Il rifiuto tessile è una realtà concreta e quotidiana che inizia nell’istante esatto in cui buttiamo via indumenti, tende, federe o, ad esempio, un vecchio copridivano. Proprio da lì, inizia la storia sorprendente della sua nuova vita. Quel rifiuto, che per anni abbiamo considerato un problema, oggi si è trasformato in risorsa. Con le tecnologie più avanzate si recuperano fibre praticamente da ogni tessuto, ciò che non può rigenerarsi viene trasformato in un particolare combustibile, il CSS (Combustibile Solido Secondario), mentre l’ultimo scarto di lavorazione diventa una polvere monomateriale pronta a rinascere in occhiali, oggetti di design, scatole per imballaggi.
È così che si ribalta la logica del “buttare via”: tutto può tornare a vivere. A raccontare questa rivoluzione è Lucia Leonessi, direttore generale di Cisambiente Confindustria, che del tessile conosce ogni piega e della Toscana porta addosso la fierezza e la capacità di parlare chiaro: non è un caso che provenga da una terra dove la moda è nata e dove il recupero dei filati è storia antica. Firenze con Pitti Moda, le sartorie e le manifatture hanno insegnato al mondo come il tessuto non sia solo materia, ma cultura.
La nuova vita degli abiti usati
Dottoressa Leonessi, fino a qualche anno fa gli indumenti post consumo erano considerati spazzatura. Oggi, invece, si parla sempre più spesso di recupero e di nuova vita per il tessile. Che cosa è cambiato?
«È cambiato soprattutto il nostro modo di guardare a questi materiali. In realtà non stiamo affrontando un problema nuovo: già in passato ci si interrogava su come evitare di depredare inutilmente le risorse naturali. Oggi, però, disponiamo di conoscenze molto più avanzate sui processi produttivi e sul loro impatto ambientale. Abbiamo tecnologie, strumenti e competenze che ci consentono di recuperare materiali che fino a pochi anni fa erano destinati allo smaltimento. La vera novità, quindi, non è la consapevolezza del problema, ma la capacità di trasformarlo in un’opportunità concreta».
Quanto hanno inciso il fast fashion e il cambiamento delle nostre abitudini di consumo sull’aumento dei rifiuti tessili?
«Moltissimo, soprattutto per una questione di ritmo. Oggi il mercato propone collezioni nuove con una frequenza impensabile fino a pochi anni fa e questo ci porta a comprare più capi, a utilizzarli per meno tempo e a sostituirli molto più rapidamente. Il risultato è un aumento costante dei quantitativi di tessile che ogni anno entrano nel circuito dei rifiuti, mettendo sotto pressione i sistemi di raccolta e gli impianti di trattamento. È una sfida che richiede un’organizzazione sempre più efficiente e una filiera capace di recuperare il maggior numero possibile di materiali».
Cosa accade ai vestiti dopo i cassonetti
Quindi la soluzione non è semplicemente acquistare meno fast fashion?
«Ridurre gli sprechi è certamente importante, ma non possiamo pensare di risolvere il problema demonizzando chi acquista capi a basso costo o mettendo sotto accusa un intero settore produttivo. La vera sfida è un’altra: progettare gli indumenti con una filiera tracciabile e, di conseguenza, più facili da recuperare una volta terminato il loro ciclo di uso. Il valore di un capo non dipende dal suo prezzo, ma anche da come è stato realizzato. Che si tratti di una t-shirt o di un abito di alta gamma, ogni prodotto dovrebbe essere pensato per durare più a lungo, essere tracciabile e poter essere riciclato con la massima efficienza».
Cosa accade concretamente ai vestiti quando sono conferiti nei cassonetti del tessile?
«Il percorso è piuttosto articolato e inizia con un’attenta selezione. I capi che sono ancora in buono stato vengono destinati al riutilizzo, alimentando un mercato dell’usato sempre più organizzato. Quelli troppo usurati, invece, entrano nella filiera del recupero: vengono sanificati, controllati e successivamente separati in base ai materiali che li compongono. È una fase decisiva, perché permette di individuare quali fibre potranno essere trasformate in nuova materia prima e quali, invece, saranno destinate ad altri impieghi».
Non solo abiti, anche tende, lenzuola…
Quando si parla di raccolta del tessile si pensa subito agli abiti. In realtà il mondo dei materiali recuperabili è molto più vasto, vero?
«Assolutamente sì. Nella filiera del recupero rientrano anche intimo, lenzuola, tende, coperte, asciugamani, rivestimenti per divani e perfino componenti provenienti dal settore automobilistico, come i rivestimenti dei sedili, i pannelli interni delle portiere o i materiali fonoassorbenti. Si tratta di materiali molto diversi tra loro, ciascuno con caratteristiche specifiche. Proprio per questo la fase di selezione è fondamentale: dalla corretta identificazione e separazione delle diverse fibre dipendono la qualità del materiale riciclato e la possibilità di reimmetterlo in un ciclo produttivo realmente circolare».
Negli ultimi anni però la tecnologia sta cambiando radicalmente le possibilità di recupero. In che direzione si sta andando?
«Stiamo assistendo a un’evoluzione molto importante. Oggi disponiamo di impianti sempre più avanzati in grado di riconoscere e separare le fibre in base alla loro natura, per poi trasformarle nuovamente in materia prima. In questo modo si apre la possibilità di chiudere davvero il ciclo: una coperta di lana può tornare lana, un tessuto in cotone può essere rigenerato in nuovo filato, mentre molti materiali sintetici trovano una seconda vita in altri ambiti industriali. È un vero e proprio cambio di paradigma».
E per quei materiali che, nonostante i progressi tecnologici, non possono essere riciclati come fibre? Esistono comunque delle soluzioni?
«Sì, anche questo è un aspetto fondamentale. Le frazioni che non sono recuperabili come materia prima tessile possono essere trasformate in CSS, cioè combustibile solido secondario. In questo modo diventano una fonte energetica alternativa, un prodotto, che consente di ridurre l’utilizzo di combustibili fossili. Anche ciò che non può rientrare nel ciclo delle fibre, quindi, non viene semplicemente eliminato, ma trova comunque una funzione all’interno del sistema produttivo ed energetico».
Cos’è il recupero delle polvere tessili
Tra le innovazioni più recenti si parla spesso del recupero delle polveri tessili. Di cosa si tratta?
«È uno degli esempi più interessanti di come la tecnologia stia cambiando questo settore. Durante i processi di recupero delle fibre si generano infatti polveri finissime composte da materiali come lana, cotone, seta o nylon. Per molto tempo sono state considerate semplici residui di lavorazione, oggi invece vengono rivalutate e riutilizzate. Queste particelle possono essere trasformate in nuovi prodotti, come packaging per l’alta moda, oggetti di design e persino componenti tecnici, ad esempio montature per gli occhiali».
Oltre alla tecnologia di recupero, anche i modelli di raccolta stanno cambiando in Europa...
«Sì, per esempio in Spagna sono stati introdotti contenitori per i tessili usati direttamente nei negozi di moda e nei centri commerciali. In questo modo le persone possono conferire gli abiti che non utilizzano più nei luoghi in cui acquistano nuovi prodotti. È un approccio che rende il gesto del riciclo molto più semplice e naturale, quasi integrato nella quotidianità. L’idea è proprio quella di avvicinare il più possibile il cittadino alla filiera del recupero, trasformando un’azione sporadica in un’abitudine. È un modello che sta suscitando grande interesse e che sarà replicato anche in Italia».
Qual è l’obiettivo finale di questa trasformazione della filiera?
«È rendere il recupero dei tessili un’abitudine quotidiana, non un gesto sporadico o occasionale. Ogni capo, anche quando non lo utilizziamo più, continua a conservare un valore: può essere riutilizzato, trasformato oppure reinserito nel ciclo produttivo sotto una nuova forma. È proprio da questa consapevolezza che nasce l’economia circolare: l’idea che nulla si esaurisca davvero, ma che tutto possa cambiare dimensione e diventare il punto di partenza per una nuova storia».

