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Aborto: perché in Italia è ancora difficile

Secondo il Consiglio d’Europa, in Italia il diritto all’aborto è un lusso per poche donne e i medici che lo praticano sono discriminati. Ecco due pareri a confronto, tra chi condivide questa posizione e chi no

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di Oscar Puntel


L'accesso all'aborto in Italia è ancora difficile e i medici che lo praticano sono discriminati. Il Consiglio d'Europa ha richiamato il nostro Paese per i ritardi nell'applicazione della legge 194, norma con cui per la prima volta, quasi 40 anni fa, si regolamentò l'interruzione volontaria della gravidanza.

Per i giudici di Straburgo del Comitato dei diritti sociali – si legge nelle conclusioni - “le donne così possono essere forzate ad andare in altre strutture, in Italia o all'estero, o a mettere fine alla loro gravidanza senza il sostegno o il controllo delle competenti autorità sanitarie, oppure possono essere dissuase dall'accedere ai servizi di aborto a cui hanno invece diritto in base alla legge 194/78”.

Inoltre, ci possono essere “notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne interessate, il che è contrario al diritto alla protezione della salute”. Il pronunciamento arriva dopo un ricorso presentato dalla Cgil, che denunciava gravi ritardi nell'applicazione della legge 194/78.


L'OPINIONE DI CHI NON È D'ACCORDO

Dal Movimento per la Vita fanno sapere che questo è un attacco frontale ai medici “obiettori”, cioè quelli che decidono di non praticare aborti per una questione di coscienza.

«Siamo contro la loro criminalizzazione e continueremo a operare in ogni sede, ribellandoci a qualunque forma di discriminazione a danno dei professionisti della salute che rispettano la vita». Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita Italiano: «In una società che non fa nulla per dare alle donne la libertà di essere madre, senza condizionamenti economici o lavorativi, e in cui vengono ogni giorno cancellati i punti nascita, si pretende che l'aborto possa invece essere eseguito nell'ospedale sotto casa.

I dati ufficiali del governo italiano hanno dimostrato che tempi di attesa per le donne, distanza dell'ospedale e carichi di lavoro per i non-obiettori (cioè i medici che lo praticano, ndr) siano del tutto funzionali». Per Gigli, bisogna piuttosto lasciare che i medici obiettori continuino a lavorare “per prevenire l'aborto, attraverso la proposta di soluzioni alternative”.


CHE COSA PENSA CHI È A FAVORE

«È già la seconda volta, in due anni, che il Consiglio d'Europa si pronuncia così su questa tematica», ci dice Loredana Taddei responsabile delle politiche di genere della Cgil, che ha seguito tutto il dossier.

«Il governo prenda atto che questa è un'occasione importante perché la legge 194 venga concretamente applicata».

Qual è l'aspetto più critico? «Ci sono sempre meno medici che praticano l'aborto, vi sono regioni dove gli obiettori sono al 90%. Per i non-obiettori significa molto lavoro e discriminazione nei percorsi di carriera. Alle donne invece non viene garantito un diritto all'interruzione di gravidanza che dovrebbe essere libero, gratuito e a condizioni uguali per tutte su tutto il territorio nazionale. Non vogliamo che l'aborto sia un privilegio di poche donne, in grado di permetterselo economicamente in strutture d'élite», aggiunge Taddei.


LA POSIZIONE DEL MINISTERO

Di fronte alla pronuncia di Strasburgo, il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin ha replicato che i dati portati dalla Cgil sono già stati superati, proprio perché il ricorso è stato inoltrato nel 2013. Taddei ha replicato che il 7 settembre 2015, giorno della pubblica udienza degli avvocati della Cgil davanti alla corte, è stata presentata tutta la documentazione aggiornata, statistiche incluse.

Secondo i dati ufficiali diffusi dal Ministero della Salute, il numero di aborti è sceso in 10 anni: si è passati dai 132mila del 2005 ai 97mila del 2014. Le regioni del centro sud registrano il numero più alto di medici obiettori. In testa c'è la Sicilia con l'84,6%, in coda la Valle d'Aosta con il 15,4% di medici obiettori.

13 aprile 2016

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