Colesterolo: quando devi preoccuparti? La parola a Silvio Garattini

Sul colesterolo e sul farmaco più usato per abbassarlo, le statine, c’è parecchia confusione. Il professor Silvio Garattini ci aiuta a fare chiarezza. Con la massima attenzione, ma senza inutili allarmismi

Colesterolo: quando devi preoccuparti? La parola a Silvio Garattini
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C’è una parola negli esiti degli esami del sangue che riesce a far battere il cuore un po’ più forte anche a chi, per il resto, si sente tranquillo come un gattino al sole. Colesterolo. Se ne parla tanto e ovunque, al punto che si è trasformato in un super cattivo da combattere. Un numero (o meglio, una piccola famiglia di numeri, tra totale, LDL e HDL) da mettere in riga a ogni costo. Lo stato d’ansia lievita, anche perché non tutti i medici la pensano nello stesso modo. C’è chi ti suggerisce le statine “per precauzione”, chi dice che sotto i 200 milligrammi per decilitro puoi dormire sonni tranquilli, chi indica 180 come target ottimale e, ancora, chi si concentra sull’LDL (il colesterolo cattivo). Il risultato è una grande confusione. Per cercare di fare chiarezza, sgombrando il campo da banalizzazioni e allarmismi inutili, abbiamo intervistato un luminare: il professor Silvio Garattini, medico e ricercatore, fondatore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche IRCCS Mario Negri, da decenni voce autorevole nel dibattito su farmaci, prevenzione e cultura della salute.

I valori del colesterolo, in continuo aggiornamento

Fino a poco tempo fa, il valore limite del colesterolo totale era fissato a 240 mg/dL. Oggi questa soglia è stata abbassata. Che cosa è successo e con quali effetti?
«Per molti anni è stato il limite di riferimento insegnato nelle università e utilizzato nella pratica clinica. Poi si è cominciato a suggerire che era meglio stare sotto i 220 mg/ dL, quindi sotto i 200, e adesso c’è chi propone addirittura 180. La conseguenza è molto concreta: più si abbassa la soglia, più persone te rientrano tra quelle considerate a rischio. Questo comporta un n aumento dei controlli e delle prescrizioni di statine».


Lei ha parlato di monopolio dell’informazione: cosa intende?
«In Italia l’aggiornamento dei medici passa in gran parte attraverso congressi e attività sostenute da chi produce e vende farmaci. Anche molte società scientifiche, incaricate poi di elaborare le linee guida, ricevono finanziamenti dagli stessi soggetti. A queste condizioni, com’è possibile avere un’informazione davvero indipendente?».

L’uso della statine è eccessivo?

Ma il colesterolo è una malattia o un fattore di rischio?
«Il colesterolo è un fattore di rischio che, in quanto tale, aumenta la probabilità di sviluppare una malattia. La differenza è sostanziale, ma spiegata poco e male. Una patologia si cura, un fattore di rischio si valuta nel contesto generale della persona, tenendo conto di tutti gli altri elementi della sua storia clinica».


Lei sostiene che, nelle persone che non hanno avuto infarti o ictus, l’uso delle statine sia eccessivo. Quando si dice che abbassare il colesterolo con questo farmaco “riduce il rischio di evento cardiovascolare”, cosa significa concretamente?
«Significa che, nella cosiddetta prevenzione primaria, il vantaggio esiste ma riguarda pochissimi casi. L’ordine di grandezza è questo: bisogna trattare circa un centinaio di individui perché uno solo eviti un evento cardiovascolare. In tutti gli altri casi, l’esito non cambia. È un aspetto che raramente viene raccontato con la dovuta precisione. Non vuol dire che le statine non debbano mai essere utilizzate. Dirimente, però, non è il numero sul referto, ma il profilo complessivo, che va valutato in modo atte attento e personalizzato, anche te enendo conto del rapporto rischi-benefici legato r all’assunzione di quei farmaci».

Le terapie farmacologiche spiegate bene

Questa mancanza di chiarezza riguarda solo le statine?
«Interessa anche altri farmaci e altre condizioni. Per la pressione arteriosa, ad esempio, bisogna trattare circa centocinquanta persone per cinque anni con un farmaco anti- ipertensivo affinché una sola possa evitare un ictus. Per la glicemia, valori che per lungo tempo sono stati considerati normali oggi vengono definiti “prediabete”, con la 9 conseguenza di intervenire prima e più facilmente con terapie farmacologiche. Nell’osteoporosi, in menopausa, si prescrivono spesso bisfosfonati come l’alendronato, con l’obiettivo di prevenire fratture. Ma anche qui è necessario curare centinaia di donne – nell’ordine di ottocento – perché una sola eviti il problema. Non si tratta di negare l’utilità dei farmaci, ma di ricordare che il vantaggio per il singolo va sempre valutato in relazione al numero complessivo di persone che li assumono. Senza questa informazione, la percezione dell’efficacia risulta inevitabilmente distorta».


Tornando alle statine, cosa cambia per chi ha già avuto un infarto o un ictus?
«Nella prevenzione secondaria, quando il rischio di partenza è più alto, il beneficio del farmaco aumenta. In questi casi non si parla più di una persona su cento, ma di numeri più bassi: l’ordine di grandezza è intorno a quaranta trattati perché uno possa evitare un nuovo evento cardiovascolare».

Non è vero che più il colesterolo è basso meglio è

Un recente studio pubblicato su The Lancet ha ridimensionato l’entità di alcuni effetti collaterali attribuiti alle statine, come dolori muscolari, disturbi della memoria o alterazioni del fegato. Lei cosa ne pensa?
«Non è in discussione che le statine possano svolgere un’azione protettiva; il punto è un altro: bisogna considerare insieme vantaggi e svantaggi. Gli effetti collaterali esistono, i dolori muscolari sono frequenti e spesso portano alla sospensione del trattamento. Ci sono anche dati che suggeriscono possibili ricadute sulle funzioni cognitive. Inoltre, quando compaiono reazioni 10 avverse, aumentano visite, esami e altre prescrizioni. La questione non è solo se il farmaco sia “sicuro” , ma quanto vale la pena usarlo, soprattutto quando il beneficio interessa una minoranza. Bisogna tenere conto del quadro generale».


Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che più basso è il colesterolo, meglio è…
«È un errore: il colesterolo non è un nemico da eliminare, ma una componente essenziale dell’organismo che, tra le altre cose, serve a garantire la stabilità delle membrane cellulari. Ed esistono studi che mostrano come livelli molto limitati di colesterolo possano associarsi ad altri problemi, per esempio a una minore resistenza ossea».


Ci sono casi in cui abbassare il colesterolo con i farmaci è davvero necessario, anche in assenza di episodi di infarto o ictus?
«Sì, esistono condizioni particolari, come le ipercolesterolemie familiari, di origine genetica, in cui i valori sono molto elevati già in giovane età, spesso oltre 280 o 300 mg/dL. In queste situazioni il rischio è alto indipendentemente dagli episodi clinici precedenti e il ricorso ai farmaci è giustificato. Qui non siamo più nell’ambito della prevenzione primaria di routine».

Quanto incide lo stile di vita (spoiler, tantissimo!)

Se una persona che non ha mai avuto problemi cardiovascolari ha 210 o 220 mg/dL di colesterolo totale, deve intervenire subito? «Un valore di questo tipo, inferiore ai 240 mg/dL, in assenza di altri disturbi o precedenti clinici e con gli altri parametri nella norma, non impone un trattamento. Si può monitorare la situazione intervenendo prima ditutto sulle abitudini di vita. Come già detto, la decisione non dipende da un singolo numero, ma dall’insieme dei fattori presenti».


Ogni quanto è ragionevole fare gli esami del sangue?
«Anche su questo si tende a esagerare. In condizioni stabili, una volta all’anno è sufficiente. Non c’è motivo di ripetere gli esami con frequenza molto ravvicinata, se non ci sono indicazioni specifiche».


Quanto contano dieta e attività fisica?
«Moltissimo. L’alimentazione equilibrata e il movimento regolare contribuiscono a ridurre i livelli di colesterolo e, più in generale, il rischio cardiovascolare. Camminare, evitare la sedentarietà, limitare l’eccesso di grassi animali sono misure semplici ma efficaci. La prevenzione comincia da qui, non dal farmaco».

L’alimentazione giusta: meno industria, più biodiversità

Non una dieta punitiva, ma una scelta consapevole. Nel suo ultimo libro “Non è mai troppo tardi – La salute è una scelta quotidiana” (Piemme, 18,90 €), il professor Garattini traccia una linea piuttosto chiara: la salute si costruisce fin da giovani, «dall’intreccio di scelte quotidiane, inclusi gli screening, le vaccinazioni, l’ambiente in cui si vive e le condizioni sociali». Ecco come riempire il carrello della spesa con criterio.

Alimenti su cui puntare per una dieta mediterranea varia e moderata

  • Verdure e frutta ogni giorno, fin dall’infanzia
  • Verdure a foglia verde, pomodori, aglio, cipolle, carote
  • Frutti di bosco, agrumi
  • Spezie come curcuma e zenzero
  • Pesce, perché ricco di omega-3
  • Cereali e carboidrati integrali, meglio se poco raffinati

Alimenti sconsigliati, da limitare (o eliminare)

  • Carni rosse, salsicce, salumi e carni processate (non più di una volta a settimana)
  • Prodotti ultraprocessati industriali
  • Cibi troppo tostati o bruciacchiati
  • Bevande zuccherate
  • Alcolici: vino, birra e liquori
  • Integratori multivitaminici “preventivi”, privi di reale beneficio