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E se l’insalata inquinasse più di una fetta di carne?

Lo sostiene il nuovo libro di un’ambientalista americana. Ecco che cosa ne pensano tre addetti ai lavori italini



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di Isabella Colombo


37339Il 15% delle emissioni globali di gas serra, secondo la Fao, l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, è dovuto a coltivazioni e allevamenti. E se si considera l’intero ciclo di vita di un alimento, dalla produzione al consumo, arriviamo al 25%. L’alimentazione ha un effetto dirompente sulla salute dell’ambiente. Per questo i consumatori più sensibili oggi si chiedono se esista una scelta alimentare che sia sana anche per il pianeta. Una risposta forte arriva da un libro appena pubblicato in Italia da Sonzogno, Il mito vegetariano. Cibo, giustizia, sostenibilità: non bastano le buone intenzioni. L’autrice, Lierre Keith, ex vegana, vuole rovesciare molti luoghi comuni sui nuovi stili alimentari. Soprattutto su quelli vegetariani e vegani, che si basano sulla convinzione di proporre scelte non solo animaliste, ma anche ecologicamente sostenibili. Ecco le sue provocatorie tesi, commentate da tre esperti di agricoltura e ambiente.


LA TESI: L'AGRICOLTURA INTENSIVA DISTRUGGE INTERI ECOSISTEMI

«Il 98% delle praterie americane è scomparso per far posto a monocolture di cereali», scrive Keith. «In Canada gli aratri hanno distrutto il 99% dell’humus». Grano e cereali, basi dell’alimentazione veg, sono responsabili della distruzione di molti ecosistemi. Eliminare la carne dal piatto, sostiene la scrittrice, non risolve il problema.

Annamaria Pisapia, direttore di Ciwf Italia, onlus per la protezione degli animali d’allevamento: «Vero, ma la situazione peggiora se aggiungiamo ai danni dell’agricoltura quelli degli allevamenti intensivi. In Italia vivono 800 milioni di bovini, suini, polli e conigli stipati in capannoni. In queste condizioni si ammalano facilmente e vengono quindi trattati con antibiotici che si diffondono poi nell’ambiente inquinando le falde acquifere e distruggendo gli ecosistemi. Le stalle sono grandi produttrici di gas serra: il 79% delle emissioni di ammoniaca nell’atmosfera arriva da lì».

Beppe Croce, responsabile agricoltura di Legambiente: «Gran parte dell’agricoltura intensiva è per il consumo animale. Bovini e suini si nutrono soprattutto di cereali, in particolare soia, le cui colture sono la prima causa del disboscamento in America Latina. Senza contare i consumi idrici: per produrre 1 kg di frutta servono 600 litri di acqua. Per 1 kg di carne bovina ce ne vogliono 15 mila».

Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti: «La devastazione degli ecosistemi causata dall’agricoltura intensiva è un problema in altre zone del mondo, non in Italia. «I terreni coltivati, da noi, si riducono. La causa? Lo sviluppo urbano. Ogni giorno strade, centri commerciali e cemento spazzano via 288 ettari di terreni».


LA TESI: DISERBANTI E MIETITREBBIE UCCIDONO ANIMALI QUANTO GLI ALLEVAMENTI

«Un metro quadrato di humus può contenere 1000 diverse specie di animali: la loro vita vale meno di quella di un vitello?». Lierre Keith sostiene che diventare vegani per salvare gli animali è un controsenso: i diserbanti uccidono gli insetti. E le mietitrebbie, insieme a grano e mais, falciano anche i roditori e gli altri animali che vivono tra le piante.

Annamaria Pisapia: «Se l’agricoltura non facesse ricorso alla chimica e riducesse l’intervento meccanico ucciderebbe meno che gli allevamenti, ma parliamo di allevamenti intensivi. Perché uccidere un vitello allevato al pascolo, che ha brucato l’erba e concimato il terreno, non è una rovina per l’ambiente. È il procedere del ciclo della vita. Lo diciamo noi che difendiamo gli animali ma non siamo vegetariani».

Beppe Croce: «La nostra agricoltura oggi sperimenta sistemi sempre più rispettosi. Tanti coltivatori si convertono al biodinamico, per esempio. Usano la rotazione: coltivare i legumi dove l’anno prima c’era il grano permette al terreno di sviluppare degli anti infestanti naturali, così non sono necessari i pesticidi. Anche nell’agricoltura tradizionale, l’aratura oggi si fa in modo più superficiale: costa meno e impatta meno sull’ecosistema del terreno».

Lorenzo Bazzana: «Negli ultimi anni sono stati tolti dal commercio oltre 400 antiparassitari considerati dannosi. Oggi le piante vengono trattate quando è necessario e non per prassi come si faceva 15 anni fa. Quando si tratta di foraggio per gli allevamenti intensivi, però, gli interventi chimici sono di più perché bisogna “spingere al massimo” i terreni».


LA TESI: LA COLTIVAZIONE INTENSIVA ANNIENTA LE PICCOLE COMUNITÀ

«Due terzi del mondo sono inadatti alla coltivazione dei cereali. Chiunque viva in un clima troppo freddo, caldo, umido o secco, e voglia seguire una dieta vegetariana, finisce per dipendere da cibo che proviene da lontano, favorendo l’agricoltura intensiva e un mercato che annienta le piccole comunità locali», scrive Keith. Che sostiene: se ognuno coltivasse e allevasse il poco che gli serve, la natura ritroverebbe equilibrio e ci sarebbe cibo per tutti.

Annamaria Pisapia: «Tante piccole comunità, nei luoghi più impervi del mondo, basano la loro economia sui piccoli allevamenti al pascolo. Se questo diventasse un modello diffuso, come è anche in Italia per piccole produzioni di eccellenza, la natura ritroverebbe il suo equilibrio. Ma questo sarebbe possibile solo se la richiesta di carne da parte del mercato fosse davvero bassa».

Beppe Croce: «L’agricoltura locale oggi non basta a sfamare il pianeta e tornare a un’economia di tipo rurale è ormai impossibile. Ma una via di mezzo tra questo tipo di coltivazione e quello intensivo esiste: è il modello a “concentrazione” tipico dell’agricoltura italiana. Tante medie e piccole imprese, ben diffuse sul territorio, garantiscono una disponibilità di prodotti capillare e permettono anche alle piccole comunità periferiche di lavorare e di sfamarsi. Un’agricoltura più diffusa è la soluzione. E in parte sta succedendo: basta pensare al successo degli orti urbani e condivisi».

Lorenzo Bazzana: «Raggiungere questo equilibrio non sarebbe difficile in Italia. Noi siamo fortemente dipendenti dall’estero per l’importazione della carne. Farci bastare quella che produciamo e riscoprire i benefici della dieta mediterranea, basata su verdure e cereali, sarebbe già un grosso passo avanti».


Articolo pubblicato sul n° 49 di Starbene in edicola dal 24 novembre 2015


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