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Olio di palma, tutta la verità

L’Istituto Superiore di Sanità non condanna l’olio di palma, ma raccomanda prudenza nel consumo per alcune categorie di alimenti. Intanto in Italia e in Europa si lavora perché sia più ecosostenibile



di Valeria Ghitti


L'olio di palma fa male? Alla domanda risponde per la prima volta l’Istituto superiore di sanità, il massimo ente governativo italiano preposto al controllo e alla ricerca pubblica nel campo della sanità e della sicurezza degli alimenti, interpellato in proposito dal Ministero della salute, e lo fa in un rapporto di 25 pagine che include un’assoluzione parziale: «La letteratura scientifica non riporta l'esistenza di componenti specifiche dell'olio di palma capaci di determinare effetti negativi sulla salute, ma riconduce questi ultimi all'elevato contenuto di acidi grassi saturi». Ma andiamo avanti e vediamo di approfondire.


11 marzo 2016

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SI PUÒ DEFINIRE CANCEROGENO O TOSSICO L'OLIO DI PALMA?

No, ma bisogna tenere presente che è fatto al 50% di grassi saturi che, se in eccesso, possono essere nocivi per la salute di cuore e vasi sanguigni, quindi richiede prudenza nel consumo.

La stessa prudenza, secondo l'Istituto superiore di sanità, di solito raccomandata per il burro e altri condimenti con una simile composizione percentuale di grassi saturi, mono e polinsaturi.

Gli esperti ribadiscono che: «Nel contesto di un regime dietetico vario e bilanciato, comprendente alimenti che contengono naturalmente acidi grassi saturi (carne, latticini, uova), occorre ribadire la necessità di contenere il consumo di cibi con elevate quantità di grassi saturi». E questo vale soprattutto per alcune fasce di popolazione ritenute più vulnerabili, come bambini tra i 3 e i 10 anni, anziani, persone con dislipidemie (cioè eccesso di grassi, colesterolo e/o trigliceridi, nel sangue), obesi, ipertesi e chi ha già avuto infarti o ictus, mentre l’uso di olio di palma «non è correlato all’aumento di fattori di rischio per malattie cardiovascolari nei soggetti normo-colesterolemici, normopeso, giovani e che assumano contemporaneamente le quantità adeguate di polinsaturi».

QUANTI GRASSI SATURI PUOI CONSUMARE

Non più del 10% delle calorie totali giornaliere, secondo le raccomandazioni nazionali e internazionali. Dalle stime dell'Istituto superio dei sanità, in Italia siamo già leggermente oltre, sia negli adulti (27 g al giorno, di cui 2,5-4,7 g derivati dall’olio di palma, pari a circa l’11,2% delle calorie quotidiane), sia nei bambini tra i 3 e i 10 anni (tra i 24 e i 27 g al giorno, di cui 4,4-7 g dati dall’olio di palma).

Va precisato che sono stati presi in considerazione i consumi di dieci anni fa (gli ultimi disponibili), e che il contributo dell’olio di palma è stato sovrastimato, cioè è stato assunto come fonte totale di grassi saturi di un prodotto in cui era contenuto, anche in presenza di altri ingredienti apportatori di grassi saturi. È poi vero che oggi la sua importazione per uso alimentare è aumentata, ma anche la disponibilità di prodotti alternativi (per esempio, i biscotti senza olio di palma), con oli a minor contenuto di grassi saturi.

L'IMPATTO AMBIENTALE

Non si parla solo di olio di palma e salute. Centrale nel dibattito su questo ingrediente è anche il suo impatto ambientale sulla foresta tropicale, polmone del pianeta, e gli animali che la popolano: in Indonesia solo pochi mesi fa numerosi roghi inquinanti sono stati usati per deforestazioni selvagge, per fare spazio alle piantagioni. Questo nonostante la palma da olio abbia una resa molto alta rispetto alle produzioni degli altri oli vegetali: per esempio, un ettaro coltivato a palme produce circa 3,47 tonnellate di olio l’anno, contro appena le 0,63 tonnellate a ettaro di olio di colza.

IL FUTURO DELL'OLIO DI PALMA POTRÀ ESSERE SOSTENIBILE E BIOLOGICO

Al momento, la principale certificazione di sostenibilità internazionale esistente, gestita dalla Roundtable on sustainable palm oil (Rspo), organizzazione fondata tra gli altri dal Wwf, riguarda solo il 18-20% circa della produzione mondiale.

Alcune aziende e organizzazioni europee, in Italia confluite nella neonata Unione italiana olio di palma sostenibile si sono impegnate a utilizzare unicamente olio certificato Rspo entro la fine del 2016 e un olio di palma prodotti con criteri di sostenibilità ancora più stringenti entro il 2020.

Questo dovrebbe sensibilizzare anche i Paesi produttori, chiamati a investire in sostenibilità per non perdere terreno sul mercato. La Malesia, secondo produttore ed esportatore al mondo e che con la sua produzione fornisce il 42% dell’olio certificato Rspo, per voce dell’agenzia governativa Malaysian palm oil council, assicura di star già lavorando in questo senso: ha vietato i roghi e le deforestazioni, tanto che come evidenziato dall’ultimo rapporto Fao, le sue foreste sono in crescita arrivando oggi a coprire il 67,6% del territorio e da circa un anno ha lanciato un proprio standard di certificazione nazionale, il Malaysian sustainable palm oil (Mspo). C’è però sicuramente ancora da fare.

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