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Come ci si sente da anziani? Invisibili

Psicologia urbana: un progetto fotografico

© Tim Lomas/Loop Images/Corbis



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Mi alzo, mi trucco ed esco. E nel mentre raddoppio la mia età. È l’esperimento della fotografa Kyoko Hamada, 42 anni, giapponese cresciuta a New York: per due anni si è truccata come un’anziana e sotto queste false spoglie si è mischiata alla gente. Qualcuno l’ha aiutata a portare le borse della spesa, qualcuno le ha aperto una porta, ma la sensazione che più le è rimasta addosso è che a nessuno importasse davvero di lei. Anzi, le sembrava che molti non la vedessero nemmeno. Era sola. Abbiamo chiesto un commento a Daniele Durante, psicologo e formatore di caregiver per le persone anziane.


Perché gli anziani diventano invisibili?

«Domanda interessante in un Paese come il nostro, che entro il 2030 dovrebbe vedere un aumento della popolazione over 65 di oltre il 26%.

Contrariamente ad altri pregiudizi, quelli collegati alla vecchiaia acquistano vigore molto presto nella vita di un individuo. Osservo che molti giovani, a un certo punto della loro esistenza, prendono le distanze da ciò che diventeranno e dalla fase della vita che i loro genitori stanno già attraversando. La fotografa nippo-americana, con il suo progetto, sfida questa tendenza e mi sembra si rivolga a loro, perché è proprio dalla vecchiaia che i giovani e la società distolgono lo sguardo. L’accelerazione della crisi nei rapporti e il vuoto di consapevolezza sui valori che stiamo vivendo sono conseguenze delle paratie generazionali: i bambini con i bambini, gli adolescenti con gli adolescenti, gli anziani con gli anziani. A contribuire all’invisibilità degli anziani c’è poi il culto ossessivo del corpo nella società moderna; l’attenzione verso la chirurgia estetica e la cosmesi è un segno di una società iperproduttiva e pervasa dal mito dell’efficientismo; una società in cui non c’è spazio per la lentezza, per la fragilità e per l’ozio. Inoltre, non è tanto la vecchiaia a generare timori, quanto il costante e assillante confronto con l’imperativo di essere felici, godersi la vita finché ce n’è .

Dal 1960 a oggi la speranza di vita è passata da 69 a 82 anni, ma con l’aumentare dell’età non migliora la qualità della vita. Anzi si eleva il rischio che le persone anziane, nonostante la maggiore longevità, si ammalino di patologie croniche. Ed ecco un’altra paura: vecchiaia = malattia. Ed ecco un altro modo di “allontanare” gli anziani: incoraggiarli ad accogliere il convincimento che essere vecchi significhi non lavorare e ammalarsi. Infine, l’ansia e la paura associate alla morte portano a colpevolizzare gli anziani per la loro situazione. Trattando gli anziani con pietismo, rabbia, irritazione e linguaggio infantile, i più giovani s’illudono di essere indenni dal problema o di averlo esorcizzato. Questo ciclo perpetuo di denigrazione della vecchiaia favorisce il pregiudizio. Più duramente i giovani trattano i vecchi, più negativamente li percepiscono. In base a questa percezione, gli anziani finiscono per apparire peggio di quello che sono. Ciò incrementa l’ansia che i giovani hanno della morte e di conseguenza gli atteggiamenti di discriminazione verso i vecchi e la loro invisibilità. E il ciclo ricomincia».

Che cosa può fare ciascuno di noi per farli sentire meno soli?

«I detenuti e gli anziani sono i più esposti agli effetti angoscianti della solitudine. È stato osservato che, in un campione di persone dai 30 a i 70 anni che vivevano sole, il rischio di morire precocemente è 3 volte più alto rispetto a chi non si trova in questa condizione. È stato scientificamente rilevato, per esempio, un aumento della pressione sanguigna in anziani soli rispetto a chi vive in compagnia, ma anche un’elevata incidenza di malattie coronariche e l’associazione tra l’infarto al miocardio e il decesso dopo ictus se prima dell’accidente vascolare l’anziano era già in condizione di isolamento. L’inclusione sociale inizia da un processo di ascolto. L’assenza di dispositivi di narrazione di sé, che mettano gli anziani in condizione di comunicare la propria esperienza nel tentativo di aiutare i più giovani a non ripetere gli stessi errori, crea un vuoto di valori e la perdita di tante opportunità di apprendimento. "Se i vecchi potessero, se i giovani sapessero", recita un proverbio russo. La volgarizzazione della cultura, la massmedializzazione e la segregazione generazionale di cui ho parlato prima portano gli anziani a rinchiudersi in casa e a ridurre significativamente i contatti sociali. Dispositivi culturali di partecipazione come il teatro sociale, per esempio, che qui in Italia è poco diffuso ma sta producendo significativi risultati nel rompere le barriere di quartiere e l’isolamento, possono diventare uno snodo importante contro la solitudine».

La fotografa sostiene che ogni età ha la sua bellezza. Qual è la bellezza della terza età?

«Sono d’accordo con James Hillman quando sostiene che bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità, perché nel tentativo di manipolare le manifestazioni della vecchiaia alimenta il mito dell’eterna giovinezza. Sempre Hillman sostiene che quando invecchiamo riveliamo il nostro carattere, non il fatto che siamo destinati a morire. La bellezza della “vecchiaia” sta nel vivere essendo ciò che si è. Come nel film Settimo Cielo di Dresen in cui i dialoghi sono pochi e scarni, non c’è colonna sonora, il silenzio è assordante e i primi piani la fanno da padrone. La bellezza di questa età è l’amore fine a se stesso. È vivere le passioni a una certa distanza, guardandole in prospettiva, in un’ottica non deresponsabilizzante come fanno certi giovani quando vivono nell’assoluto presente. La bellezza della vecchiaia è l’opportunità concessa, come dice Jean Cocteau, di rinascere vecchi con la stessa facilità con cui si può morire giovani».  

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