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Epatite C, le nuove armi contro la malattia

Ora si può curare in poche settimane anche la forma più grave dell’infezione

Cavallini James / Bsip/Bsip/ Corbis



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di Ida Macchi

Nel nostro Paese sono circa 1 milione i portatori cronici del virus dell’epatite C (abbiamo il primato europeo) e, fra questi, oltre 100.000 hanno già sviluppato una cirrosi, malattia che può evolvere in tumore. «Oggi, però, questa infezione è sempre più alle corde: la medicina ha messo in campo nuovi farmaci da prendere per bocca che stanno rivoluzionando le cure. Guarire è un obiettivo ormai a portata di mano», spiega Massimo Colombo, direttore del Dipartimento Medicina e Trapianti d’Organo Ora si può curare in poche settimane anche la forma più grave dell’infezione dell’Ospedale Maggiore di Milano. Che ci indica come si interviene.

SE IL VIRUS È INATTIVO
Il virus dell’epatite C si riproduce nelle cellule del fegato e spesso stabilisce un rapporto di convivenza pacifica con chi lo ospita, senza dare alcun sintomo. È quello che capita a quasi la metà dei pazienti cronici, che devono solo sottoporsi a controlli annuali del sangue e tener d’occhio l’andamento delle transaminasi. Se sono nella norma, non è urgente alcuna cura. Basta monitorarne regolarmente i valori e seguire una dieta povera di grassi e di zuccheri al fine di evitare aumenti di peso e un’eventuale diabete, potenti acceleratori dell’infezione. Per lo stesso motivo no al fumo e alle bevande alcoliche.

SE IL VIRUS È ATTIVO
Quando invece le transaminasi risultano sempre elevate o hanno un andamento altalenante significa che l’infiammazione è attiva e che può dare il via alla cirrosi. Anche in questo caso, molto spesso non ci sono sintomi ma è indispensabile prendere provvedimenti. Bisogna rivolgersi a un centro accreditato per stabilire l’entità dell’infiammazione del fegato e procedere con le terapie farmacologiche. Quelle oggi a disposizione: interferone e ribavirina, medicinali ormai consolidati per la cura dell’epatite C, affiancati da poco da nuovi farmaci a base di sofosbuvir e simeprevir.

Queste ultime due molecole, usate insieme, garantiscono una guarigione in oltre il 90% dei casi di infezioni sostenute dal genotipo 1, il ceppo del virus più diffuso in Italia. In tempi rapidissimi: 12 settimane, contro i 6 o 11 mesi richiesti dalle vecchie terapie. Associato alla ribavirina, invece, sofosbuvir risolve le forme di epatite C causate dal genotipo 2 (responsabile del 20% delle infezioni in Italia) e 3, in oltre il 90% dei casi nel giro di 12-24 settimane e senza effetti tossici sull’organismo. Purtroppo, l’elevato costo delle nuove terapie (circa 50.000 e) non permette di estendere queste cure, a carico del SSN, a tutti i pazienti infetti. Dall’inizio dell’anno, però, sofosbuvir è somministrabile, su valutazione del medico, alle persone con danno epatico più grave: circa 70.000, in Italia.

A CHI RIVOLGERSI
● L’epatite C si trasmette attraverso il contatto con il sangue di una persona infetta (rapporti sessuali, scambio di siringhe).
● L’infezione raramente causa sintomi specifici e nel 30% dei casi guarisce spontaneamente. Nei restanti, invece, si diventa portatori del virus.
● Nel sospetto, o nella certezza, di essere affetta da epatite C, rivolgiti a uno dei centri specialistici autorizzati dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco).
● Per individuare il centro più vicino vai sul sito epaclenovitacisono.it, dove è disponibile una mappa interattiva, o telefona al numero verde 800 881166.


Articolo pubblicato sul n° 14 di Starbene in edicola dal 24 marzo 2015

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