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Ricoveri fuori regione: i costi e cosa fare

Ogni anno quasi 1,4 milioni di italiani si spostano in un’altra città per affrontare cure che nella propria zona non sono disponibili o risultano inadeguate. Tra viaggi, alloggio, visite e farmaci, le spese sono molto alte. I centri di accoglienza cui rivolgersi

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di Oscar Puntel


I viaggi della speranza per curarsi spostano ogni anno circa 1,4 milioni di italiani. Sono 750mila i ricoveri extraregionali, ovvero i pazienti che vengono accolti in ospedali diversi da quelli della propria regione. Si tratta di persone che scelgono di essere seguite altrove, rispetto al territorio geografico di appartenenza. Con loro si spostano anche circa 600 mila parenti o accompagnatori. Per quest’ultimi e per i pazienti in day hospital, il problema è la ricerca di una casa temporanea e a basso costo. La fotografia è stata scattata dal rapporto Censis "Migrare per curarsi”, commissionato dall’Associazione CasAmica Onlus di Roma.

Ma perché si emigra per curarsi? Più della metà di questi “migranti sanitari” si sposta alla ricerca di cure di qualità (54% degli intervistati). Uno su quattro lo fa per motivi di ordine pratico, come la conoscenza o il buon nome di un medico. Per un 21% di intervistati, la motivazione è dettata dalla necessità (21%): nella propria regione non c'è possibilità di curarsi (questo avviene soprattutto per patologie cardiache o tumori) oppure le liste d’attesa sono troppo lunghe. Nel 55% dei casi le persone migrano su consiglio del medico di famiglia.

Il flusso parte soprattutto dal Sud Italia, alla volta degli ospedali del Centro-Nord. Le migrazioni sono rivolte verso le grandi città. Ci sono 10 grandi ospedali che concentrano più del 25% di questo flusso: il Careggi di Firenze, gli ospedali di Padova e Pisa, Rizzoli di Bologna, il S.Raffaele e l’Istituto tumori di Milano, il Gaslini di Genova e, nella Capitale, Bambino Gesù, Policlinico Gemelli e Umberto I.


I COSTI SONO MOLTO ALTI

Questi viaggi della speranza implicano spese molto alte. E sono i pazienti (o i famigliari) a dover pagare di tasca propria. La ricerca del Censis ha rilevato che in media si trascorrono lontani da casa una/due settimane, il 21% supera i 15 giorni. Curarsi fuori regione costa tantissimo: per fare un esempio, un malato oncologico arriva a spendere 7mila euro l’anno, fra visite, farmaci e viaggi. Un adulto che ha bisogno di cure perde 10mila euro l’anno, per mancato guadagno; altri 6mila vengono persi dal parente che lo accompagna. I nuclei familiari in serissima difficoltà sono ben 90 mila. Molti, tra chi si sposta dal Sud, malati e accompagnatori, non riescono a permettersi un alloggio e ricorrono a soluzioni di fortuna: dormono in macchina o, addirittura, su una panchina vicino al luogo di cura.


LE STRUTTURE DI ACCOGLIENZA

Una soluzione sono i centri di accoglienza per pazienti e i loro famigliari e accompagnatori. Si tratta di strutture ricettive gestite da Associazioni di volontariato o da religiosi. Su Milano, per esempio, opera “A casa lontani da casa”, un progetto promosso da 4 organizzazioni da tempo attive nell’accoglienza e assistenza al malato, cui oggi aderiscono oltre 40 noprofit milanesi. Vi è un motore di ricerca interno, dove selezionare l’ospedale di cura, la disponibilità di spesa, la tipologia di alloggio.

A Padova, la locale Azienda Ospedaliera mette a disposizione una guida per orientarsi fra 11 alloggi: malati, genitori di minori e un adulto accompagnatore di paziente vengono anche esentatati dalla tassa di soggiorno. A Roma, non abbiamo trovato un elenco di tutte le strutture di ospitalità, ma ogni ospedale ha solitamente una pagina web dedicata a pazienti e famigliari, che devono spostarsi nella Capitale per curarsi. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù”, per esempio, ha creato una rete di oltre 150 stanze a titolo gratuito per pazienti e famigliari in difficoltà economiche e che necessitano di cura.

Un'altra possibilità, poi, sono le collette, raccolte di fondi spontanee, che partono della comunità di appartenenza, spesso organizzate da persone che non sono della famiglia. Tanto più la comunità è piccola, tanto più arriva l’aiuto, perché la situazione si conosce da vicino. Secondo il Censis, questi tipi di sostegni riguardano poco più del 10% dei migranti sanitari.


14 marzo 2017

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