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Tetano: la cause insospettabili

Responsabile della malattia è un batterio che può rimanere nel terreno anche per diversi anni. Ecco come difendersi

Foto: iStock



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di Valentino Maimone

Ferirsi con un chiodo o un ferro arrugginito mette subito in allarme: rischierò il tetano? Una paura spesso infondata. «Grazie all’elevata copertura vaccinale della popolazione, in Italia i casi di persone colpite da questa malattia sono molto rari. Sulle cause, poi, circolano diversi falsi miti. A cominciare proprio dal famigerato ferro arrugginito», precisa il professor Francesco Castelli, ordinario di malattie infettive all’Università di Brescia. A lui abbiamo chiesto come difendersi al meglio dal rischio di contrarre l’infezione.

Responsabile della malattia è il batterio Clostridium tetani: «Molto resistente, si trova nelle feci di bovini, equini e ovini e può rimanere nel terreno sotto forma di spore anche per diversi anni. Di conseguenza, tutto ciò che viene a contatto con il terriccio può diventare un veicolo di tetano», sottolinea il professor Castelli. «Quindi, non è la ruggine il pericolo, ma il fatto che nel lungo periodo in cui questa si è formata, il ferro possa essere stato contaminato dalle feci animali, direttamente o attraverso la terra».

Proprio per questa ragione il giardinaggio è potenzialmente rischioso: «Curare fiori e piante senza guanti espone al pericolo di ferirsi con una spina o una cesoia, e infettarsi tramite il terriccio», conferma Castelli. «Ma solo se la ferita è profonda, perché il batterio del tetano produce la sua tossina soprattutto in assenza di ossigeno». Anche alcuni animali possono trasmettere il batterio ma a condizioni precise: «Il morso di un cane o il graffio di un gatto sono in effetti veicoli di infezione, ma solo se profondi e sporchi di terra contaminata.

Molto più improbabile che lo sia la puntura di un’ape: l’insetto dovrebbe essersi posato sulle feci e, in ogni caso, il pungiglione causa una ferita superficiale, che non permette al batterio di diventare pericoloso», sottolinea il professor Castelli.

Come difendersi? «Chi è stato vaccinato e ha fatto tutti i richiami (vedi qui di seguito) non corre rischi. Ma nel dubbio, è bene disinfettare subito la ferita passandola sotto l’acqua corrente tiepida, cercando di aprirne i lembi perché il batterio sopravvive meglio in assenza di ossigeno. Subito dopo, occorre recarsi al pronto soccorso, portando con sé il certificato vaccinale».

E se non lo si ha? «Chi è nato dopo il 1963, molto probabilmente è già stato vaccinato da bambino, dunque il medico potrebbe ritenere sufficiente un richiamo.  Se la ferita è molto profonda e contaminata, oltre al siero antitetanico vengono somministrate, di solito, anche  immunoglobuline specifiche per assicurare una copertura immediata nell’attesa che si attivi quella assicurata dal vaccino», conclude Castelli.


QUANDO FARE LA VACCINAZIONE

Obbligatoria dal 1963 per i bambini nel secondo anno di vita e dal 1968 per i neonati, la vaccinazione antitetanica è stata la chiave per ridurre drasticamente l’incidenza del tetano in Italia e nel mondo. Come conferma l’Istituto superiore di sanità, la sua protezione è molto elevata (superiore al 95%). 

Il calendario vaccinale in vigore prevede la somministrazione di 3 dosi: al terzo, al quinto e al dodicesimo mese di vita. Un richiamo va fatto al sesto anno e un altro a 14 anni. Da quel momento in poi, si consiglia un richiamo ogni 10 anni.


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Articolo pubblicato sul n.42 di Starbene in edicola da 04/10/2016

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