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Mal di schiena cronico: le nuove cure

Spesso il dolore è di origine osteoarticolare. Scopri come curarlo con nuovi farmaci e meno effetti collaterali

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Un mal di schiena che non ti dà tregua, il cachet sempre pronto a saltar fuori dalla borsa... Forse anche tu soffri di dolore cronico. Ma attenzione, si definisce tale solo se persiste per almeno sei mesi. La buona notizia è che oggi si può affrontare con farmaci più efficaci e con meno effetti collaterali. 


Le cause dei dolori “long lasting

Il disturbo che causa più spesso un mal di schiena che non dà tregua è l’artrosi, la degenerazione delle cartilagini articolari. Non interessa soltanto gli “over 50”, ma anche i giovani che hanno subito traumi (fratture, cadute, “colpi di frusta”). Frequente è anche l’ernia del disco, specie lombare e cervicale. «Vi sono poi dei dolori imputabili a un “difetto di fabbrica” dell’apparato muscolo-scheletrico. Riguardano chi, per costituzione, ha dei legamenti o delle articolazioni deboli.

Col tempo va incontro a “dolori da usura”, specie se si somma un sovraccarico da sport», spiega Paolo Cherubino, direttore della Clinica ortopedica dell’ospedale di Circolo di Varese. «Altro difetto congenito è la spondilolistesi, la mancata “saldatura” delle vertebre che slittano le une sulle altre. Infine, causano dolori persistenti le deviazioni della colonna (scoliosi, ipercifosi, iperlordosi) e le artriti infiammatorie di origine autoimmune».


Antinfiammatori: ok per pochi giorni

Per combattere il dolore, è abitudine ricorrere ai Fans, gli antinfiammatori non steroidei: ibuprofene, ketoprofene, nimesulide, acido acetilsalicilico e paracetamolo sono i più gettonati. «Il loro meccanismo d’azione sul dolore è indiretto: agendo sulle componenti chimiche del processo infiammatorio, riescono anche a ridurre il dolore associato», spiega il professor Cherubino.

«Usati troppo spesso gli antinfiammatori hanno numerosi effetti collaterali: provocano disturbi gastrici (nausea, bruciori di stomaco, digestione lenta) e la loro azione lesiva sulla mucosa gastrica può causare delle ulcere emorragiche. Inoltre, sovraccaricano il fegato e i reni, portando gradualmente a un rialzo della creatinina e a una situazione di insufficienza epatica». Per questo, si consiglia di assumerli al bisogno, per un periodo di tempo limitato a una settimana, utile a calmare la fase acuta.


Inibitori della Cox2: occhio alla pressione

Di più recente introduzione è un’altra classe di antinfiammatori, chiamati inibitori selettivi della , che agiscono sui processi enzimatici dell’infiammazione e hanno un potere analgesico maggiore dei Fans. La Cox2 è una proteina scoperta nel ’91, assente nei tessuti sani e prodotta solo con l’infiammazione. «Gli anti-Cox2 vengono definiti selettivi perché sono diretti solo su questa proteina, risparmiando il più possibile la Cox1 che ha un effetto protettivo sulla mucosa gastrica. Per questo sono meno dannosi per lo stomaco», prosegue Paolo Cherubino.

«Tuttavia, presi di continuo, presentano anch’essi degli effetti collaterali. Innanzitutto, causano in rialzo della pressione arteriosa e sono controindicati ai soggetti ipertesi. Poi, a lungo termine possono anch’essi portare a forme di insufficienza epatica o renale».


Oppioidi: sì anche per lunghi periodi

Da quando è entrata in vigore la legge 38 del 2010, è stato sancito il libero accesso agli oppioidi, antidolorifici derivati dalla morfina che prima venivano
prescritti solo in casi selezionati, con una procedura complessa. «Si tratta di potenti analgesici (tramadolo, ossicodone, tapentadolo) che agiscono sui centri del dolore a livello del sistema nervoso centrale. «Sicuri e ben tollerati, possono essere assunti per lunghi periodi a un dosaggio variabile, con compresse da 5 mg in su», precisa il professor Cherubino. 

«Contrariamente a quanto si crede, presentano meno effetti collaterali dei Fans, tant’è che negli Stati Uniti hanno scalato la classifica degli antidolorifici. Il principale, cioè la stipsi, è oggi scongiurato dalle nuove formulazioni che associano ossicodone e naloxone». E il rischio di dipendenza? «Una revisione critica della Cochrane (organismo internazionale che raccoglie e analizza tutte le ricerche in campo medico), afferma che i casi di dipendenza, nei pazienti che ne fanno uso cronico, sono inferiori al 5%», risponde Cherubino.

«Un altro effetto collaterale è la sonnolenza, che si manifesta tra il 7 e il 15% dei casi a seconda della molecola impiegata e che tende a scomparire dalla terza settimana di assunzione. Fino ad allora è bene non mettersi alla guida ed evitare lavori che richiedono prontezza di riflessi».


Il ruolo-chiave del fisioterapista

Nella gestione quotidiana del dolore cronico è molto importante affidarsi alle cure e ai consigli di un bravo fisioterapista. «Chi convive con il dolore tende a sviluppare contratture muscolari difensive, che provocano una retrazione della fascia muscolare, del muscolo e della stessa articolazione, nonché posture “compensatorie” assunte per sentire meno male», spiega il dottor Marco Gaspare Casano, fisioterapista e osteopata a Milano.

 «È quindi importante programmare un piano di rieducazione posturale, che corregga gli atteggiamenti viziati e che comprenda sia tecniche manipolative, sia degli  sercizi terapeutici che vengono insegnati durante la seduta e che vanno ripetuti tutti i giorni a casa.

Molto utile, in questi casi, è associare agli esercizi delle sedute di Tecar-terapia (detta anche diatermia), che utilizza correnti alternate a media e bassa frequenza per ridurre il gonfiore, il dolore e l’infiammazione». L’importante è ripetere dei cicli da dieci sedute ravvicinate ogni tre mesi (da 30 euro a seduta).


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Articolo pubblicato sul n. 4 di Starbene di edicola dal 12/01/2016

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