“Basta, fammi vivere la mia vita”. Potrebbe essere l’incipit di una lettera di odio-amore scritta dalle tante donne che hanno con la propria madre un rapporto estremamente conflittuale. E un conto sono le ribellioni adolescenziali che, da che mondo è mondo, sono un passaggio obbligato. Un altro sono i conflitti che si manifestano da grandi, quando la figlia è diventata adulta e magari ha già messo su casa. Eppure tensioni, risentimenti, conti in sospeso e discussioni restano all’ordine del giorno.
Lo dimostrano trasmissioni popolari come C’è posta per te: quando la “busta” si apre, appare spesso la figura di una figlia in rotta con la madre. O di una mamma che vuole fare pace con la figlia che l’ha tagliata fuori dalla propria vita. Quella della mamma, infatti, è una figura ingombrante, interiorizzata nei primi anni di vita, con la quale bisogna fare i conti. A volte anche se si vive a 500 km di distanza.
Impossibile archiviarla come un vecchio fascicolo o un capitolo chiuso della propria esistenza. Prima o poi, il confronto-scontro salta fuori perché, come diceva Gustav Jung, l’archetipo della Grande Madre rappresenta una figura universale ambivalente. Da una parte è sinonimo di nutrimento, accudimento e protezione, dall’altra può includere nel nostro inconscio aspetti di dominio e prevaricazione, persino distruttivi nei confronti del proprio io.
Per capire come gestire i conflitti, abbiamo intervistato la professoressa Maria Malucelli, docente di psicologia clinica e psicoterapeuta a Roma.
Qual è la miccia che incendia i rapporti?
Le cause sono infinite e nascono già nell’infanzia, quando il rapporto madre-figlia è molto stretto. Crescendo, gli equilibri familiari cambiano e non tutti reggono l’urto dell’adolescenza, una vera tempesta. In questo momento la figlia rimette in discussione tutto quanto e ha bisogno di trovare nuovi spazi per conquistare l’indipendenza affettiva e spiccare il volo.
Dai 12 ai 18 anni spesso i rapporti si incrinano, diventano polemici e le occasioni di scontro non mancano mai. Tutto nella norma: i figli hanno bisogno della fase dei contrasti per diventare autonomi.
Poi, da grandi, in genere il rapporto si recupera e l’ostilità verso i genitori diminuisce. Ma non sempre è così. Alcune mamme continuano a vessare di richieste le proprie figlie. E alcune figlie continuano a nutrire risentimento per la madre, anche quando hanno un compagno, dei figli e si sentono realizzate.
Perché le figlie non riescono a fare pace con la figura materna?
Perché spesso le ferite riportate durante l’infanzia e l’adolescenza sono profonde e, anche quando si cicatrizzano, in fondo al cuore continuano a fare male. Il primo consiglio, quindi, è cercare di fare emergere i motivi di rancore. Portare alla luce ciò che ribolle dentro e cercare di parlare con la propria madre, in modo pacato, aiuta a riannodare i fili della comunicazione. E ad abbattere il muro di incomprensioni.
Basta fare chiarezza nella propria mente, estrapolare dalla nuvola nera di rabbia i vari episodi che hanno generato amarezza e delusione tanto da cementare un atteggiamento di chiusura. E snocciolare questi motivi davanti a lei. L’importante, insomma, è seguire la via della comunicazione perché le parole vincono su tutto. Altrimenti si rischia di combattere per anni contro i mulini a vento, i fantasmi del proprio inconscio che riappaiono ogni volta che si apre l’armadio dei ricordi.
Tengo a precisare che il verbo ricordare deriva da latino “rivivere con il cuore”. Quando il ricordo pesa troppo sul presente, si rischia di ignorare la realtà attuale, di non vedere com’è diventata la mamma ora e come si è diventate, sia da sole sia rispetto a lei.
A volte le madri fanno scattare un meccanismo di proiezione sulle figlie
Non c’è niente di male in questo, e non va demonizzato. Compito della figlia è riconoscere le proiezioni materne, dire apertamente alla mamma “colgo i tuoi desideri, non ti preoccupare. Ma io non sono te e devo seguire la mia strada”. Per facilitare il dialogo, consiglio di adottare un diario: la figlia scrive ciò che non approva della mamma e la mamma tutte le cose che non condivide della figlia. Poi ci si incontra e si scambiano civilmente, senza animosità, le opinioni.
Quali sono le “colpe” più frequenti delle mamme?
Più che di colpe si tratta di errori commessi in buona fede, per naturali divergenze con la propria figlia, che ha ereditato il dna ma non il carattere della madre. Anche quando una donna si atteggia a mamma-amica, sempre pronta a uscire con la figlia per fare shopping, andare a un concerto o programmare un weekend, la complicità è inficiata dalla differenza di età e lo scontro generazionale emerge sempre.
Un conto sono le esigenze e il modo di sentire di una ragazza di 20 anni, un altro sono quelle di una 50enne che, benché giovanile, paga lo scotto di essere nata in un’altra epoca. La mamma, insomma, non deve mai rinunciare a essere un “polo di riferimento superiore”, non abdicare al ruolo genetico, psicologico e affettivo di supervisore. Deve mantenersi emotivamente distaccata e affettivamente coinvolta. Il che non è facile, ma è proprio di uno sguardo diverso dal loro che hanno bisogno i nostri figli.
Ad ogni modo gli errori più frequenti sono due: c’è la mamma-chioccia invadente, che vuole mettere bocca su tutto e continua a criticare l’operato della figlia anche quando si è affrancata da casa. E c’è invece la mamma che di punto in bianco ha deciso che la figlia è diventata grande e deve trovarsi un lavoro, una casa, un fidanzato. Farsi, insomma, una vita sua perché la “mammina” che provvede a tutto è finita.
Senza rendersi conto che la maturità non è una questione anagrafica. Alcune ragazze, dopo le superiori iniziano a lavorare e vanno a vivere da sole. Altre hanno bisogno di molto più tempo per elaborare il distacco, indipendentemente dal fatto che frequentino l’università e perciò non possano rendersi subito indipendenti. Bisogna, insomma, cercare di rispettare i tempi di ogni figlia, perché ciascuna ha il proprio passo. Circa la mamma invadente, invece, che critica come la figlia ha vestito o preparato la pappa al nipotino, bisogna fissare dei paletti. Farle capire che non può intromettersi in tutto, compresa l’educazione dei figli.
C’è poi il tema spinoso delle disuguaglianze con i fratelli…
Un frequente motivo di dissidio è il fatto che la figlia si sente spesso “la sfavorita” rispetto al trattamento che i genitori riservano a fratelli o sorelle. «Tu gli hai comprato l’auto e a me no. Tu vai in brodo di giuggiole quando viene a trovarti, mentre a me tratti quasi come un’estranea».
Il fatto è che molti genitori danno per scontato il legame affettivo che c’è con i figli e non si preoccupano di mostrare le stesse attenzioni. Dentro di sé pensano: “se preparo il risotto ai frutti di mare solo quando viene a cena tuo fratello, non è perché ti voglio meno bene». Chi ha ragione in questo caso? Entrambe. Le figlie hanno antenne sensibilissime per captare le disparità di trattamento e rivendicare dei privilegi che, ai loro occhi, vengono elargiti al primogenito o al secondogenito.
E le madri, spesso, negano le disuguaglianze. Senza ammettere che delle preferenze in realtà possono esistere perché tra genitori e figli si instaurano spesso delle empatie sotterranee, quell’ “idem sentire” che spinge un genitore e identificarsi più in un figlio che in un altro. Nulla di male, ma le preferenze vanno riconosciute e “contenute”, e non devono diventare motivo di disagio e di esclusione per una figlia. Il che non significa che bisogna usare la bilancia nei rapporti.
Va ribadito che non tutto si può monetizzare, diventare merce di scambio e di pretese. Una madre ha tutto il diritto di fare un bel regalo di compleanno a una figlia e farne uno meno caro all’altra. Perché i figli sono esseri unici, a loro modo speciali, e possono ricevere cose differenti dai loro genitori. Senza per questo doversi sentire elementi di serie B. Le figlie devono capire che l’amore non si misura al chilo. Un giorno riceverà di più la sorella maggiore, un altro la ruota girerà a favore della piccola.
Se si sentono deluse dalle figlie, le mamme lo rinfacciano…
Spesso i figli diventano uno schermo bianco su cui proiettare aspettative e frustrazioni. Senza rendersi conto, si diventa rigidi sugli obiettivi da raggiungere e si pretende molto dalle figlie, in termini di studio, lavoro o sport. Salvo poi rimanere deluse quando la figlia decide di mollare l’università, la ginnastica artistica o il pianoforte.
Se la ragazza si sottrae ai desideri della madre, interrompe il percorso che era stato pianificato per lei, ecco che scatta il biasimo e il rinfaccio. «Con tutti i soldi che abbiamo investito per te…». Ma rinfacciare è sbagliato e produce nella figlia un senso di inadeguatezza che può riflettersi nei rapporti interpersonali, fino a minare l’autostima per aver tradito le attese dei genitori.
L’aspettativa è una distorsione cognitiva, diversa dal desiderio. Un conto è desiderare che la figlia raggiunga certi traguardi. Un altro è pretenderli, ignorando il fatto che lei ha uno sviluppo psicoaffettivo diverso e che è sottoposta a stimoli differenti. Il messaggio di una madre che deve arrivare alla figlia è “io ti apprezzo per tutto quello che hai fatto e per tutto quello che non hai fatto”.
Infine, due parole sulla mamma che stima la figlia a metà, riconoscendole un’intelligenza soltanto scolastica. È quella che dice alle amiche: “mia figlia è bravissima a scuola”. Oppure “è un fulmine sul lavoro”, ma poi aggiunge: “non sa scegliersi gli uomini, frequenta le persone sbagliate, esce con un’amica penosa”.
Alla figlia vengono sì riconosciuti dei meriti, ma le viene addebitata un’incapacità cronica di leggere gli altri come un libro e di scegliere le persone giuste. Ogni mamma dovrebbe sempre poter esprimere il suo parere, consigliare e persino dissentire, ma senza criticare aspramente le scelte della figlia, erigendosi a suo giudice. Consigliare significa proporre, criticare è cercare di sostituirsi, abdicando a ciò di cui i figli hanno più bisogno: sentirsi pienamente accettati per quello che sono, soprattutto dalla propria mamma e dal proprio papà.
La psicoterapia più indicata
Se i conflitti diventano incandescenti e non si riesce a venirne fuori è bene chiedere aiuto a una psicoterapeuta. La terapia migliore, in questi casi, è quella a indirizzo cognitivo-comportamentale, più breve di quanto si possa pensare. «Faccio tre sedute con la figlia, tre con la mamma e una settima seduta insieme, per affrontare di comune accordo le criticità emerse e suggerire strategie comunicative nel quotidiano », spiega la professoressa Maria Malucelli.
«In genere 7 sedute sono sufficienti per ridurre i conflitti». In alternativa, nei consultori familiari della propria ASST si può chiedere l’intervento gratuito di un mediatore familiare (psicologo, pedagogista o counselor), cioè di una figura professionale che, convocando madre e figlia, cerca di redimere i conflitti.

