Il presidio territoriale, ovvero la presenza capillare sul territorio, è uno dei capisaldi del servizio sanitario nazionale. Le Case di Comunità sono il cuore della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale avviata con i fondi del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
L’obiettivo è quello di rafforzare l’assistenza sanitaria di prossimità, quella che oggi è incarnata dagli ambulatori dei medici di base e dei pediatri e dai medici della continuità assistenziale (cioè le guardie mediche, attive quando gli ambulatori di medici e pediatri sono chiusi), le cui debolezze sono emerse con forza durante la pandemia di Covid.
Il tassello che mancava per far decollare la riforma era l’accordo con i medici di base che ora è stato raggiunto.
L’accordo con i medici di base
L’accordo definisce la presenza e le modalità di ingaggio dei medici di base all’interno delle neonate Case della Comunità. Il testo dell’intesa fissa due paletti fondamentali: un impegno orario flessibile fino a un massimo di 6 ore settimanali e un compenso orario omnicomprensivo stabilito a 38,72 euro all’ora. Si tratta di una tariffa oraria calcolata sulla base degli standard previsti dagli Accordi Collettivi Nazionali (ACN), che sarà erogata come quota aggiuntiva per le ore effettivamente prestate nella struttura pubblica.
Una svolta che punta a integrare i medici di famiglia nel nuovo network dell’assistenza di prossimità, provando a sbloccare un’impasse che rischiava di trasformare le Case della Comunità in scatole vuote.
I dettagli del provvedimento
L’accordo delinea un modello di partecipazione che cerca di bilanciare le esigenze organizzative delle ASL con l’attività ordinaria dei medici, i cui studi privati convenzionati restano comunque il primo punto di contatto per i cittadini.
Il vincolo orario: la quota di ore che ciascun medico di famiglia potrà (o dovrà, a seconda delle declinazioni regionali e degli accordi attuativi) prestare all’interno delle strutture va da una presenza minima da concordare fino a un tetto massimo di 6 ore alla settimana.
Queste ore devono essere distribuite dal lunedì al venerdì, tra le 8 e le 20, presso le sedi indicate dall’ASL. Questo limite è stato pensato per evitare lo svuotamento degli studi diffusi sul territorio, garantendo al contempo una turnazione congrua per coprire le attività delle Case della Comunità.
Cosa faranno i medici di famiglia nelle Case della Comunità
La presenza del medico di medicina generale all’interno di queste strutture non serve a replicare l’attività del singolo studio, bensì a favorire il lavoro di équipe. I medici saranno chiamati a svolgere compiti strettamente legati alla gestione delle cronicità e alla prevenzione secondaria.
In particolare il medico di medicina generale lavorerà in modo integrato con infermieri, specialisti, assistenti sociali e altri professionisti. Individuerà i pazienti fragili e cronici, predisporrà e aggiornerà i piani assistenziali, coordinerà il percorso di cura, monitorerà l’aderenza alle terapie. Tutto continuando – come nel suo studio – a svolgere visite mediche, prescrizioni di farmaci, richieste di esami e visite specialistiche, certificazioni, controlli periodici anche per evitare ricoveri impropri.
Saranno attivati Piani di cura personalizzati, con attivazione e monitoraggio dei PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) per i pazienti affetti da patologie croniche plurime. Previsto l’utilizzo di piattaforme di telemedicina e teleconsulto per il monitoraggio a distanza dei pazienti fragili.
La finalità strategica
L’obiettivo è ridurre gli accessi impropri nei Pronto Soccorso degli ospedali (i cosiddetti codici bianchi e verdi), offrendo una risposta assistenziale h12 o h24 direttamente sul territorio.
Le sfide aperte
Nonostante l’accordo su ore e compensi rappresenti un passo avanti decisivo, l’applicazione pratica della riforma deve fare i conti con una realtà complessa. Il primo nodo è la carenza strutturale di medici di medicina generale. Con una popolazione medica che invecchia e i pensionamenti che superano i nuovi ingressi, per molti professionisti aggiungere 6 ore settimanali di servizio in una Casa della Comunità rischia di diventare un carico di lavoro difficilmente sostenibile, specialmente nei territori ultra-periferici o nelle aree interne.
Il secondo aspetto riguarda la disomogeneità regionale. L’accordo quadro nazionale dovrà ora essere recepito e declinato attraverso i tavoli di contrattazione regionale. Saranno i singoli governatori, insieme alle ASL, a dover mappare il fabbisogno e definire l’obbligatorietà o la volontarietà della partecipazione dei medici, con il rischio di viaggiare a macchia di leopardo tra Nord e Sud del Paese.
Il commento dell’esperto
Pier Luigi Bartoletti, vice segretario Federazione italiana medici medicina generale, commenta: «L’accordo è stato finalizzato a rispettare le scadenze poste dall’Europa. Non ci potevamo permettere di dare 2 miliardi all’Europa e lasciare che le Case di Comunità restassero scatole vuote. È un primo passo.
Le strutture devono esser polifunzionali in modo da integrare l’ambulatorio del medico di base, quindi aggiuntive e migliorative. Ad oggi hanno dentro la medicina generale. Manca il personale amministrativo e gli specialisti che devono portare fuori dall’ospedale determinati servizi. La sfida delle Case di Comunità è di fornire quelle cure integrative che non sono effettuate negli ambulatori».

