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Depressione: una testimonianza per capirla

Quali sono i sintomi? Si può tornare a vivere bene? Le risposte di chi l’ha provata sulla propria pelle



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Ognuno fa il suo viaggio nella vita. Lo scrittore inglese Matt Haig ha compiuto un lungo percorso dentro la depressione. È partito 14 anni fa, quando durante una vacanza in Spagna improvvisamente si è sentito “perso”, per arrivare oggi a scrivere il libro-verità Ragioni per continuare a vivere (Ponte alle Grazie, 14,90 e), appena uscito anche in Italia. Starbene l’ha intervistato per avere una testimonianza diretta di chi è sprofondato in questa malattia ed è riuscito a riemergerne.


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>Perché è così difficile da curare?

«Perché resta un mistero anche per quelli che ne soffrono. Hai il pensiero fisso di stare male, solo che la malattia non interessa solo una parte del tuo corpo, la schiena per esempio, da cui puoi dissociarti. Tu sei il dolore, e nient’altro. Quello che mi ha sorpreso, infatti, è l’intensità di questa sofferenza e il fatto che non ci fosse possibilità di spegnerla. Il senso di terrore, di inutilità, lo sfinimento mentale e fisico che provi è presente anche quando mangi, bevi vino, dormi. Io, addirittura, avvertivo anche dei sintomi fisici, come formicolii alle mani, al petto...».

>Spesso, poi, scatta senza una causa precisa…

«Ho avuto il primo cortocircuito in un periodo bellissimo. L’invisibilità è l’aspetto più difficile del problema: se ne ignori la causa, diventa difficile capire quale può essere la via d’uscita. Anche perché la depressione ti confonde, soprattutto all’inizio. Non hai le parole giuste per descrivere ciò che provi, hai paura di sembrare pazzo, quindi ti chiudi a riccio e tenti di fare una vita normale».

 >Perciò, il primo passo per uscire dal tunnel è ammettere a se stessi di stare male…

«Quando mi sono ammalato, sprecavo moltissime energie per sembrare quello di sempre. Sbagliato: bisogna guardare dentro l’“abisso mentale”, non cercare di coprirlo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella metà dei casi di depressione i sintomi sono già presenti prima dei 14 anni. Io, per esempio, sono sempre stato un ragazzo ansioso, non del tutto a mio agio in compagnia, solo chemi reprimevo.

Mi sono ammalato quando non sono più riuscito a sostenere l’accumulo di tensioni. Sì, perché la depressione non ammette limiti: se non riesci a liberare il tuo vero essere, si impone in modo violento, come un’esondazione, tentando di annegare le mezze versioni fallimentari di te che avevi fino a quel momento. Per quanto mi riguarda, ho avuto bisogno di toccare il fondo per riuscire a capire come volevo impostare la mia vera vita».

>Quindi, la consapevolezza del proprio stato depressivo è una cura di prima scelta?

«Direi di sì perché conoscere la sindrome aiuta a smascherarla. La depressione, infatti, è una grande bugiarda: ti fa credere che sei caduto per sempre in un baratro e convince che ti potrebbero succedere un’infinità di disgrazie. Ecco perché i primi episodi sono pericolosi, virulenti nella loro sconfinata grandiosità. Quando, però, vedi che i presagi negativi non si realizzano, la malattia perde potere e, piano piano, impari a dominarla. Aiuta molto considerarla come una banale influenza: stai due giorni a letto e tutto passa».

>Appunto, come si esautora il potere del male oscuro?

«Non c’è una formula vincente che vale per tutti. In alcune persone possono funzionare i farmaci, in altre la dieta, in altre ancora la ginnastica o un mix di soluzioni diverse. Bisogna trattare la depressione come una malattia, ognuno deve sperimentare tante possibilità di cura per trovare le più efficaci per sé. Con me, ha funzionato moltissimo mettere su carta le mie emozioni, i miei sentimenti, parlare con persone amiche, oltre a correre e mangiare sano. Mentre non ho mai preso antidepressivi perché, ai tempi, anche solo assumere un semplice antinfiammatorio mi spaventava».

>Ci vuole forza di volontà per guarire?

«Il pensiero: “ce la devo fare” ti porta a fare solo tentativi effimeri. Contro l’umor nero ci vuole tempo. La depressione ti fa vivere tutto più intensamente, una giornata ti sembra un anno. Nei periodi peggiori l’unica cosa che ti salva è contare i giorni e dire: “Ne ho già passato tot da cani, ma se sono arrivato fin qui vuole dire che ce la posso fare ad andare avanti”. L’unica cosa più forte della malattia è il tempo perché aiuta a ridimensionarne la portata. Per quanto la depressione sembri una cosa enorme, grandissima, in realtà non è mai più grande di te. È  ome se fosse una nuvola in cielo e tu sei il cielo. Magari la nuvola è oscura per un certo periodo, ma tu cielo la contieni».

>Se ne viene fuori del tutto o in parte?

«Tu sai che la depressione è sempre lì con te, nell’ombra, pronta a rispuntare fuori: è come una vecchia conoscenza di cui non hai paura che arrivi all’improvviso perché sai come riceverla. Perciò, non è mai utile pensare né a una cura definitiva né a una guarigione completa. Ma si può essere contenti lo stesso. Ho imparato a guardare la sindrome depressiva da un’altra prospettiva: le sono grato perché provo una grande gioia quando non ce l’ho. Più che sentirmi guarito, mi sento riconoscente dei momenti di felicità che mi dà».

>Dopo, si ritorna ad avere una vita normale?

«Quasi. La depressione ti cambia l’anima. Per quanto mi riguarda sono diventato più sensibile, più capace di riconoscere le mie emozioni e di capire gli altri. Ti rende la pelle più sottile, in poche parole».

Il parere dell’esperto

«Sono d’accordo con Matt Haig quando afferma che ognuno deve trovare la sua cura antidepressiva», afferma il dottor Roberto Pozzetti, psicoanalista, fondatore del Centro Jonas di Como. «Questo disturbo, caratterizzatodall’assenza di stimoli, si combatte soloriabilitando la “passione”, che ha l’effetto di distogliere dal pensiero fisso di stare male e di concentrarsi su altro. Per alcuni, può essere un’attività nuova, per altri una riscoperta del passato. In quest’ottica la psicoanalisi è d’aiuto: parlare di sé, raccontare i sogni, analizzare i lapsus, serve a fare emergere i desideri profondi inscritti nell’inconscio». Non a caso, Matt Haig ha detto che la depressione gli ha fatto buttare via le sue maschere per respirare la vita fino in fondo. A pieni polmoni.

Articolo pubblicato sul n. 49 di Starbene in edicola dal 24/11/2015


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