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Epatite A, B e C: le cose da sapere

Le infezioni spesso sono causa di tumori al fegato. Scopri come prevenirle e quali sono le nuove cure



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di Ida Macchi

Intensificare la battaglia contro l’epatite, soprattutto la B e C: è l’invito dell’Oms, perché queste due infezioni (la A guarisce da sola, per fortuna) sono all’origine dell’80% dei tumori del fegato. I virus Hbv e l’Hcv hanno infatti come bersaglio le cellule epatiche.


«L’epatite B diventa cronica nel 10% dei casi, la C nel 70%», spiega Pietro Andreone, responsabile del Programma epatiti croniche del policlinico Sant’Orsola di Bologna. «Entrambe possono evolvere in cirrosi e, da lì, in un tumore». È quindi importante sapere in anticipo come evitare di infettarsi e sfruttare le armi della prevenzione.


Anche per chi è malato ci sono nuove speranze: dopo il sofosbuvir e altri antivirali di ultima generazione, che hanno rivoluzionato le cure, la ricerca sta mettendo a punto medicinali sempre più mirati. Vediamo tutte le novità.


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EPATITE A


L’epatite A è la meno pericolosa, anche perché guarisce da sola (servono solo il riposo e una dieta leggera per un paio di mesi). Ciò non toglie che può essere fastidiosa (soprattutto in vacanza), perché può provocare sintomi quali nausea, vomito, diarrea, pelle gialla, febbre e dolore addominale. Si contrae per via oro-fecale vale a dire attraverso i cibi o gli oggetti contaminati dalle feci di una persona infetta. 


Gli alimenti a maggior rischio sono i frutti di mare, ma anche l’acqua o la frutta, soprattutto se consumati nei Paesi del bacino mediterraneo, del sud America, dell’Africa o del mar Baltico, i cui acquedotti non sono sicuri. «Occorre sciacquare con cura le verdure e consumare i mitili dopo una cottura completa: il virus non sopravvive a temperature superiori a 85 °C. Importante, inoltre, lavare sempre le mani con acqua e sapone, soprattutto prima di cucinare e dopo essere andati in bagno», raccomanda il professor Andreone.


Qualche accortezza in più se si viaggia in un Paese a rischio: la frutta va lavata e sbucciata prima del consumo e bisogna bere solo acqua in bottiglia, aperta al momento. In caso di soggiorno in un Paese a rischio, vale la pena proteggersi con il vaccino antiepatite A: la sua copertura è attiva già dopo 14-21 giorni dalla somministrazione di una singola dose. Un richiamo, dopo 6-12 mesi, garantisce la protezione per oltre 10 anni»

EPATITE B


Si trasmette attraverso il sangue infetto. «Per evitarla, no all’uso in comune di spazzolino da denti, forbicine, rasoi o altri oggetti appuntiti», avverte l’epatologo. «No anche a piercing e tatuaggi, effettuati in centri non certificati e che non utilizzano strumenti monouso: il virus sopravvive nell’inchiostro e negli aghi per giorni. È stato stimato che chi si tatua ha un rischio 3-4 volte maggiore di contrarre l’infezione, mentre per chi ricorre al piercing i rischi aumentano di 2,7 volte.


Stesse regole igieniche anche in caso di trattamenti di medicina estetica (gli aghi delle punturine spianarughe devono essere monouso) o di cure odontoiatriche: gli strumenti utilizzati dal dentista devono essere contenuti in un kit sterilizzato, che va aperto al momento dell’uso. 


Infine, attenzione ai rapporti sessuali occasionali non protetti: l’uso del preservativo è tassativo, perché evita anche l’epatite», spiega l’esperto. Nessun pericolo oggi, invece, di infettarsi con le trasfusioni di sangue:
stando ai dati dal Sistema di sorveglianza nazionale coordinato dal Centro nazionale sangue, la sicurezza degli emoderivati e dei farmaci derivati dal sangue è pari al 100%, e il rischio di infettarsi è praticamente zero.


Chi è under 35, inoltre, ha già a disposizione una protezione totale contro
questa forma di epatite perché ha effettuato il vaccino anti-Hbv (previsto per legge dal 1991 per tutti i neonati e praticato ai dodicenni fino al 2003), che garantisce loro un’immunità che dura praticamente tutta la vita.


«Chi è over 35 e vuole la stessa protezione, può pianificare la vaccinazione», suggerisce il professor Andreone. «Sono necessarie tre dosi (la seconda va fatta dopo un mese dalla prima, la terza dopo sei mesi) per non correre più rischi. È consigliata soprattutto a chi non ha un partner fisso, a chi viaggia in zone in cui la malattia è endemica (come Asia, Africa ed Est Europa), agli operatori sanitari e a chi convive con malati cronici portatori del virus B».


Se si contrae l’epatite B viene prescritto l’interferone (per non più di 48 settimane), che può però dare effetti collaterali come stanchezza, febbre e
depressione. Oppure si ricorre a trattamenti con farmaci antivirali quali entecavir o tenofovir. 

EPATITE C


Si trasmette attraverso il sangue infetto e quindi le regole di prevenzione solo le stesse dell’epatite B. Purtroppo non c’è nessuna possibilità di proteggersi con un vaccino: non ne esiste ancora uno anti-Hcv.


Buone notizie, invece, sul fronte delle cure, alcune sono già realtà, altre lo diventeranno presto (leggi qui di seguito): attualmente ci sono nuovi regimi terapeutici con due antivirali (per esempio sofosbuvir combinato con ledipasvir, daclatasvir o simeprevir ) o con tre antivirali (paritaprevir, ombitasvir e dasabuvir) non più associati con ’interferone, come si faceva un tempo.


I regimi vanno scelti in base al genotipo del virus C (1, 2, 3 o 4), responsabile dell’infezione. Quello più diffuso in Italia e l’1. La durata delle cure oscilla tra le 12 e le 24 settimane. Gli effetti collaterali (cefalea, soprattutto) sono minimi

ENTRO L'ANNO IL SUPERFARMACO ANTI-C


È ormai alle porte un’altra rivoluzione farmacologica che promette di sgominare definitivamente il pericoloso Hcv: è una pastiglia che contiene 2 nuove molecole e che l’Fda (l’ente americano per il controllo dei medicinali) ha già definito come terapia innovativa. «Si tratta del grazoprevir (in grado di bloccare alcuni enzimi che permettono al virus di replicarsi) e dell’elbasvir, un antivirale “armato” contro una proteina (l’NS5A), coinvolta nei processi che lo mantengono vitale», spiega il professor Pietro Andreone.


«Il nuovo farmaco è stato già utilizzato in studi sperimentali su oltre 2300 pazienti, e ha eradicato il virus in più del 90% dei casi nel giro di sole 12 settimane». Per questo l’Ema (l’ente europeo dei farmaci) ha dato via libera alla domanda di autorizzazione alla sua immissione in commercio, con procedura accelerata. Il via libera è atteso non oltre giugno 2016. Da quel momento, per completare l’iter che porterà il nuovo principio attivo sul mercato italiano, mancherà solo il nulla osta dell’Aifa (l’Agenzia del farmaco), con tempistiche stimate intorno ai 3-6 mesi.


«Prima della fine dell’anno, la medicina sarà quindi a disposizione delle farmacie ospedaliere dei maggiori centri d’eccellenza italiani che si
occupano di diagnosi e cura delle epatiti, pronta per essere dispensata a persone con infezione cronica da Hcv», conferma il professor Andreone. «L’Aifa e il ministero della Salute dovranno però discuterne prezzo (negli Stati Uniti costa ben 54mila dollari), rimborsabilità e, probabilmente, una lista di priorità, indicando a quali pazienti è davvero indicato il nuovo farmaco».

Articolo pubblicato sul n.15 di Starbene in edicola dal 29/03/2016

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