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Alzheimer: Italia affronta e gestisce meglio la malattia

Secondo l’European Dementia Monitor 2020, l’Italia si piazza al decimo posto della classifica generale (su 36 paesi europei) per la capacità di affrontare l’Alzheimer, registrando un netto miglioramento rispetto al triennio precedente

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Italia fanalino di coda nella sanità europea? Non proprio. Anzi, stando al rapporto intitolato European Dementia Monitor 2020, che ha analizzato 36 paesi europei circa il modo di affrontare quella diffusissima malattia della terza età che è il Morbo di Alzheimer, l’Italia si piazza al decimo posto della classifica generale. Registra, quindi, un netto miglioramento rispetto al triennio precedente (2014-2017), visto che la graduatoria viene stilata ogni tre anni. Mentre prima il Bel Paese si situava al 18esimo posto, oggi ha scalato le classifiche, rientrando tra i primi dieci per le strategie messe in atto nella lotta alla demenza senile. Quali sono i miglioramenti registrati, che hanno permesso il notevole balzo in avanti? Ce ne parla Mario Possenti, segretario generale della Federazione Alzheimer Italia che fa parte di Alzheimer Europe, l’organizzazione internazionale che riunisce tutte le associazioni nazionali.


I servizi assistenziali per l'Alzheimer sono stati ampliati

Sono quattro le principali “categorie” in gara. «Viene assegnato un punteggio diverso alle quattro macroaree analizzate: assistenza, ricercapolitiche sociali e diritti legali», premette Mario Possenti.

«Circa l’assistenza, l’Italia non raggiunge i livelli dei paesi del Nord Europa (Olanda, Svezia, Norvegia, Danimarca) dove le politiche di welfare sono molto avanzate, ma ha sicuramente ampliato i servizi assistenziali sia in strutture di ricovero sia a a casa propria». È aumentata, infatti, l’assitenza domiciliare integrata, così come la presenza di ambulatori dedicati all’Alzheimer nelle Asl e nei centri convenzionati. Certo, non è ancora come nei paesi scandinavi dove l’assistente che arriva a casa ha seguito un particolare iter di formazione ed è, inoltre, a carico dello stato. Nel nostro paese il 50 per cento dei costi di assistenza (badanti, infermieri, operatori socio-sanitari) ricade sulla famiglia, al netto dell’assegno di invalidità percepito. Però un passo avanti è stato fatto e si prospetta un miglioramento nei prossimi anni.


Gli investimenti nella ricerca

Quanto alla ricerca scientifica, si tocca un tasto un po’ dolente, specie per quanto riguarda il 2020 in cui gli studi sono stati dirottati verso il Coronavirus. In Italia vi sono pochi fondi dedicati alla ricerca sull’Alzheimer, per cui le iniziative autonome da parte dei nostri atenei sono poche. In compenso, il paese partecipa a progetti di ricerca europei, come partner autorevole che può contare su ricercatori di fama internazionale.

«In questo periodo stiamo partecipando a Horizon 2020, il programma per il finanziamento della Ricerca e dell’Innovazione Tecnologica varato dall’Unione Europea, ovviamente per la parte inerente all’Alzheimer», racconta Mario Possenti. «Ma è chiaro che la ricerca indipendente, in Italia, mostra ampi margini di miglioramento».


Terzo punto: le politiche sociali a sostegno dei malati di Alzheimer

La terza area oggetto di attenzione da parte dell’European Dementia Monitor 2020 è quella costituita dalle politiche sociali e familiari, in cui l’Italia ha ottenuto il punteggio massimo, in linea con i paesi del Nord Europa. Nell’ultimo triennio sono state, infatti, varate diverse iniziative di sostegno ai malati di Alzheimer e alle loro famiglie, sia economiche sia di servizio.

Ai care giver viene infatti riconosciuta la famosa legge 104, che dà diritto a un “monte-ore” di assenza dal lavoro retribuito per assistere i parenti affetti da demenza senile, nonché ad assegni familiari e sussidi di vario tipo. Inoltre, lo scorso dicembre, la legge di bilancio ha riconosciuto uno stanziamento di 15 milioni di euro in 3 anni per finanziare il Piano Nazionale Demenza, istituito nel 2014. Ovvero: il Piano c’era già, ma è la prima volta che si avvale di un finanziamento pubblico.


Il malato di Alzheimer conserva i propri di ritti di cittadino

Il quarto punto valutato dalla Federazione europea riguarda i diritti legali. Anche sotto questo aspetto l’Italia si è piazzata in pole position perché il malato di Alzheimer continua a conservare i propri diritti di cittadino italiano, come l’esercizio del voto o la possibilità di esprimersi sul fine-vita così come sulle decisioni relative alle cure e all’eventualità di ricovero in una struttura protetta.

Nel caso non riesca più ad amministrare in maniera congrua i suoi averi, viene nominato un “amministratore di sostegno” che gestisce il suo patrimonio negli esclusivi interessi del malato, in modo che abbia una tutela economica e giudiziaria che lo metta al riparo da eventuali prevaricazioni. Basti pensare ai conflitti d’interessi che nascono in caso di eredità familiari. Proprio perché è un soggetto debole, il malato viene quindi tutelato nei suoi diritti, anche con l’aiuto di un tutore (spesso nominato al fuori della cerchia di familiari) che riveste un ruolo legale-protettivo di tutto rispetto, non sempre contemplato in altri paesi del Sud Europa.


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