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La riscossa delle primipare

Chiamano così le mamme che hanno compiuto i 35 anni. Ma la novità sono le “over 40” e le 50enni. Tre lettrici raccontano come si vive e che problemi dà la gravidanza “datata”



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Storia di Francesca. Il mio Luca è arrivato prima degli anta
Un marito “10 e lode”, una carriera al top, una vita tutta viaggi, amici, giri in barca e trekking in bicicletta… Che cosa vuoi di più dalla vita? “Un bambino, mi manca tanto un bebé”. Così ho risposto una sera alle mie amiche, riunite intorno a un tavolo. Poi ho scoperto che i figli non arrivano “a comando”. Stavo già iniziando a preoccuparmi quando, dopo sette mesi di tentativi, sono rimasta in dolce attesa.

Il parere del nostro esperto
Attese snervanti. È opinione comune che un figlio arrivi “a richiesta”, appena si sospende la pillola e si comincia a cercare una gravidanza. Purtroppo, non è sempre così. «Benché le 35enni di oggi abbiano un fisico da ragazzine, occorre ricordare che vengono appunto definite “primapare attempate”, perché sono in ritardo rispetto a quanto la natura ha previsto per loro», spiega la dottoressa Stefania Piloni, ginecologa esperta in terapie naturali. «Oggi, come tre secoli fa, l’acme della fertilità femminile è intorno ai 20 anni, quando i “tempi di attesa” per restare incinta sono minimi. Dopo i 35 anni, invece, le ovaie si “impigriscono” e aumentano i cicli anovulatori (senza ovulazione), nonostante la donna abbia le mestruazioni regolari. I tempi di attesa per avere un test di gravidanza positivo, quindi, si allungano: da sei mesi a un anno».
Amniocentesi: sì o no? Più passano gli anni, più aumenta il rischio di concepire un bimbo affetto da anomalie cromosomiche. Non a caso il Sistema Sanitario prevede l’amniocentesi gratis per tutte le “over 35”. Come è noto, l’esame prevede il prelievo di un campione di liquido amniotico per analizzare il corredo cromosomico del feto. Per contro, presenta un rischio di aborto pari a un caso su 200. Per questo molte mamme si interrogano: fare l’amniocentesi sì o no? «Dipende da come si sente la donna», risponde la Piloni. «Chi teme l’amniocentesi, può comunque fare, tra l’11ma e la 14ma settimana, un esame non invasivo: l’Ultrascreen che, grazie all’ecografia e a un prelievo di sangue materno, consente di stilare un “profilo di rischio” calcolando, in percentuale, la probabilità che il piccolo abbia difetti cromosomici».

Cosa ti aspetta dopo il parto
La donna d’oggi che fa i figli appena dopo i 35 anni sente di aver fatto la “cosa giusta al momento giusto”. Una consapevolezza suffragata dalle altre “colleghe”, che frequentano i corsi preparto e che hanno pressapoco la sua età. «Essere in armonia con l’ambiente, poter contare sull’appoggio dei nonni e delle amiche che hanno dei bambini piccoli, aiuta la neomamma a superare in tempi rapidi (circa 6 mesi) il faticoso periodo che segue la nascita di un figlio», spiega la dottoressa Maria Saccà, psicologa e psicoterapeuta ad Arezzo.

Storia di Angela. Ho avuto Emma col secondo amore
Col secondo marito per molto tempo l’argomento “figli” è restato un tabù: non se la sentiva di rimettersi in pista. Per un po’ ho soffocato il mio desiderio, ma quando ho soffiato 40 candeline sono sbottata: “voglio un bimbo tutto mio, non soltanto crescere quelli degli altri!». Ma poiché non riuscivo a restare incinta (ovaie “fiacche”, mi hanno detto) mi sono sottoposta alla Fivet. Così è nata Emma, che oggi ha 9 mesi: la più grande gioia mia e di mio marito.

Il parere del nostro esperto
La fecondazione in vitro. Vi ricorrono tutte le donne che hanno le tube danneggiate, che sono affette da endometriosi, che hanno ovaie così “difficili” da richiedere un trattamento ormonale per produrre ovuli di buona qualità o che abbiano un partner con un seme inadatto alla fecondazione. «La percentuale di successo della Fivet (acronimo di Fertilizzazione in Vitro con Embryo Transfert) varia molto in base all’età dell’aspirante mamma», spiega il dottor Augusto Enrico Semprini, ginecologo e immunologo. «Se a 30 anni la probabilità di successo può arrivare al 50 per cento, intorno ai 40 anni scende al 15 per cento. La paziente necessita di una settimana di stimolazione ovarica, tramite ormoni follicolo-stimolanti, e durante quei giorni deve rimanere sotto stretto controllo ecografico e ormonale. Questo richiede un impegno notevole e la capacità di sopportare gli effetti collaterali legati alla sovrastimolazione dell’ovaio: ritenzione idrica, gonfiore addominale, tensione al seno.
Il pick-up. «Il prelievo degli ovociti maturati avviene sotto anestesia generale», prosegue Semprini. «Il trasferimento in utero, invece, è indolore e non richiede anestesia. La legge italiana vieta la diagnosi preimpianto (biopsia embrionale), se non a fronte di gravi malattie genetiche dei genitori».

Cosa ti aspetta dopo il parto
Felice ma stanchissima, la neomamma quarantenne si ritrova spesso a spingere una carrozzina da sola, in un isolamento dorato che la fa sentire un po’ Cenerentola. Aggiunge la dottoressa Stefania Piloni: «Molte quarantenni assumono un’integrazione di ferro, per compensare le perdite legate a un flusso mestruale abbondante. Ma durante l’allattamento devono sospenderlo, in quanto aggrava le coliche del lattante. Di conseguenza si ritrovano pallide e anemiche, stremate dalla stanchezza». Il rischio in agguato? La depressione post-partum. Il consiglio? Se la malinconia e il senso di inadeguatezza si prolunga oltre il fisiologico umor nero da baby-blues (15 giorni dopo il parto) è bene rivolgersi a una psicoterapeuta.

Storia di Paola. Supermamma oltre la menopausa
Io il figlio l’ho cercato tardi. Credevo di non essere portata per la maternità e di star bene con le mie “cose”: la mia boutique di ceramiche, il mio compagno, i miei amici, le mie foto… In menopausa è arrivata la mazzata. E poiché sognavo un bambino giorno e notte, siamo andati a Barcellona per l’ovodonazione. Sono rimasta incinta al primo colpo.

Il parere del nostro esperto
Vade retro, menopausa! La cinquantenne che decide di diventare madre è una donna molto determinata, pronta a volare oltreconfine per aggirare il divieto, tutto italiano, della fecondazione eterologa (né spermatozoi né ovociti esterni alla coppia). «Al primo incontro al Centro di fecondazione assistita prescelto, l’aspirante mamma deve portare l’esito dell’isteroscopia, l’esplorazione della cavità uterina tesa a verificare che l’utero sia indenne da polipi, fibromi o endometriosi», spiega Stefania Piloni. «Contemporaneamente il partner deve portare lo spermiogramma, l’esame del liquido seminale. Quindi, se tutto va bene, viene messa in lista e contattata non appena si trova una “donatrice di ovuli” corripondente al fenotipo dei genitori (colore degli occhi, della pelle e dei capelli). Inizia così una terapia ormonale “parallela”, eseguita in due paesi diversi: alla cinquantenne, per preparare l’utero ad accogliere l’ovulo fecondato, e alla lontana donatrice stimolata a produrre una “superovulazione”. Eseguita la fecondazione in vitro, si procede quindi al trasferimento in utero». Tutti i contro. Contrariamente a quanto si crede, il “bombardamento ormonale” cui viene sottoposta una donna che riceve l’ovodonazione è meno intenso di quello prescritto per una normale Fivet. «Il problema è che si tratta di gravidanze a rischio», precisa la Piloni. «La gestante va facilmente in- contro a diabete gravidico, gestosi e ipertensione. Mentre il piccolo rischia di nascere prematuro, sottopeso e con crisi respiratorie, per via di una placenta “insufficiente”, ossia meno “nutriente” di quella di una giovane. Inoltre, dopo il parto, il ritorno immediato della menopausa comporta un “down” ormonale veramente pesante, sia sul piano fisico che psicologico».

Cosa ti aspetta dopo il parto
Le mamme cinquantenni, che hanno concepito “fuori tempo massimo”, hanno raggiunto una stabilità economica che le consente di poter contare sugli aiuti, tra colf e baby-sitter. Certo: fisicamente sono molto stanche e il “ritorno della menopausa” non le aiuta a recuperare le proprie forze. Ma ancora più pesante è il carico psicologico che si trovano ad affrontare dopo il parto. «Lo sguardo degli altri, e il giudizio negativo di chi crede che fare i figli a 50 anni sia un gesto di egoismo estremo, pesano molto sulla donna»

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