Il caldo è uno “stress test” naturale per il cuore: quando il malessere estivo nasconde un’aritmia

La fibrillazione atriale può comparire in qualunque stagione dell’anno. Tuttavia, l’estate può rappresentare un momento rivelatore: alcune condizioni tipiche dei mesi più caldi possono infatti rendere più difficile per l’organismo compensare la presenza di un battito irregolare

Il caldo è uno “stress test” naturale per il cuore: quando il malessere estivo nasconde un’aritmia
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Arrivare all’estate sentendosi in piena forma e ritrovarsi, all’improvviso, con il cuore che corre, il fiato corto o una stanchezza insolita. Segnali che vengono spesso attribuiti al caldo, ma che talvolta possono rappresentare la prima manifestazione della fibrillazione atriale. Si tratta dell’aritmia più frequente negli adulti, una condizione che non di rado rimane silente per lungo tempo e viene scoperta per caso o quando l’organismo deve affrontare condizioni più impegnative.

Le alte temperature non causano direttamente la fibrillazione atriale, ma possono modificare alcuni equilibri del sistema cardiovascolare. Il calore favorisce, infatti, la dilatazione dei vasi sanguigni periferici, cioè dei piccoli vasi che portano il sangue ai tessuti: il sangue incontra meno resistenza e la pressione arteriosa può diminuire. A questo si aggiunge la perdita di liquidi e sali minerali attraverso la sudorazione. Il che riduce il volume di sangue circolante e può contribuire ulteriormente al calo pressorio.

«Quando la pressione si abbassa, il cuore può cercare di compensare aumentando la frequenza cardiaca», spiega il professor Riccardo Cappato, direttore del Centro di Elettrofisiologia dell’IRCCS MultiMedica e presidente ECAS – European Cardiac Arrhythmia Society. «Se in questo contesto compare anche un ritmo irregolare e accelerato come quello della fibrillazione atriale, il lavoro del cuore diventa ancora più impegnativo. In altre parole, l’estate può trasformarsi in una sorta di “stress test” naturale per il muscolo cardiaco, portando alla luce un disturbo che fino a quel momento non aveva dato alcun segnale».

Fibrillazione atriale: i segnali da non sottovalutare

Quando il cuore cambia ritmo, non sempre il corpo manda segnali chiari. Alcune persone avvertono palpitazioni, fiato corto, stanchezza insolita, debolezza, vertigini o una sensazione di testa leggera. In alcuni casi compare anche un senso di peso o dolore al petto, un sintomo che può essere scambiato per un infarto. Altri, invece, non avvertono alcun disturbo.

«La fibrillazione atriale può essere completamente asintomatica ed emergere casualmente durante un controllo cardiologico o un elettrocardiogramma eseguito per altri motivi», ammette il professor Cappato. «In altri casi, invece, i segnali sono evidenti. Questa diversa percezione dei sintomi dipende da una caratteristica individuale, definita variabilità della soglia di percezione. Si stima che circa il 15% dei pazienti con fibrillazione atriale non percepisca alcun segnale della presenza dell’aritmia».

Dalla diagnosi alla cura: proteggere dal rischio e controllare i sintomi

Ricevere una diagnosi di fibrillazione atriale è solo il primo passo. Da quel momento si apre il percorso terapeutico, che negli ultimi anni si è evoluto in modo significativo grazie a trattamenti sempre più efficaci e più semplici da gestire.

«Il primo obiettivo è proteggere le persone che hanno un rischio aumentato di ictus», spiega il professor Cappato. «La fibrillazione atriale può favorire la formazione di coaguli nel cuore che, una volta entrati in circolo, possono raggiungere il cervello e causare un ictus ischemico. Per ridurre questo pericolo, si ricorre alla terapia anticoagulante orale».

I nuovi anticoagulanti orali per la fibrillazione atriale

Negli ultimi 10-15 anni, l’introduzione dei nuovi anticoagulanti orali ha segnato un importante cambiamento. A differenza degli antagonisti della vitamina K, come il warfarin, questi farmaci non richiedono controlli frequenti e periodici del sangue per monitorare il tempo di coagulazione (INR), rendendo la terapia più semplice da seguire. Sono inoltre efficaci, generalmente ben tollerati e caratterizzati da un favorevole profilo di sicurezza.

«È fondamentale che il paziente comprenda il senso della terapia», sottolinea il professor Cappato. «Non è sempre facile accettare un farmaco che non allevia un sintomo, ma serve a prevenire un evento che potrebbe verificarsi in futuro. Per questo è importante spiegare che l’anticoagulante si prescrive non perché il danno si è già verificato, ma proprio per evitarlo».

La prevenzione dell’ictus, però, non è l’unico obiettivo del trattamento. L’altro è migliorare la qualità di vita, riducendo i sintomi e l’impatto dell’aritmia nella quotidianità. A seconda delle caratteristiche del paziente e della forma di fibrillazione atriale, il medico può scegliere di controllare la frequenza cardiaca con i farmaci. Oppure di intervenire per ripristinare e mantenere il ritmo normale del cuore. La strategia terapeutica dev’essere sempre personalizzata, valutando il rapporto tra benefici e possibili rischi di ciascuna opzione.

Farmaci o ablazione: la terapia si sceglie su misura

Ma come si traduce, in pratica, una terapia personalizzata? La risposta dipende dagli obiettivi del trattamento e dalle caratteristiche di ciascun paziente. «In medicina possiamo seguire due strategie», spiega il professor Cappato. «La prima consiste nel controllare la malattia, la seconda nel cercare di eliminarne la causa».

Nel primo caso si ricorre ai farmaci antiaritmici, che aiutano a mantenere regolare il ritmo cardiaco e a ridurre gli episodi di fibrillazione atriale. «Sono validi in una buona percentuale di pazienti, ma con il tempo possono perdere efficacia e, nella maggior parte dei casi, non eliminano definitivamente l’aritmia. Se la terapia si sospende, il disturbo tende a ripresentarsi», precisa l’esperto.

L’altra possibilità è l’ablazione transcatetere, una procedura mini-invasiva introdotta all’inizio degli anni Duemila. Questa tecnica permette di isolare le aree dell’atrio da cui originano gli impulsi elettrici anomali responsabili della fibrillazione. «È la prima terapia che abbia offerto una reale possibilità di guarigione», sottolinea il professor Cappato. «L’obiettivo è impedire che questi impulsi si propaghino al resto del cuore. È come avere un leone che ogni tanto esce dalla sua tana e semina il caos nella savana. L’ablazione costruisce una gabbia attorno alla tana: il leone continua a provarci, ma non riesce più a uscire. Allo stesso modo, i circuiti elettrici che innescano la fibrillazione possono continuare a generarsi, ma vengono confinati e non sono più in grado di coinvolgere il resto dell’atrio».

I benefici della procedura potrebbero andare oltre il controllo dell’aritmia. Una recente meta-analisi pubblicata su “European Heart Journal Open” e coordinata da ricercatori dello University College di Londra e dell’IRCCS MultiMedica di Milano ha analizzato i dati di oltre 2.300 pazienti provenienti da tre studi clinici randomizzati.

Nei pazienti con rischio tromboembolico basso o moderato che, dopo un’ablazione riuscita, non avevano presentato recidive di fibrillazione atriale per almeno sei mesi, la sospensione dei nuovi anticoagulanti orali non è risultata associata a un aumento del rischio di ictus o di embolie sistemiche durante circa due anni di follow-up. Al contrario, il proseguimento della terapia è risultato associato a un’incidenza significativamente maggiore di emorragie severe.

«Questi dati rafforzano l’idea di un approccio sempre più personalizzato», conclude il professor Cappato, coautore dello studio. «Nei pazienti accuratamente selezionati, senza recidive documentate dopo l’ablazione e con un rischio tromboembolico non elevato, in futuro potrebbe essere possibile evitare una terapia anticoagulante a vita. La decisione, però, deve sempre essere presa caso per caso, sulla base delle caratteristiche del paziente e di un attento monitoraggio del ritmo cardiaco».