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Demenza: più rischi per chi è sordo

Secondo le ultime ricerche scientifiche esiste un forte legame tra udito e cervello. Scopri perché e cosa fare

credits: istock




di Mariateresa Truncellito


L'ipoacusia viene per lo più considerata un problema della terza età. E forse per questo, in una società competitiva e all’insegna del “vietato invecchiare”, la sordità è l’ultimo tabù: accettiamo con disinvoltura ausili di ogni genere – occhiali, macchinette e rifacimenti alla dentatura, protesi al seno – ma l’apparecchio acustico viene spesso rifiutato anche da chi ne trarrebbe un grande vantaggio: «Non ne ho bisogno, sono solo stanco, sei tu che parli a voce bassa», dicono quelli che ci sentono poco. Non è la scelta migliore.

Anche le ultime ricerche scientifiche confermano che tra udito e cervello esiste un forte legame che alimenta davvero un circolo vizioso: a un calo dell’udito si associa, infatti, un aumento di oltre tre volte della probabilità di sviluppare una forma di demenza, e tre pazienti su quattro con deficit cognitivo hanno anche un disturbo dell’udito.

È quanto emerge dal recente rapporto Il cervello in ascolto–Lo stretto intreccio tra udito e abilità cognitive promosso da Amplifon: 7 milioni di italiani convivono con la perdita dell’udito (360 milioni di persone nel mondo) e 1,2 milioni (47 milioni nel mondo) con una forma di demenza. Numeri impressionanti che, per l’invecchiamento della popolazione, sul pianeta sono destinati a raddoppiare e triplicare (720 milioni e 131 milioni) entro il 2050.


Non sentiamo solo con le orecchie

«Lo sviluppo cerebrale è determinato anche dall’udito fin dalla nascita», sottolinea Andrea Peracino, presidente della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano. «Tutti i sensi ci mettono in relazione con l’esterno facendoci progredire di continuo.

Un calo dell’udito può ridurre il volume della corteccia cerebrale e delle diramazioni necessarie per la comunicazione tra i neuroni, causando cambiamenti nella struttura del cervello e nelle sue funzioni di ascolto e comprensione. Il declino cognitivo, a sua volta, può peggiorare queste ultime, favorendo i problemi di udito».

Perché? Semplice: non udiamo solo con le orecchie. Il suono di una parola attiva la corteccia uditiva, dove la parola viene “sentita”, e accende numerose aree e reti del cervello dove viene “compresa”: tanto che tutti, in un luogo molto rumoroso o dove ci sono molti elementi di distrazione, riusciamo a capire un discorso grazie alla memoria a breve termine, ad elaborazioni e collegamenti ed esperienze di vita, mentre le capacità uditive influiscono solo per il 10 per cento.

Aggiunge Gaetano Paludetti, direttore dell’Istituto di otorinolaringoiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: «La parola non è solo suono: tanto che le persone con status sociale più alto sono anche più brave nei test di valutazione della capacità uditiva, perché sopperiscono a eventuali deficit con un bagaglio di conoscenze, culturali e esperenziali, più ricco».


Cosa succede nel cervello

Che perdita dell’udito e impoverimento cerebrale siano connessi lo dimostrano anche le più avanzate tecniche diagnostiche. Spiega Camillo Marra, docente di neurologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: «Recenti studi di neuroimaging rivelano come nel cervello delle persone sorde ci sia una riduzione nello spessore dei fasci di sostanza bianca che collegano le cellule nervose nella zona uditiva.

Queste alterazioni richiedono l’attivazione di molti meccanismi compensatori (bisogna stare più attenti e concentrati, “leggere” le labbra, cercare di indovinare il senso del discorso dalle poche parole percepite, chiedere alla persona di alzare la voce... ndr), che aumentano l’impegno necessario per l’ascolto, affaticando il cervello e rendendolo meno efficiente per lo svolgimento di altre funzioni.

Si stima perciò che il deficit uditivo possa ridurre anche di oltre il 30 per cento altre abilità cognitive, alla lunga aumentando il rischio di danno precoce di attenzione, memoria e capacità strategico-esecutive».


Un circolo vizioso 

Altri studi puntano il dito contro l’isolamento sociale: le difficoltà di comunicazione e di tenere il passo con gli eventi che accadono possono favorire la solitudine delle persone, e questo è un alto fattore di rischio che favorisce la comparsa di disturbi cognitivi.

Infine, si ipotizza che una stessa malattia microvascolare (i vasi sanguigni più piccoli si stringono e perdono la capacità di dilatarsi) possa essere comune a ipoacusia e ad alcune forme di demenza, favorendo entrambi i disturbi.


Non c'è tempo da perdere

È possibile bloccare il circolo vizioso? Sì: riconoscendo precocemente la comparsa di un disturbo dell’udito e intervenendo al più presto per correggerlo. Spiega Gaetano Paludetti: «Maggiore è la perdita di udito, più elevato è il rischio di sviluppare un deterioramento cognitivo grave. 

Ecco perché è importante agire subito: le ultime ricerche dimostrano come la giusta amplificazione acustica si associ a un declino cognitivo più lento in un arco di 25 anni, permettendo di mantenere una buona funzionalità cerebrale.

Si stima che rallentare di un solo anno l’evoluzione dell’ipoacusia possa portare a una riduzione del 10 per cento del tasso di prevalenza della demenza nella popolazione generale». Aggiunge Camillo Marra:

«Le protesi acustiche sono molto migliorate rispetto al passato, sia da un punto di vista tecnico sia estetico. E anche gli operatori che le applicano hanno maggiori competenze nel mettere a punto soluzioni su misura per ogni singolo paziente.

E, nei casi in cui non fossero risolutive, c’è anche la possibilità di ricorrere a un impianto cocleare, un vero “orecchio artificiale” impiantabile anche nei bambini molto piccoli». Mentre la protesi stimola le cellule nervose ancora funzionanti dell’orecchio interno, l’impianto converte i segnali acustici in segnali elettrici che superano le strutture danneggiate dell’orecchio interno e stimolano direttamente il nervo acustico.


L'identikit del disturbo

L’ipoacusia è la diminuzione della capacità uditiva e comporta una ridotta percezione dei suoni e difficoltà nel capire le parole, soprattutto se pronunciate a bassa voce o se c’è un rumore in sottofondo.

Nonostante sia più frequente nelle persone anziane per il naturale invecchiamento cellulare del sistema uditivo (dopo i 65 anni, 1 persona su 3 ha una forma di ipoacusia) può colpire a tutte le età: nei giovani può essere causata da traumi acustici, malattie genetiche, otiti, infezioni (scarlattina, rosolia, meningite...), otosclerosi, alcuni farmaci e alcune sostanze (tra cui l’alcol e il fumo).

Secondo l’Oms l’uso massiccio di Mp3 e di smartphone e la musica troppo alta nei locali mettono a rischio l’udito di oltre un miliardo di persone tra teenager e giovani adulti in tutto il mondo. Le ipoacusie congenite (dalla nascita) dipendono da fattori ereditari o malattie insorte durante gravidanza e parto (ora rare).

L’ipoacusia è più frequente negli uomini: le donne fino alla menopausa sono protette dagli ormoni, ma probabilmente dipende anche dalla maggiore esposizione al rumore durante le attività lavorative del sesso maschile, cosa che aumento di circa il 30 per cento la probabilità di avvertire una qualche difficoltà uditiva.

I sintomi dell’ipoacusia: bisogno di farsi ripetere più volte parole o frasi; difficoltà a comprendere una conversazione che avviene all’aperto o tra più persone che parlano contemporaneamente; necessità di tenere molto alto il volume della televisione o della radio; tendenza a parlare ad alta voce.


Le soluzioni

Su oltre 7 milioni di ipoacusici, in Italia solo 1,8 milioni portano gli apparecchi acustici. E in media trascorrono 7 anni prima che una persona si rivolga a uno specialista. È sempre necessaria una visita dall’otorinolaringoiatra o dall’audioprotesista, i soli specialisti davvero in grado di individuare la causa della perdita di udito e stabilire la soluzione più efficace.

L’esame audiometrico misura l’entità del deficit e permette allo specialista di stabilire la terapia più appropriata: farmaci, interventi chirurgici o apparecchi acustici.

Questi ultimi hanno dimensioni minime e quasi invisibili, con alte prestazioni, e vanno personalizzati in base ad abitudini, condizioni di salute e psicologiche, con la scelta della tecnologia più adatta e la taratura di oltre 300 parametri digitali in funzione delle necessità individuali.

 

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Articolo pubblicato sul n. 31 di Starbene in edicola dal 18/07/2017

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