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Si può vivere senza cellulare?

L’ex direttore di strategia di Cameron ha rinunciato al telefonino 3 anni fa e dice che la sua vita è cambiata. Vale la pena provare, anche per pochi minuti al giorno

credits: iStock



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di Katia Vignoli, psicologa


È possibile oggi fare a meno del telefonino? Occupare una posizione di prestigio, avere relazioni umane soddisfacenti, essere sempre connessi con il mondo, ma senza dover pagare il prezzo della reperibilità sempre e comunque? L’esperienza di Steve Hilton, ex direttore di strategia del Primo Ministro inglese David Cameron, emigrato da Londra in California, dove dirige una start-up di analisi politica e think thank, testimonia di sì. Da tre anni Hilton si è liberato della schiavitù del cellulare. Un PC portatile, dove può monitorare la posta elettronica, telefoni fissi e l’utilizzo quotidiano di Twitter, gli bastano. Per le emergenze, ma una tantum, si appoggia al cellulare della moglie.


COMUNICHI, QUINDI ESISTI

Come ogni scelta estrema anche quella di Hilton ha il sapore di una provocazione. L’inflazione di comunicazione cui tutti siamo esposti oggi, ci fa perdere di vista la libertà di scegliere di quali strumenti abbiamo davvero bisogno e di come disporne a seconda delle nostre reali esigenze. Comunicare è diventato ormai sinonimo di esistere: se non produci e non ricevi comunicazioni sei assente. Da qui la frenesia a testimoniare la propria presenza tramite messaggi su cellulare e social network. “Così perdiamo il nostro corpo, il nostro stile, la nostra cultura. Questa è intossicazione ermetica”, scriveva il grande psicoterapeuta americano J. Hillman (L’anima del mondo, Rizzoli). “Neanche il vecchio Ermes-Mercurio si preoccupava del contenuto del messaggio di cui era portatore. Suo compito era la consegna celere. Il messaggio non importava, la sua essenza era comunicazione pura, esattamente come oggi. Non ha importanza quale sia l’informazione, con chi comunichiamo, lo facciamo e basta e questa è una malattia ermetica, un’overdose”. Le parole con cui Hilton racconta la sua esperienza, hanno il sapore salvifico della guarigione da una dipendenza: «Ricordo il momento in cui ho capito che stava succedendo qualcosa di molto importante. Ero sulla mia bici e ho realizzato che era passata una settimana senza cellulare. Tutto andava bene, anzi meglio. Mi sentivo più rilassato, senza preoccupazioni, felice». Quando il suo socio, per un “incidente” causato dalla sua non reperibilità, prova a convincerlo a tornare sui suoi passi, Hilton scoppia a piangere, di nuovo incalzato dalla vita che, insieme al cellulare, si è lasciato alle spalle. «Una vita fatta di “stress, tensione, ansia, tutto alimentato da quel device nella mia tasca”.


RIPRENDITI LA LIBERTA’

Ogni percorso di guarigione da una dipendenza è favorito dal trovare altrettanto piacere in qualcosa che non sia la sostanza o l’abitudine di cui siamo diventati schiavi. Per disintossicarci dall’eccesso di comunicazione perché non sperimentare il piacere del silenzio, almeno qualche minuto al giorno? A cellulare spento, cerchiamo di riassaporare il gusto di non essere immediatamente reperibili: vinta la prima resistenza, ci accorgeremo che non essere raggiunti ha qualcosa a che fare con la libertà. E quando ci riconnettiamo, impegniamoci a parlare il meno possibile di noi: anche questo ha a che fare con la libertà. Il benessere è immediato: possiamo comunicare, ma anche non farlo. E se non lo facciamo, scopriamo che non siamo diventati invisibili. Al contrario, siamo ancora più presenti, soprattutto a noi stessi. Un esperimento che vale la pena provare, per una comunicazione autentica, essenziale, non automatica.

15 gennaio 2016


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