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Vaccino anti Covid-19: il punto sulla sperimentazione

Il parere dello scienziato Alberto Mantovani sulle sperimentazioni dei vaccini anti Covid-19 e gli aggiornamenti di una delle aziende coinvolte nella ricerca

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È in atto una corsa, una gara mondiale tesa alla realizzazione del vaccino anti Covid-19. Ben 200 preparati, attualmente, partecipano alle sperimentazioni dei vaccini in tutto il mondo. Di tre abbiamo già i primi risultati dei test sull’uomo pubblicati su riviste scientifiche importanti, come The Lancet. Un quarto è atteso all’inizio dell’anno prossimo. Assieme al professor Alberto Mantovani, illustre scienziato e immunologo dell’Humanitas di Milano facciamo il punto sulla sperimentazione.


Professor, Mantovani, 200 vaccini in preparazione: perché così tanti?

Da una parte perché c’è l’ovvia competizione commerciale, ma ci sono anche idee diverse su come ottenere una nuova arma di difesa. Infine, anche se può sembrare disarmante, non sappiamo come si fa un vaccino contro il Coronavirus. Se sapessimo che la strada giusta è una e funziona, non ci sarebbe tutta questa competizione.


È un vantaggio per noi pazienti questa “gara”?

È positivo che ci siano ipotesi diverse, perché è molto più quello che non sappiamo di questo virus di quello che è ormai assodato. Anche perché un vaccino potrebbe non bastare. Per la poliomelite, ormai eradicata nei Paesi più industrializzati, abbiamo utilizzato due vaccini diversi, che sono stati complementari, il Salk e il Sabin. Quindi, quando diciamo arriva “il” vaccino, io spero che arrivino “i” vaccini.


Perché avere più vaccini?

Perché potremmo avere una parte della popolazione che non risponde a un tipo di vaccino (e abbiamo dei motivi per pensare che questo possa succedere). Anche per gli altri vaccini abbiamo una quota della popolazione che non risponde: per esempio, succede con un farmaco che ha cambiato la salute nel nostro Paese, quello dell’epatite B. I nostri figli vaccinati non conosceranno questa malattia, ma una quota di persone non risponde. Può anche darsi che i vaccini diano memoria di durata diversa.


A che punto sono questi vaccini?

Sul totale di 200 vaccini in studio, in questo momento circa 20 (i numeri cambiano con grande velocità) sono entrati nelle fasi iniziali di sperimentazione nell’uomo. E di 3 abbiamo già i dati delle prime fasi di sperimentazione. Sono tutti uguali? No. Si usano quattro logiche principali per produrre un nuovo vaccino: una tradizionale, che è prendere un pezzo del virus per stimolare le difese dell’organismo, una volta inoculato il vaccino. Quasi tutti si stanno concentrando, in questo caso, su una proteina che si chiama Spike, che è l’ancora con cui il virus si aggancia alla cellula (noi la blocchiamo e il Covid non s’attacca). Poi si utilizza il virus in quanto tale, attenuato o ucciso, in modo da renderlo innocuo, ma sufficiente da attivare il sistema immunitario. Un altro metodo è quello di utilizzare degli acidi nucleici che trasportino l’informazione del virus. Infine, l’ultimo approccio, che utilizza altri virus modificati come dei cavalli di Troia, che nascondono dentro pezzi di Covid innocui ma capaci di attivare le nostre difese. Quest’ultimo è l’approccio dei ricercatori di Oxford e di quelli cinesi, i più avanti nella ricerca, che utilizzano come “cavallo” un adenovirus (quello che provoca faringiti e tonsilliti) che non induce nessuna malattia respiratorio, ma fa da vaccino. Chi usa i cavalli di Troia o gli acidi nucleici sta percorrendo una strada nuova, una “scorciatoia” molto più rapida ma molto più incerta, perché non abbiamo alcun vaccino che utilizzi queste tecnologie.


Funzionano le “scorciatoie”?

Sono uscite tre pubblicazioni su riviste mediche che descrivono a che punto sono queste ricerche “scorciatoia”: sul New England Journal of Medicine è stato pubblicato uno studio con 45 soggetti, su The Lancet due pubblicazioni con adenovirus, uno di un gruppo cinese con 600 soggetti e uno inglese. Lo studio a mio parere migliore lo ha fatto l’Università di Oxford e un gruppo di ricercatori tedeschi dall’Istituto Jenner, più una Company di ricercatori coinvolti che detiene la proprietà intellettuale, in particolare da Sarah Gil-bert, che è un’illustre vaccinologa (Astra Zeneca e il Servizio sanitario britannico hanno finanziato la sperimentazione). Ha coinvolto 1.077 volontari ed è molto rigoroso: confronta la parte anti-Covid contro la metà di altri volontari ai quali è stato praticato l’anti-meningococco. Su Nature, in parallelo, è uscito un lavoro che dimostra che nelle scimmie il vaccino di Moderna, un’altra azienda Usa, dà protezione contro il virus.


Cosa ci dicono i primi test sull’uomo?

Che la macchina volante dei fratelli Wright può volare. Per un vaccino vuol dire che si può indurre una risposta immunitaria nell’uomo. Vengono indotti degli anticorpi che neutralizzano il virus. Tutti e tre gli studi dimostrano, poi, che si attivano i direttori dell’orchestra immunologica, le cellule T. Questo è molto importante, perché gli anticorpi sono solo la punta dell’iceberg, non siamo sicuri che diano davvero protezione. Uno degli studi dimostra anche che vengono attivati i direttori che suonano la melodia giusta: se il sistema immunitario “suona”, una risposta sbagliata fa danni.


Si sono visti effetti collaterali?

Ci sono stati degli effetti locali, come indurimento o arrossamen-to della zona di inoculazione, febbre e mal di testa. Effetti tutti transitori e controllabili. Perché gli scienziati parlano tanto dello studio di Oxford? È il più grande che sia mai stato fatto su un vaccino. Leggendolo mi ha appassionato. Dice: siamo i fratelli Wright che vedono che l’aereo si solleva, ma poi dedicano un intero paragrafo a illustrare i limiti e le domande rimaste aperte. Quali sono gli interrogativi? Il vaccino protegge contro la malattia vera? Ci sono studi in corso in Paesi dove il Covid sta facendo grandi danni, come il Brasile. Le ricerche, poi, hanno seguito i pazienti per 56 giorni, quindi non sappiamo quanto dura la memoria immunologica. Questo vaccino ha senso se ci dà protezione per almeno una stagione-6 mesi. Maschi e femmine: sono differenti come risposta alla malattia, risponderanno in modo diverso anche al vaccino? Infine, funziona negli anziani? I volontari hanno massimo 55 anni.



Dietro le quinte dei due nuovi vaccini Sanofi Pasteur

Sanofi è uno dei più grandi produttori mondiali di vaccini, ed è fortemente impegnata alla messa a punto di due nuovi vaccini anti-Covid-19. La Ue ha appena opzionato 300 milioni di dosi per tutti i 27 Stati membri, se i test in corso andranno a buon fine. Abbiamo intervistato Jean Lang, Associate Vice-President Sanofi Pasteur, capo della ricerca in questo campo.

Di che tipo è il vaccino?

Stiamo lavorando su due fronti: un vaccino ricombinante con tecnologia simile a quello anti-influenza, e uno con una nuova tecnologia basata su l’RNA (mRNA messaggero). In particolare, stiamo esplorando l’uso di un adiuvante che stimoli la risposta immunitaria. I due i vaccini colpiscono la glicoproteina S (Spike) che il Covid usa per attaccarci.

Quando saranno pronti?

Se supereranno i controlli delle autorità sanitarie (Fda americana ed Ema europea), contiamo di avere l’approvazione per il ricombinante nel primo semestre del 2021 e, per quello mRNA, nella seconda metà.

C’è fretta: le procedure “abbreviate” di ricerca sono sicure?

Sì, sono scrupolose, regolate dall’autorità e noi controlliamo tutto, per poi affrontare i test finali. La corsa a creare un vaccino che protegga milioni di persone non può essere mai a discapito della sicurezza.

Si potrà fare insieme al vaccino dell’influenza?

Possibile. Le anticipo che stiamo pensando a un unico vaccino che combini l’anti-Covid-19 con l’anti-influenzale.


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Articolo pubblicato sul n. 21 di Starbene in edicola ad agosto 2020



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