È stata rafforzata l’attività di contrasto contro l’ebola. Il Ministero della Salute e la Protezione Civile hanno definito la procedura operativa standard (SOP – Standard Operating Procedure) per la gestione sanitaria dei casi sospetti o confermati di malattia del virus ebola, del trasporto dei campioni biologici e dei trasferimenti in biocontenimento.
La nuova procedura, trasmessa alle Regioni e alle Province autonome, arriva in un momento in cui l’epidemia da virus Bundibugyo (BVD) in Congo e in Uganda continua a destare preoccupazione a livello internazionale.
Che cos’è l’ebola
La malattia da virus ebola è una malattia infettiva rara ma grave causata da virus appartenenti al genere Ebolavirus.
Si è manifestata per la prima volta nel 1976 con due focolai simultanei: a Nzara, nell’attuale Sud Sudan, e in Congo. Quest’ultimo si è verificato in un villaggio vicino al fiume Ebola, da cui la malattia prende il nome.
Come si trasmette l’ebola
La trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi biologici di persone o animali infetti. Non si trasmette per via aerea e, sulla base delle conoscenze attualmente disponibili, una persona infetta non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi.
Il rischio di infezione è considerato molto basso se vengono adottate le misure di prevenzione e controllo previste. Sono inoltre disponibili vaccini autorizzati per la variante virale denominata “Zaire”.
Ebola e vaccinazione
Sebbene esistano vaccini e terapie autorizzati per la malattia da virus ebola, non esiste alcun vaccino o trattamento approvato per altre forme di ebola, come la SVD o la BVD.
Un’assistenza intensiva precoce, che includa la reidratazione e il trattamento di sintomi specifici, può migliorare le probabilità di sopravvivenza. Richiedere assistenza tempestiva può salvare la vita. Di qui la definizione della procedura operativa standard da parte del Ministero della Salute e della Protezione civile.
Le nuove procedure
La segnalazione del caso sospetto o confermato viene preso in carico dal Dipartimento di Prevenzione, che effettua tempestivamente la valutazione epidemiologica e clinica del soggetto, procedendo alla classificazione del rischio secondo i criteri definiti dalla Circolare del Ministero della Salute del 29 maggio 2026.
In base al livello di rischio individuato – che va da “molto basso” a “molto alto” – sono applicate misure progressive che vanno dall’automonitoraggio domiciliare alla sorveglianza sanitaria attiva, fino alla quarantena o a ulteriori interventi ritenuti necessari.
Prelievo e trasporto dei campioni biologici
Il prelievo e il trasporto dei campioni biologici non avviene in maniera automatica, ma deve essere effettuato caso per caso, in base all’esito di una valutazione specialistica complessiva che tenga conto del quadro clinico, epidemiologico e diagnostico disponibile.
Le Regioni devono individuare una o più strutture sanitarie territoriali di riferimento per le malattie infettive e identificare un esperto infettivologo con funzioni di referente regionale, per la valutazione congiunta dei casi e per il raccordo con l’Istituto nazionale per le Malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, centro nazionale di riferimento.
Pazienti positivi: quale percorso sanitaria
Per i pazienti che dai test diagnostici risultano positivi o che presentano sintomi compatibili, si attiva il percorso sanitario in biocontenimento. In tali circostanze, la gestione clinica e diagnostica viene effettuata dalle Regioni in raccordo con lo Spallanzani e con gli altri centri nazionali autorizzati.
Le Regioni provvedono autonomamente all’organizzazione del trasporto dei campioni e il campione dovrà pervenire al centro di riferimento entro le 6 ore dall’effettuazione del prelievo. Per le Regioni che non siano in grado di provvedere autonomamente, è prevista la possibilità di richiedere il supporto del Servizio nazionale della protezione civile.
Caso sospetto in aereo
La procedura disciplina anche la gestione dei casi sospetti individuati a bordo di voli provenienti da aree interessate da focolai della malattia o che coinvolgano persone che vi abbiano soggiornato nei 21 giorni precedenti.
In queste situazioni, l’atterraggio deve avvenire presso l’aeroporto di Roma Fiumicino, dove sono attivate le procedure previste dal ministero della Salute e il successivo trasferimento in biocontenimento verso le strutture sanitarie di riferimento.
Il dottor Pulvirenti racconta il suo calvario
Fabrizio Pulvirenti è stato il primo italiano ad aver contratto, nel novembre del 2014, il virus ebola quando lavorava come volontario per Emergency. Oggi è il direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela (Caltanissetta).
Ecco il racconto del suo calvario all’Adnkronos: «Quando è arrivata la febbre alta, lavorando a stretto contatto con pazienti affetti da ebola, il primo pensiero è stato: “Caspita, mi sono contagiato”. Ho fatto il test e il prelievo e qualche ora dopo è arrivato l’esito: ero positivo. Come sia potuto succedere non l’abbiamo mai capito, qualche mese dopo successe anche a un infermiere».
Dopo la diagnosi arrivò il trasferimento in Italia. In 36 ore. «Ero nella stessa casa con Gino Strada (il fondatore di Emergency, ndr), decidemmo subito il trasferimento e, giusto il tempo di attivare con il Ministero degli Esteri tutti i protocolli, fui sistemato in una barella ad alto contenimento e a bordo di un aereo dell’Aeronautica militare arrivai in Italia e fui ricoverato allo Spallanzani».
Quelle che seguirono furono settimane drammatiche. «I primissimi giorni furono tranquilli perché a parte la febbre non c’erano altri sintomi – ricorda Pulvirenti -. Poi iniziai a stare molto, molto male. Ebbi la sensazione che avrei potuto non farcela. Nessuna malattia è bella, ma questa, in modo particolare, ti devasta».
Per 39 giorni rimase ricoverato allo Spallanzani. «C’è un buco nero, quello dei giorni in terapia intensiva, non ricordo nulla. Dopo la fase acutissima, arrivò il lento periodo della ripresa. Mi sentivo profondamente debilitato, senza forze. Persino togliere il tappo dell’acqua minerale per me era un’impresa, avevo bisogno di aiuto».
L’Italia sarebbe pronta a gestire una eventuale nuova emergenza? «Assolutamente sì, proprio grazie al Covid abbiamo sviluppato una serie di strategie di attenzione».

