo stress. L’obiettivo non è solo favorire la perdita di peso, ma soprattutto consolidare nel tempo abitudini più sane e durature. Se fino a qualche anno fa l’attenzione era rivolta quasi esclusivamente alla bilancia, oggi è sempre più chiaro che prendersi cura della salute emotiva è una componente essenziale per ottenere risultati stabili e migliorare la qualità di vita.
Raggiunto il peso desiderato, il supporto psicologico non serve più: falso
La fase successiva al dimagrimento, il cosiddetto follow-up, è spesso uno dei momenti più delicati del percorso. L’organismo, infatti, tende fisiologicamente a recuperare il peso perso. Per mantenere i risultati non basta quindi “resistere”. È necessario consolidare nuove abitudini di vita, aumentare o mantenere la massa muscolare attraverso l’attività fisica e imparare a gestire in modo diverso stress ed emozioni. Un supporto psicologico può essere particolarmente utile anche in questa fase. Aiuta la persona a riconoscere eventuali difficoltà, a rafforzare le strategie acquisite e a trovare nuove fonti di gratificazione positive, diverse dal cibo.

