Per anni la cura dell’obesità è stata raccontata come un percorso faticoso, fatto di rinunce e – più recentemente – di farmaci iniettabili, che hanno segnato una svolta nelle prospettive terapeutiche. Adesso, però, la ricerca sembra pronta a compiere un ulteriore passo avanti.
Al Congresso europeo sull’obesità, tenutosi a Istanbul dal 12 al 15 maggio 2026, sono stati presentati i risultati della formulazione in pillola di semaglutide 25 mg, appartenente alla classe degli agonisti del recettore GLP-1, farmaci che riducono l’appetito e aumentano il senso di sazietà. Si tratta di una compressa da assumere una volta al giorno che, secondo gli studi clinici, mantiene gli stessi benefici della formulazione iniettabile, ma con una modalità di utilizzo molto più semplice.
«Possiamo parlare di una nuova rivoluzione, dopo quella rappresentata dall’arrivo della semaglutide iniettabile», commenta il professor Ezio Di Flaviano, responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Nutrizionale del Policlinico di Abano Terme, Padova.
«La formulazione in pillola supera il limite della somministrazione per via iniettiva e questo rappresenta un vantaggio concreto per molti pazienti. Alcuni vivono l’iniezione come una terapia più invasiva o impegnativa e accolgono con maggiore serenità l’idea di una compressa. Ma il beneficio più evidente riguarda la praticità: chi viaggia spesso o conduce una vita molto dinamica può gestire il trattamento con più facilità, senza preoccuparsi della conservazione del farmaco o di portare con sé la penna per l’iniezione. È una soluzione che rende la terapia più semplice nella quotidianità, mantenendo la stessa efficacia della formulazione iniettabile».
I risultati dello studio: meno peso, più salute
I dati arrivano dallo studio internazionale di fase 3 OASIS 4, presentato al congresso, che ha coinvolto adulti con obesità o sovrappeso associato ad almeno una complicanza correlata al peso, ma senza diabete di tipo 2. Dopo 64 settimane di trattamento, i partecipanti che avevano assunto semaglutide in pillola da 25 mg hanno registrato una perdita media del 17% del peso corporeo, contro il 2,7% osservato nel gruppo placebo.
Numeri importanti, ma che non esauriscono il valore della terapia. Sempre più spesso, infatti, gli specialisti sottolineano come il successo di un trattamento non debba essere misurato esclusivamente dalla bilancia. «Ridurre il peso significa anche respirare meglio, muoversi con meno fatica, diminuire il carico sulle articolazioni, recuperare autonomia nelle attività quotidiane e abbassare il rischio di numerose malattie associate all’obesità», sottolinea il professor Di Flaviano.
Non a caso, un’ulteriore analisi dello studio clinico OASIS 4 ha mostrato che, tra le persone che all’inizio della ricerca presentavano limitazioni nella funzionalità fisica, il 77,3% ha ottenuto un miglioramento clinicamente significativo della propria capacità di movimento, contro il 42,9% del gruppo placebo. Un beneficio che si è tradotto in aspetti concreti della vita quotidiana: maggiore mobilità, più resistenza fisica e una maggiore autonomia nello svolgere attività che prima risultavano difficili o faticose.
Se la risposta iniziale è buona, i risultati sono ancora maggiori
Lo studio ha analizzato anche il comportamento dei cosiddetti early responder, cioè delle persone che mostrano una risposta iniziale particolarmente evidente al trattamento. Quasi una persona su tre (28,8%) aveva già raggiunto una riduzione del peso di almeno il 10% dopo 16 settimane. In questo gruppo, la perdita media era del 13,2% a quattro mesi, fino ad arrivare a circa 22% al termine delle 64 settimane di osservazione.
Anche chi non aveva raggiunto questo primo traguardo ha comunque beneficiato della terapia, continuando a perdere peso nel tempo: alla fine dello studio, queste persone hanno registrato una riduzione media dell’11,5%, un risultato considerato clinicamente rilevante.
Più facile seguire la terapia con una compressa
Il vero elemento innovativo della formulazione in pillola riguarda la vita quotidiana dei pazienti. «Paradossalmente, la terapia settimanale può essere più facile da dimenticare, rispetto a una compressa da assumere ogni giorno», osserva il professor Di Flaviano. «Chi viaggia spesso, chi lavora fuori casa o ha una vita molto dinamica può lasciare la penna a casa, dimenticare il giorno della somministrazione o incontrare difficoltà nella conservazione del farmaco. Sono situazioni che nella pratica clinica osserviamo con una certa frequenza. Una compressa, invece, si integra più facilmente nelle abitudini quotidiane e rende la gestione della terapia più agile nel lungo periodo».
Questa maggiore semplicità di utilizzo potrebbe favorire anche una più ampia diffusione del trattamento. «Negli Stati Uniti l’esperienza è stata molto significativa: la formulazione in pillola ha incontrato un consenso molto rapido. Credo inoltre che questa novità possa facilitare il coinvolgimento anche di quei medici che si trovano a gestire pazienti con obesità nell’ambito di un quadro clinico più ampio, come il medico di medicina generale o il cardiologo. La compressa, infatti, può essere più facilmente gestita nel tempo, mentre la formulazione iniettabile continuerà probabilmente a mantenere un ruolo importante soprattutto nei centri specialistici, dove il paziente viene seguito con un percorso più strutturato».
Il nuovo farmaco ha stessa efficacia dell’iniezione
Uno dei dubbi più frequenti riguarda l’idea che una compressa possa essere meno efficace rispetto a un’iniezione. I dati presentati a Istanbul indicano, invece, che la perdita di peso ottenuta con semaglutide in pillola è sostanzialmente sovrapponibile a quella osservata con la formulazione iniettabile. Anche il profilo di beneficio cardiovascolare sembra confermato: gli agonisti del recettore GLP-1 hanno infatti dimostrato di ridurre il rischio di eventi come morte cardiovascolare, infarto e ictus nelle persone con obesità e malattie cardiovascolari.
«Molti pazienti», spiega Di Flaviano, «associano ancora l’iniezione all’idea di una terapia più forte o riservata alle malattie più gravi. È un retaggio culturale molto diffuso. In realtà non è così: nel caso di semaglutide possiamo parlare di una sostanziale parità di efficacia tra le due formulazioni».
Un altro elemento di interesse arriva da un’ulteriore analisi ORION, presentata anch’essa al congresso europeo. Il confronto suggerisce che semaglutide in pillola da 25 mg potrebbe consentire una perdita di peso superiore rispetto a orforglipron, un altro agonista del recettore GLP-1 in formulazione in pillola, approvato lo scorso aprile dalla Food and Drug Administration (FDA) per il trattamento dell’obesità negli Stati Uniti. L’analisi evidenzia, inoltre, una minore probabilità di interrompere la terapia a causa degli effetti indesiderati gastrointestinali, che rappresentano gli eventi avversi più comuni di questa classe di farmaci. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, si tratta di disturbi di entità lieve o moderata, destinati ad attenuarsi progressivamente con il proseguire del trattamento.
Oggi si cura la malattia, non solo il sintomo
Se la formulazione in pillola rappresenta una novità importante, per gli specialisti il cambiamento più profondo è iniziato con l’arrivo dei farmaci capaci di modificare la storia naturale dell’obesità. «Per molto tempo abbiamo trattato soprattutto il sintomo, cioè il peso», racconta Di Flaviano. «Oggi sappiamo invece che l’obesità è una malattia cronica, progressiva, infiammatoria, recidivante e multifattoriale, associata a oltre duecento complicanze, che riduce aspettativa e qualità di vita. La vera rivoluzione è che finalmente disponiamo di strumenti che non si limitano a fare dimagrire le persone, ma consentono di curare la malattia nel lungo termine».
È proprio questo il cambio di paradigma che gli esperti cercano di trasmettere. L’obesità non è il risultato di una semplice mancanza di volontà, ma una patologia complessa nella quale entrano in gioco predisposizione genetica, regolazione ormonale della fame e della sazietà, metabolismo, ambiente, aspetti psicologici e condizioni sociali. Per questo motivo, alimentazione equilibrata, attività fisica, supporto comportamentale e farmaci non sono strategie alternative fra loro, ma strumenti complementari che devono essere personalizzati sulla persona.
Perché è così difficile mantenere il peso
Uno dei problemi storici nella cura dell’obesità è sempre stato il recupero del peso. Molte persone riescono a dimagrire, ma dopo qualche mese o anno tornano al punto di partenza, spesso con grande frustrazione.
La spiegazione è biologica. «Il nostro organismo mette in atto potenti meccanismi di difesa quando percepisce una perdita di peso», sottolinea il professor Di Flaviano. «Sono gli stessi che hanno permesso ai nostri antenati di sopravvivere alle carestie. Quando dimagriamo aumenta la grelina, l’ormone della fame, mentre diminuisce il GLP-1, che favorisce la sazietà. La cosa più sorprendente è che questi cambiamenti possono persistere anche dopo il recupero del peso, rendendo sempre più difficile dimagrire nuovamente. Ecco perché la semplice dieta, soprattutto quando porta a continue oscillazioni di peso, rischia di alimentare ulteriormente la malattia».
In questo scenario, i farmaci agiscono proprio contrastando questi meccanismi biologici. «È come se riuscissimo finalmente a mettere un freno a un sistema programmato per fare recuperare il peso perso», conclude l’esperto. «Oggi possiamo accompagnare il paziente nel lungo termine, mantenere i risultati e impedire che la malattia riprenda il sopravvento. È questo il vero salto di qualità della medicina dell’obesità. La formulazione in pillola di semaglutide 25 mg attesa per i prossimi mesi non è una scorciatoia, ma uno strumento in più per rendere la terapia più semplice da seguire, più vicina alla vita delle persone e, soprattutto, capace di accompagnarle in un percorso di salute duraturo».

