Dall’artrosi ai dolori articolari: quando i fanghi termali possono aiutare

Una pratica antica che oggi trova spazio nella medicina moderna grazie alla ricerca scientifica. Dalle proprietà del fango maturato ai meccanismi d’azione sull’organismo, le evidenze aiutano a distinguere i benefici documentati dalle aspettative, tra potenzialità terapeutiche, precauzioni e nuove prospettive di studio

Dall’artrosi ai dolori articolari: quando i fanghi termali possono aiutare
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Utilizzati da secoli nelle cure termali, i fanghi sono tradizionalmente associati al sollievo dai dolori articolari e a una maggiore libertà di movimento. Eppure, dietro quello che può sembrare un semplice impacco caldo, si nasconde una realtà ben più complessa: preparazioni che maturano nel tempo, interazioni tra componenti minerali e microrganismi, meccanismi d’azione che la ricerca scientifica sta ancora approfondendo. Ma quali benefici sono realmente dimostrati? In quali disturbi la fangoterapia può offrire un aiuto concreto e quali sono, invece, i suoi limiti?

Fangoterapia: a che cosa serve

«Le evidenze più convincenti riguardano le patologie muscoloscheletriche degenerative», spiega il professor Giuseppe Cirino, ordinario di Farmacologia presso l’Università di Napoli Federico II e past president della Società Italiana di Farmacologia. «Negli ultimi anni sono state pubblicate diverse revisioni sistematiche e meta-analisi che hanno mostrato come cicli di fangoterapia possano contribuire a ridurre il dolore, migliorare la funzionalità articolare e diminuire la rigidità».

L’artrosi è una malattia cronica degenerativa che interessa le articolazioni. Può rendere difficili anche i gesti più comuni: camminare, salire le scale, alzarsi da una sedia o muovere le mani. In questo contesto, la fangoterapia può rappresentare un supporto per alleviare i sintomi e migliorare la qualità della vita, soprattutto nei pazienti che presentano dolore e limitazioni funzionali.

Un aspetto interessante riguarda il consumo di farmaci. «Alcuni studi clinici hanno osservato che i pazienti sottoposti a fangoterapia ricorrevano meno frequentemente agli analgesici e agli antinfiammatori non steroidei, i cosiddetti FANS», descrive il professor Cirino. «Questo potrebbe rappresentare un vantaggio soprattutto nelle persone anziane, nelle quali l’impiego prolungato di FANS può comportare effetti indesiderati gastrointestinali, renali e cardiovascolari. Va però precisato che la riduzione del consumo di farmaci, pur documentata in alcuni studi, non è ancora dimostrata in maniera uniforme dalle meta-analisi».

Per quanto riguarda altre patologie ci sono evidenze per l’artrite reumatoide, ma sono meno solide. Un eventuale trattamento termale può avere un ruolo sintomatico ma solo in pazienti selezionati. «Esistono anche studi sulle patologie dermatologiche, come la psoriasi. In questo ambito, però, gli effetti specifici del fango sono più difficili da distinguere da quelli delle acque termali e di altri trattamenti associati», precisa l’esperto.

Da cosa è composto il fango termale

Per comprendere le possibili applicazioni terapeutiche bisogna partire dalla natura stessa del prodotto. Il fango termale, chiamato anche peloide, è una preparazione costituita da una componente solida, generalmente minerale e argillosa, una componente liquida, rappresentata dall’acqua minerale e una componente microbiologica. «A fare la differenza è anche il processo di maturazione», precisa il professor Cirino. «Nelle preparazioni tradizionali, l’argilla è lasciata a contatto con l’acqua termale per un periodo controllato, che può protrarsi per diversi mesi».

È proprio questa fase a distinguere un fango termale da una semplice argilla riscaldata. Il fango, infatti, non è soltanto un materiale minerale che trattiene il calore. Durante la maturazione sviluppa una propria identità biologica, caratterizzata da comunità di microrganismi che interagiscono con le componenti minerali e con le caratteristiche chimiche dell’acqua. Questa impronta microbiologica non è immutabile, ma si modifica nel corso del tempo, seguendo le trasformazioni che avvengono durante la maturazione. L’attività dei microrganismi può contribuire alla produzione e al rilascio di sostanze biologicamente attive, alcune delle quali hanno mostrato potenziali proprietà antinfiammatorie in studi sperimentali.

«È quindi la combinazione tra composizione minerale, acqua termale e attività biologica, insieme al tempo e alle condizioni di maturazione, a conferire al fango le sue caratteristiche specifiche», illustra il professor Cirino. «Due fanghi prodotti in stabilimenti diversi possono presentare profili microbiologici e composizioni differenti, anche in relazione alla natura delle argille utilizzate, alle proprietà delle acque e ai processi adottati. Non esiste, dunque, un unico fango termale indistinto. Ogni preparazione può sviluppare caratteristiche proprie, che devono essere studiate e controllate per comprenderne le potenzialità e garantirne la qualità».

Questa distinzione è importante anche quando si sceglie dove sottoporsi al trattamento. Un impacco di argilla riscaldata con acqua calda può produrre un effetto termico, ma non equivale a un fango termale maturato secondo un processo controllato. Per ottenere un vero peloide termale non basta, infatti, disporre di acqua calda e materiale argilloso. Occorrono un’acqua con caratteristiche termali appropriate, condizioni di preparazione adeguate e un periodo di maturazione che consenta lo sviluppo delle proprietà fisiche, chimiche e biologiche del prodotto. Per questo, chi desidera sottoporsi a un ciclo di fangoterapia dovrebbe rivolgersi a uno stabilimento termale qualificato, in cui il fango sia preparato e utilizzato secondo procedure controllate, anziché presumere che un trattamento proposto in una qualsiasi spa abbia le stesse caratteristiche.

Quanto durano i benefici dei fanghi

Uno degli aspetti più interessanti della fangoterapia è che gli effetti non sembrano necessariamente limitarsi al periodo in cui viene applicato il fango. «Alcuni studi clinici hanno osservato miglioramenti del dolore e della funzionalità articolare che persistevano per settimane o alcuni mesi dopo la conclusione del ciclo», indica il professor Cirino. «In alcuni studi sull’artrosi del ginocchio sono stati documentati benefici anche a tre o sei mesi. Non tutti i pazienti però rispondono allo stesso modo e la qualità delle evidenze sul lungo periodo è variabile». 

La durata dei benefici dipende da diversi fattori, tra cui la gravità della patologia, le condizioni generali della persona, le modalità di esecuzione del trattamento e l’attività fisica svolta successivamente. È quindi importante non considerare il ciclo termale come un intervento isolato, ma inserirlo, quando appropriato, in un percorso di cura più ampio.

Come si svolge un ciclo di fangoterapia

Il trattamento deve essere adattato alle condizioni della persona e svolto secondo protocolli definiti, dopo un’appropriata valutazione medica. Nella pratica clinica, il fango è spesso applicato a temperature comprese tra 40 e 45 °C, per circa 15-20 minuti. Può essere utilizzato su singole articolazioni, come le ginocchia, oppure su regioni più estese, come la colonna vertebrale e le aree muscolari circostanti. «Terminata l’applicazione, il fango viene rimosso. In molti trattamenti tradizionali, segue un bagno o una doccia con acqua termale e un periodo di riposo», racconta il professor Cirino. «La corretta somministrazione del trattamento è importante quanto la qualità del fango utilizzato».

Molti protocolli prevedono cicli di 10-12 applicazioni nell’arco di circa due settimane, anche se esistono schemi differenti. Età, condizioni cardiovascolari, tolleranza al calore, caratteristiche della pelle ed estensione delle zone da trattare devono essere considerati per stabilire le modalità più appropriate.

Fangoterapia: quali sono le controindicazioni

Prima di iniziare un ciclo di fangoterapia è fondamentale valutare lo stato di salute generale e la capacità di tollerare l’esposizione al calore. Questa, infatti, può rappresentare un fattore di rischio in presenza di determinate condizioni cliniche.

«Occorre prestare particolare attenzione alle persone con malattie cardiovascolari non stabilizzate, insufficienza cardiaca scompensata, episodi di ipotensione sintomatica o disturbi circolatori importanti», spiega il professor Cirino. La fangoterapia va inoltre evitata in caso di febbre, infezioni acute, trombosi venosa in fase acuta o lesioni cutanee incompatibili con l’applicazione. Anche durante la gravidanza è necessaria una valutazione medica specifica, soprattutto quando si prevedono trattamenti estesi o caratterizzati da un elevato carico termico.

Una valutazione individuale è particolarmente importante per le persone anziane, che possono presentare più patologie contemporaneamente e assumere diversi farmaci. Sono fattori che richiedono una maggiore attenzione nella scelta e nella gestione del trattamento.

Il ruolo dei fanghi nella medicina moderna

L’obiettivo non è contrapporre la fangoterapia alle terapie convenzionali, ma comprenderne il possibile contributo all’interno di percorsi di cura costruiti sulle esigenze del singolo paziente. «Il modo più corretto è considerarla un trattamento complementare, non alternativo», sottolinea il professor Cirino. «L’importante è non attribuire al trattamento obiettivi che non sono stati dimostrati. La fangoterapia non sostituisce i farmaci quando necessari, né prende il posto dell’attività fisica e della riabilitazione. Può invece affiancare questi interventi, contribuendo alla gestione dei sintomi nell’ambito di una strategia terapeutica personalizzata».

A rendere questo settore particolarmente interessante è anche il contributo della ricerca, che oggi permette di indagare i fanghi termali con strumenti sempre più sofisticati. Non si studiano soltanto gli effetti clinici sui pazienti, ma anche la composizione delle diverse preparazioni, le trasformazioni che avvengono durante la maturazione e i possibili meccanismi biologici coinvolti. Alcuni risultati sperimentali suggeriscono che determinate componenti microbiche possano esercitare attività antinfiammatorie, ma resta da chiarire quanto questi meccanismi contribuiscano concretamente agli effetti osservati nell’uomo.

La sfida del futuro, quindi, sarà capire quali fanghi funzionano, in quali condizioni e per quali pazienti. «La fangoterapia non deve essere considerata efficace soltanto perché è utilizzata da secoli, ma neppure liquidata come una semplice pratica di benessere», riflette l’esperto. «Deve essere valutata con gli stessi criteri scientifici con cui giudichiamo qualsiasi altro intervento terapeutico».

Una considerazione che riguarda, più in generale, l’intera medicina termale. Le acque minerali sono impiegate non soltanto nella fangoterapia, ma anche nella balneoterapia e nelle cure inalatorie, ambiti che presentano indicazioni e livelli di evidenza differenti. Approfondirne le proprietà significa individuare le applicazioni per le quali esistono risultati più solidi, chiarire i meccanismi d’azione ancora incerti e definire con maggiore precisione benefici, limiti e condizioni di sicurezza.

Il progresso scientifico, del resto, non consiste esclusivamente nello sviluppare nuove terapie, ma anche nel sottoporre a verifica quelle che appartengono alla nostra storia. Trasformare una tradizione millenaria in una risorsa per la medicina contemporanea significa proprio questo: conservare ciò che può essere utile, dimostrarne il valore attraverso la ricerca e riconoscerne con onestà i limiti. È su queste basi che la fangoterapia può trovare una collocazione consapevole nella medicina moderna, come possibile sostegno alle cure convenzionali e non come loro alternativa.