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Siamo sempre meno fertili

L’Italia è agli ultimi posti in Europa per natalità. Rimandiamo il momento per mettere su famiglia e non tuteliamo la salute sessuale. Ora interviene anche il governo. Ma l’arma migliore resta la prevenzione



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di Isabella Colombo

L’infertilità in Italia? Un’emergenza. Basta guar­dare i numeri: si fanno sempre meno figli (64.000 in meno negli ultimi cinque anni) e sempre più tardi (l’età media del concepimento è cresciuta di 10 anni rispetto agli anni ’80). Se aggiungiamo il fatto che ormai una coppia su cinque ha difficoltà a procreare con metodi na­turali (il doppio di vent’anni fa), si capisce me­glio perché il ministro della Salute Beatrice Lo­renzin ha lanciato nei giorni scorsi il piano nazionale “Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro”. Questi gli obiettivi: «Più sensibilizzazione, anche attraverso l’istituzione di un Fertility Day il 7 maggio di ogni anno; un bonus bebè, da rinnovare per i primi cinque an­ni di vita del bambino; la valorizzazione e il po­tenziamento dei consultori; più formazione per i medici di base e per i pediatri», elenca il profes­sor Andrea Lenzi, presidente della Società ita­liana di endocrinologia e consulente del ministro per il Piano. «Questa iniziativa non mira solo a incrementare le nascite, quanto ad affrontare la fertilità come un problema di salute pubblica, dunque in modo più efficace e stabile negli anni».

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Ma perché l’Italia è agli ultimi posti in Europa per natalità?

Facciamo figli troppo tardi
Siamo il Paese, a pari merito con l’Irlanda, in cui le mamme hanno il primo figlio in età più avan­zata (31 anni e 3 mesi) e tra i primi, nel mondo, per bambini partoriti dopo i 40 anni. Secondo l’Istat, per il 40% dei casi i motivi dell’infertilità dipendono dalla donna, per un altro 40% dal maschio e per il re­stante 20% da entrambi. «Le donne italiane han­no responsabilità precise, sembrano con­vinte che la fertilità sia eterna», spiega la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del cen­tro di Ginecologia, Ospedale San Raffaele Resnati di Milano. «E continuano a seguire stili di vita sbagliati, che mettono a rischio la possibilità di avere figli: fuma­re anche meno di un pacchetto di sigarette al giorno rende le ovaie di una trentenne come quelle di una quarantenne. E anticipa di circa due anni la menopau­sa. Discorso analogo per gli alcolici, per l’alimentazio­ne squilibrata (solo proteine, solo carboidrati e via di­cendo), per la riduzione delle ore di sonno, uno stress biologico che incide sulla capacità di procreare». Pos­sibile che gli altri Paesi siano più virtuosi di noi? «Non lo sono, è ovvio. Ma almeno il primo figlio si fa in media a 24 anni, quando l’apparato riproduttivo è ancora giovane e può tollerare qualche eccesso di troppo», commenta Graziottin.

Facciamo fatica a progettare
«La situazione socioeconomica attuale ha il suo peso», fa notare il professor Guido Giarelli, so­ciologo della salute dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. «Fare figli vuol dire progettare il futuro e ciò oggi accade sempre meno, per col­pa delle difficoltà economiche e del senso di  precarietà, tipico di questi tempi. la famiglia è difficile: ­le giovani coppie pre­feriscono guardare all’oggi, piuttosto che costru­ire qualcosa per il domani. L’aspetto più sconfortante è che questo modo di pensare appartiene sempre di più anche alla generazione dei quarantenni. La conseguenza ovvia è che l’idea di avere figli passa in secondo piano, se non addirittura nel dimenticatoio».

Eppure l’infertilità si può prevenire
Per fronteggiare l’emergenza, il Governo adotta politiche sanitarie ad hoc. Ma l’arma più impor­tante resta la prevenzione, specie se si conside­rano le cause dell’infertilità maschile: «Nei primi 10 anni di vita le patologie maschili che più dan­neggiano la fertilità sono il criptorchidismo (ri­tenzione testicolare), le orchiti e la torsione del funicolo spermatico. Tra i 12 e i 14 anni, il vari­cocele. Tra i 14 e i 20, le infezioni genitali e gli eccessi negli stili di vita», sottolinea Lenzi. «Peccato però che la popolazione maschile sembri non avere affatto una cultura in questo senso», fa notare Graziottin. «A diffe­renza delle donne, abituate a contare su una figura di riferimento come il ginecologo fin da ragazzine, i ma­schi quasi ignorano l’esistenza degli andro­logi, che pure in Italia rappresentano un’ec­cellenza». Proprio per questo, il piano nazionale del Governo ha pensato anche a iniziative specifiche: «I consultori dovranno prevedere un andrologo», annun­cia Lenzi, «ma si cercherà anche di eliminare la diffusa diffidenza verso lo spermiogramma, l’esame che valu­ta la quantità e la qualità degli spermatozoi. Non deve essere considerato uno spauracchio, ma un semplice strumento di prevenzione, una sorta di pap test al ma­schile. Se lo si fa a 18 anni, permette di capire se la fase dello sviluppo si è conclusa in modo regolare. E se il risultato è negativo, non si dovrà più ripetere a meno che non insorga una malattia dell’apparato ge­nitale». Infine, l’autopalpazione dei testicoli: «Essenzia­le per lui proprio come quella che lei impara a fare con il seno, fin da giovanissima».

Lei prova ansia e inadeguatezza. Lui sente il bisogno di paternità a 45 anni e oltre.
Lei vorrebbe più attenzioni, lui si sente messo in discussione nel suo ruolo patriarcale. «Sono tante e molto diverse tra loro le molle psicologiche che, più o meno consapevolmente, portano le coppie a fare meno figli e più tardi rispetto al passato», spiega il dottor Michele Cucchi, psichiatra e direttore sanitario del Centro medico Santagostino di Milano. Prendiamo il sesso: «Negli ultimi 15 anni il numero dei rapporti mensili è sceso del 20%. I maschi sono troppo distratti da mille fattori, specie Internet e i social network. Risultato: la sessualità si complica. Il sesso non è un tweet, ma un rituale che richiede tempo e coccole»


Le donne sempre più spesso finiscono per avere altre priorità:
«Il lavoro, quando c’è, viene prima di ogni altra cosa, soprattutto se si tratta di conservarlo. Quando poi la donna porta con sé un senso di ansia e inadeguatezza a causa di esperienze passate, l’idea di formare una famiglia diventa ancora più difficile», precisa Cucchi. Ma i ruoli si possono invertire: «Se lei è molto sicura di sé, lui si sente messo in discussione. Ed è molto probabile che preferisca rinunciare a un figlio pur di non ritrovarsi a essere un capofamiglia dimezzato».

I 7 campanelli d’allarme per l’uomo
Ecco i segnali che devono far sospettare qualche problema di fertilità nell’uomo. «In ciascuno di questi casi», spiega il professor Lenzi, «è molto importante rivolgersi all’andrologo o all’urologo».

Hai avuto rapporti sessuali non protetti e frequenti, per oltre un anno, senza che la partner sia rimasta incinta.

Hai avuto la parotite dopo la pubertà: i testicoli potrebbero essere stati danneggiati.

Hai sofferto alla nascita di criptorchidismo, la mancata discesa del testicolo.

Hai un testicolo più grande dell’altro, gonfiore inguinale, dolori ai testicoli o senso di peso allo scroto.

Hai un varicocele, la dilatazione delle vene attorno al testicolo che ostacola la regolare produzione di spermatozoi.

Hai avuto diversi partner sessuali: potresti aver contratto una malattia sessualmente trasmissibile. Alcune di esse sono asintomatiche, ma possono causare sterilità.

Urini spesso e provi una sensazione di bruciore, hai secrezioni uretrali, fastidi durante l’eiaculazione o dolori a livello genitale o perianale: potresti avere un’infezione alle vie urinarie.

Articolo pubblicato sul n. 26 di Starbene in edicola dal 16/06/2015

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