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Alzheimer: un farmaco riduce le placche al cervello

Su un centinaio di persone con Alzheimer moderato è stato testato un farmaco che “insegna” al sistema immunitario a riconoscere e attaccare le placche senili nel cervello e quindi a rallentare la malattia. Una scoperta che apre nuove speranze. Leggi qui

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di Oscar Puntel


Un farmaco ha mostrato la capacità di diminuire la quantità di placche senili (amiloidi), la cui presenza nel cervello è l’indicatore della malattia di Alzheimer. Lo afferma uno studio pubblicato sulla rivista Nature, secondo cui ci sarebbero nei pazienti anche segni di rallentamento del declino cognitivo.

Il farmaco, un anticorpo monoclonale che “insegna” al sistema immunitario a riconoscere le placche amiloidi e ad attaccarle, è stato testato su un centinaio di persone con Alzheimer moderato, metà delle quali ha ricevuto una infusione settimanale, mentre gli altri hanno avuto un placebo.

Chi ha ricevuto il principio attivo ha mostrato una progressiva riduzione delle placche, spiegano gli autori. «Dopo un anno - sottolinea Roger Nitsch dell'università di Zurigo, che ha definito i risultati “incoraggianti” - le placche sono quasi completamente scomparse». Tutto questo a pochi giorni dal 13 settembre, giornata mondiale dedicata alla sensibilizzazione su questa malattia: la Federazione Alzheimer Italia organizzerà per l’occasione una giornata di studio e divulgazione a Milano, a Palazzo Marino.

«Questo è uno studio molto importante, che apre tante speranze, anche se è stato pubblicato come semplice informativa e si è in attesa di capire i dettagli della sperimentazione. Per correttezza, va precisato che è stato finanziato dalla stessa azienda che ha prodotto il farmaco.

Ma è comunque la prima ricerca eseguita sul corpo umano e non su cavie di un farmaco che riduce le placche. Inoltre è la prima ricerca che usa uno strumento di neuroimmagine come la Pet (tomografia a emissione di positroni) per rilevare la presenza delle placche amiloidi, accumuli di sostanze tossiche tra i neuroni, che racchiudono una proteina dannosa per il cervello, la betamiloide», spiega Antonio Guaita, geriatra e direttore della Fondazione Golgi Cenci.


CHE COSA È STATO SCOPERTO

I pazienti (malati di Alzheimer agli stadi iniziali) che hanno ricevuto il farmaco nel trattamento terapeutico hanno evidenziato una riduzione significativa delle placche amiloidi. «I ricercatori hanno “fotografato” il cervello con una tecnica di neuroimmagine, prima della cura, registrando la presenza dell’amiloide. Un anno dopo, ricontrollando la situazione neurologica, si è notato che le placche si erano ridotte di molto», dice il ricercatore.

Con la malattia di Alzheimer vi è un decadimento graduale delle funzioni cognitive: memoria, orientamento, stazione, funzioni linguistiche e attenzione iniziano a essere compromesse e la situazione peggiora con il passare degli anni.

Lo studio ha rilevato anche un eventuale recupero di questa abilità? «Le immagini della Pet ci mostrano che il miglioramento è clamoroso, ma lo stesso non si può dire per le funzioni cognitive: in questo caso i risultati sono appena dignitosi. Per questo la ricerca parla di “rallentamento del declino cognitivo”: i pazienti trattati sono peggiorati ugualmente, ma meno dei non trattati», ci dice il geriatra.


I PUNTI DA CHIARIRE

«Da quello che ho letto, un farmaco del genere potrebbe essere indicato per soggetti che sono nelle fasi precoci della malattia o in pazienti che manifestano un accumulo insolito (o determinato da fattori genetici) di queste placche, senza ancora manifestare i sintomi della malattia di Alzheimer», precisa il dottor Guaita.

«Non sappiamo, per esempio, che cosa succede nel cervello di queste persone se la terapia viene interrotta. Le placche tornano o viene mantenuto il vantaggio? Inoltre, resta da vedere se nel gruppo sperimentale ci sono sottogruppi che mostrano resistenza al farmaco o una loro sensibilità, per cui questo anticorpo non può essere usato su tutti», nota ancora il direttore della Fondazione Golgi Cenci.

Insomma, restano alcuni punti da chiarire e si è in attesa dello studio definitivo. Ma certamente questa scoperta suscita molte speranze.

1 settembre 2016

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