La vulvodinia è una patologia poco conosciuta, anche se colpisce il 10-12% della popolazione femminile, soprattutto sotto i 40 anni. Il suo nome deriva dall’unione di due vocaboli greci che significano “dolore alla vulva”. Ovvero un dolore persistente all’area genitale che nell’80% dei casi interessa il vestibolo vulvare, “la porta di ingresso” della vagina che include la mucosa compresa tra il clitoride, la parte interna delle piccole labbra (dal bordo fino alla base dell’imene) e la cosiddetta “forchetta vulvare”, il punto in cui le piccole labbra si uniscono per chiudere in basso la vulva.
Per questa ragione si parla di vestibolite, cioè di infiammazione al vestibolo vulvare, e di vestibolodinia, quando subentra il dolore, che può essere provocato dai rapporti sessuali, dal contatto ma anche presentarsi in modo spontaneo. «“Mi sembra di avere tanti taglietti, come degli spilli”, riferiscono le pazienti. Le microabrasioni sono microscopiche, quindi non visibili a occhio nudo, ma sono reali, istologicamente dimostrate», premette la professoressa Alessandra Graziottin, consulente del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Verona. «Sono la prima causa di infiammazione e di dolore, che è sempre un grido d’aiuto da prendere in seria considerazione».
E se dipendesse dalle tensioni muscolari?
«Non esiste un’unica causa della vulvodinia. Diversi fattori contribuiscono a causare il bruciore al vestibolo. Tra quelli predisponenti, viene sottovalutata l’importanza delle cause biomeccaniche, cioè muscolari, fasciali e tendinee», spiega la professoressa Graziottin. «Le posture viziate, con le spalle incurvate in avanti, bloccano il respiro diaframmatico e il rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico, mentre quelle asimmetriche creano tensioni tra la metà destra e sinistra del corpo, riflettendosi negativamente sui muscoli paravertebrali che sostengono la colonna, sull’ileopsoas (che collega la colonna e il bacino al femore), sugli otturatori interni (fondamentali per la rotazione del femore) e sul muscolo elevatore dell’ano (che sostiene vescica, utero e retto). Queste tensioni croniche lungo le catene muscolari possono causare dolore intimo di varia intensità».
Tra i comportamenti a rischio figurano anche gli esercizi intensi e ripetuti, come avviene per chi in palestra segue l’HIT (High Intensity Training) o energiche sedute di cycling, sia indoor sia outdoor, come nel cicloturismo. Uno sport che può comportare compressione vulvare, formicolii (parestesie) e dolore nei tessuti innervati dal nervo pudendo. Questo perché l’allenamento troppo intenso può portare a iperattività del muscolo elevatore dell’ano, con ridotta sua ossigenazione, mentre dev’essere mantenuto elastico e ossigenato il più possibile per evitare di restringere l’entrata vaginale. Una condizione tutt’altro che rara che predispone alle microabrasioni del vestibolo vulvare in caso di rapporti.
Persino l’abitudine di stare con le gambe accavallate o di passare ore al cellulare o al computer, con la testa e le spalle incurvate e il diaframma bloccato, favorisce la contrazione del muscolo elevatore dell’ano rendendo l’area vulvare più vulnerabile ai microtraumi.
«La prima strategia d’attacco, quindi, è affidarsi a un fisioterapista o a un osteopata per migliorare la postura globale, sciogliere le tensioni muscolari croniche, valorizzare il respiro diaframmatico profondo e, non ultimo, riequilibrare i carichi in palestra, in modo da ottenere un buon bilanciamento muscolare che restituisca mobilità e ossigenazione ai muscoli e alle fasce del pavimento pelvico», suggerisce Graziottin.
Infezioni tra i fattori scatenati
Un altro fattore predisponente la vulvodinia sono le cistiti e vaginiti ricorrenti. Molte donne soffrono di infezioni recidivanti da Candida albicans. Ci sono pazienti, che pur avendo un tampone vaginale negativo per la Candida, sviluppano una reazione immuno-allergica aberrante ai suoi antigeni, cioè una risposta esagerata del sistema immunitario. «In entrambi i casi, le mucose vaginali risultano sensibilizzate. Bisogna risolvere il problema a monte per dare scacco matto al dolore», prosegue la professoressa Graziottin.
«Stessa cosa dicasi per chi soffre di cistite e assume cicli di antibiotici che causano un triplo guaio: provocano biofilm patogeni di Escherichia coli (il batterio responsabile della maggior parte delle cistiti) all’interno delle pareti della vescica. Inoltre, gli antibiotici selezionano ceppi di Candida più aggressivi e causano una disbiosi severa dell’intestino, con relativa infiammazione di tutta l’area vulvovaginale».
Non solo. La persistenza dell’infiammazione causata dalle microabrasioni, dalle continue infezioni o dalla risposta allergica aberrante causa la produzione eccessiva di NGF (fattore di crescita dei nervi) da parte dei mastociti, le nostre cellule-soldato che entrano in azione. Fatto che porta alla proliferazione delle fibre nervose del dolore, che così peggiora e si superficializza. Per questo, a volte, basta una sensazione di contatto nelle parti intime per provare un bruciore urente (simile a quello provocato da una scottatura), che diventa insopportabile in caso di rapporti sessuali (dispareunia). Dolore che spesso viene mantenuto da un ritardo nella diagnosi. Ginecologi e ginecologhe infatti spesso tendono a minimizzare i sintomi riferiti e non riconoscono i fattori infiammatori e biomeccanici. Il dolore allora si trasforma esso stesso in malattia, divenendo sempre presente anche in assenza di cause scatenanti.
Una tortura, insomma, che rende difficile indossare gli slip o i jeans attillati. «In condizioni normali i mastociti risolvono l’infiammazione e “spengono l’incendio”, consentendo un ritorno all’integrità dei tessuti», prosegue la nostra esperta. «Ma se la risposta infiammatoria è eccessiva o frequente, come nelle infezioni genito-urinarie ricorrenti, la proliferazione delle terminazioni nervose alimenta la base anatomica del dolore, aumentando la sensibilità. Basta quindi il minimo stimolo perché la donna provi dolore».
Le cure per la vulvodinia? Sistemiche e locali
«Non esiste un’unica cura vincente per risolvere la vulvodinia», prosegue Alessandra Graziottin. «Essendo una patologia complessa, innescata da vari fattori (muscolari, infiammatori, infettivi e di ipersensibilità delle fibre nervose), l’approccio corretto è seguire una terapia che associ più trattamenti per creare efficaci sinergie. Innanzitutto, bisogna respirare bene, puntando sulla respirazione diaframmatica, e correggere la postura, affidandosi a un fisioterapista con una formazione specifica nella terapia manuale dei muscoli del pavimento pelvico.
Ottimo il metodo “hands on”, cioè l’uso sapiente delle mani per allungare, mobilizzare e ossigenare il muscolo pubococcigeo e i tessuti molli, grazie a uno stretching capace di allentare le tensioni che gravitano sulla vulva. In aggiunta alla terapia manuale, per aiutare la donna a rilassare la muscolatura perineale si può prescrivere un ciclo di biofeedback del pavimento pelvico. Si tratta di una “ginnastica intima” che prevede degli esercizi tesi a migliorare la percezione dei muscoli che circondano la vagina, la vulva e l’ano, imparando a contrarli e a rilassarsi a comando, grazie a una sonda vaginale munita di sensori.
La strumentazione elettronica guida efficacemente gli esercizi, visualizzando sullo schermo, grazie a segnali acustici e luminosi, la forza di contrazione e distensione muscolare. Così la donna e la fisioterapista possono valutare, step by step, i risultati raggiunti durante la seduta.
Un altro metodo di rieducazione funzionale del pavimento pelvico è la Tecar Vag, una tecarterapia studiata per ridurre dolore pelvico e tensioni muscolari. Migliora la microcircolazione e l’ossigenazione dei tessuti grazie al trasferimento energetico “capacitivo-resistivo”, un’elettrostimolazione indolore che favorisce i processi di riparazione».
I farmaci utili contro la vulvodinia
Una buona fisioterapia è in grado di risolvere oltre il 50% delle cause biomeccaniche della vulvodinia, ma a volte non basta. «Nei casi di dolore diventato malattia, definito neuropatico e nociplastico, che si automantiene e rende difficile persino indossare gli slip o stare sedute a lungo, si possono prescrivere farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale. Ad esempio l’amitriptilina, il gabapentin e pregabalin», prosegue Graziottin.
«Utile è associarvi degli antinfiammatori per bocca naturali come l’acido alfa-lipoico, il PEA (palmotoiletanolamide) e gli Omega 3. A livello locale, invece, per lenire le mucose infiammate si può spalmare una crema o un gel intimo a base di acido ialuronico, PEA, boswellia serrata, acmella e CBD: estratto da foglie, fusti e semi di canapa, agisce da analgesico naturale. Per correttezza, va detto che l’unico dispositivo medico specificatamente approvato per la vestibolodinia è a base di spermidina e acido ialuronico. La sua efficacia è stata testata in uno studio su 154 donne, pubblicato a novembre 2024 su Pharmaceutical. Infine, per allentare le contrazioni della muscolatura pelvica, il medico può prescrivere farmaci miorilassanti locali, come il diazepam».
L’insospettabile rete di relazioni
La vestibolodinia è una patologia a sé stante? No, se trascurata o diagnosticata in ritardo si complica con altri problemi di salute disegnando un quadro di comorbilità complesso. Lo dimostra uno studio osservazionale, coordinato dalla professoressa Alessandra Graziottin, che ha coinvolto anche il professor Filippo Murina, la dottoressa Dania Gambini e i ricercatori del Grupp Vu-Net ed è stato pubblicato nel 2021 sul Journal of Gynecology and Women’s Health.
Si tratta del più grande studio osservazionale sulla vulvodinia esistente, che ha indagato 1183 casi. I risultati? Nel 94,7% dei casi le pazienti dichiarano di soffrire di disturbi intestinali (disbiosi, stipsi, colon irritabile), nel 94% di problemi alla sfera sessuale (vaginismo, secchezza vaginale, riduzione o assenza di desiderio). Nel 37,4% riferiscono cistiti, nel 25,7% cefalea, nel 22,6% ansia e depressione, nel 17,5% allergie cutanee o respiratorie, nell’1% endometriosi.
Insomma una matassa intricata da dipanare, con molti fili aggrovigliati.
Elettroporazione: una nuova via di somministrazione
L’elettroporazione vaginale è una tecnica medica non invasiva. Attraverso impulsi elettrici a bassa intensità emessi da una sonda vaginale, consente la veicolazione transdermica e transmucosa di sostanze farmacologiche come l’amitriptilina o il tramadolo, usate in caso di dolore neuropatico per desensibilizzare le fibre nervose.
Il vantaggio rispetto alla somministrazione per via orale? Le molecole vengono assorbite localmente, andando dritte al bersaglio. La sequenza di microimpulsi, infatti, apre all’interno delle mucose dei canali acquosi che facilitano la penetrazione dei principi attivi. Inoltre, gli stimoli elettrici inibiscono le fibre nervose responsabili della trasmissione del dolore.

